L'intervista / Un cimitero da vivere
L'ex camposanto di Santa Maria in Colle a Montebelluna è diventato un laboratorio di rigenerazione urbana grazie all'associazione CombinAzioni: ecco le testimonianze
| Fabio Zanchetta |
MONTEBELLUNA - Il tema della rigenerazione degli spazi urbani abbandonati torna periodicamente a destare interesse nei territori trevigiani, ma per una volta non riguarda le aree industriali: a Montebelluna il cimitero napoleonico di Santa Maria in Colle, dismesso nel 1931, è da qualche anno protagonista di un progetto che punta a restituirlo alla comunità in una transizione verso uno spazio verde multifunzionale.
L'associazione CombinAzioni, che dal 2017 ha raccolto il testimone del progetto di riqualificazione, ha presentato il volume “Cimiteri da vivere. Riscoprire e recuperare camposanti abbandonati” (edito da Anteferma) nell'ambito del festival che da dodici anni organizza anche per far riscoprire lo spazio abbandonato e renderlo protagonista di una nuova visione degli spazi cittadini dimenticati. Tra concerti all'alba, incontri, cortometraggi realizzati dalle scuole e un crescente gruppo di estimatori, gli autori del volume Chiara Semenzin, che è anche presidente dell'associazione, e Matteo Basso, assieme al co-fondatore dell'associazione Ermes Pozzobon, fanno il punto sul progetto “Un cimitero da vivere” e guardano a un futuro dove potrebbe diventare un'esperienza necessaria per tutti i centri urbani.
Il progetto che l'associazione CombinAzioni sta portando avanti per l'ex cimitero di Santa Maria in Colle non ha eguali nella provincia di Treviso, e si ispira piuttosto a esperienze già viste in varie città europee. Perché credete che la riqualificazione degli spazi cimiteriali sarà un tema importante nel futuro?
Matteo Basso: "L'abbandono cimiteriale è un fatto già evidente oggi in Italia, soprattutto nei borghi abbandonati. La popolazione in decrescita, l'invecchiamento demografico e la denatalità stanno portando a un cambiamento epocale. Dall'altro lato la popolazione si sta secolarizzando e questo porta alla crescita di pratiche alternative alle sepolture tradizionali. Nei prossimi anni tutto questo avrà un impatto importante sulla domanda di spazi cimiteriali, quindi noi crediamo che sia ora di chiedersi se questi spazi possano avere un'altra destinazione, in particolare in città che, sull'onda del cambiamento climatico, chiedono sempre di più spazi verdi".
"Un cimitero da vivere" è un progetto che ormai portate avanti da anni, instaurando un dialogo costante con la popolazione locale: avete avuto delle resistenze in tal senso o viceversa avete trovato un desiderio già forte di salvaguardare questo luogo?
Chiara Semenzin: "Da parte della popolazione locale, in particolare di chi ci abita intorno, abbiamo sempre trovato adesione. Il progetto ce l'hanno fatto scoprire anzi due montebellunesi che avevano preso a cuore la riqualificazione del cimitero, quindi l'interesse c'è sempre stato e col tempo abbiamo raccolto sempre più interesse da parte di persone che desideravano che questo luogo non fosse dimenticato. A livello di azioni concrete siamo riusciti a ottenere fondi del Ministero e anche fondi europei, mentre per quanto riguarda l'amministrazione locale la ricerca di fondi per effettuare dei lavori è un aspetto ancora difficile da trattare, su cui dobbiamo lavorare".
Con la pubblicazione del libro avete messo un punto fermo sull'evoluzione dell'esperienza fino a questo momento: quali sono le tappe future del progetto e avete già pensato a un'ideale conclusione?
CS: "Per noi questo è più un punto di passaggio che di arrivo: da parte di CombinAzioni non c'è il desiderio di fare cose profondamente diverse da quello che stiamo già facendo. Certo vorremmo "dargli più gambe", usare lo spazio per eventi anche piccoli, valorizzare maggiormente tutta la biodiversità che è emersa di questo ambiente naturale. Un sogno è quello di renderlo un spazio verde aperto e accessibile sempre, non solo in occasione di un evento, e uno snodo per l'intera zona, il centro di una rete di siti di interesse culturale e naturalistico".
MB: "Più che un progetto finito e confezionato e calato dall'alto, noi lo vediamo come un qualcosa di flessibile che sa adattarsi a nuove domande d'uso attraverso interventi leggeri e rispettosi del contesto. Un progetto sempre in corso perché questo è uno spazio importante per rinnovare teorie e pratiche architettoniche e urbanistiche".
La vostra è un'associazione che ha attirato molti giovani, e lo stesso cimitero sembra frequentato da tanti di loro. Avete quindi riscontrato un interesse concreto da parte delle nuove generazioni per questo luogo di Memoria?
CS: "Fin dall'inizio abbiamo coinvolto ragazzi giovani, anche con un progetto come "Beauty Storytellers" con cui abbiamo chiesto a degli studenti di realizzare un cortometraggio su Santa Maria in Colle. L'interesse che è scaturito per questo posto è stato stimolato, ne abbiamo raccontato tanto e loro a un certo punto ne hanno avvertito il fascino. Ma non riguarda tanto l'idea di Memoria, quanto dell'oggi: l'interesse si radica nell'ora, nelle possibilità che offre lo spazio in quanto prato verde dove si possono organizzare concerti, eventi, che può in definitiva diventare qualcosa. Più che il luogo dei morti per i giovani questo è uno spazio da vivere".
Ermes Pozzobon: "Dalle interviste che abbiamo condotto sui ricordi che la popolazione ha di questo luogo, abbiamo notato che molti hanno a che fare con l'età giovanile: tanti ricordano che lo frequentavano da ragazzi, quando era già un cimitero abbandonato e esercitava su di loro un senso di mistero e trasgressione. E ancora oggi troviamo tracce di frequentazioni da parte di giovani, magari per usi non consoni al luogo. Al netto di giudizi su tali comportamenti, si capisce che se immaginiamo degli usi consoni per questo spazio, esso può diventare un contenitore-laboratorio dove i giovani possono trovare modi per esprimersi e uno spazio cittadino da vivere".
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