12 maggio 2021

Treviso

Figli di un dio minore, i negozi di dischi chiedono di fare l'"asporto"

Una petizione chiede che i dischi siano riconosciuti prodotti culturali e che le rivendite possano rimanere aperte come librerie ed edicole.

| Roberto Grigoletto |

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| Roberto Grigoletto |

disco in vinile

TREVISO - Non solo i libri, anche i dischi devono essere annoverato tra i prodotti culturali. A differenza delle librerie, i negozi di dischi hanno dovuto tenere, per un tempo interminabile, le saracinesche chiuse. Con il rischio di una chiusura definitiva. E mentre edicole e librerie anche in zona rossa potute rimanere aperte, la domanda che una cinquantina di titolari di rivendite di dischi si pongono è: "Forse lì ci si contagia di meno?".

Non è soltanto la disparità di trattamento che viene denunciata: la questione è il destino di questi negozi. “Si tratta insomma di un decreto fatto apposta per far chiudere definitivamente i negozi di dischi che, pur con grandi difficoltà, erano tornati ad aprire negli ultimi 10 anni”? Nelle "zone rosse", tra il 2020 e il 2021, i negozi di dischi sono stati sottoposti a una chiusura forzata in alcune regioni fino a 200 giorni “ oltretutto mitigata da bonus e ristori a dir poco irrisori o addirittura inesistenti, che non hanno consentito di coprire neppure una piccola parte delle numerose spese vive (affitti, utenze, spese condominiali, tasse sui rifiuti, tasse sulla pubblicità, spese bancarie etc.) che ogni attività commerciale ha costantemente a carico, indipendentemente dal fatto se sia aperta o chiusa”.

E’ stata sottoscritta adesso una petizione nella quale si segnala come praticamente quasi nessun negozio di dischi possa beneficiare del recente decreto sostegni, visto che raggiungere perdite di fatturato di almeno il 30% avrebbe significato non lavorare del tutto, “mentre noi negozianti, nei mesi di apertura e grazie alle vendite on-line, abbiamo cercato di "tirare al massimo", di limitare le perdite e di aumentare i fatturati giusto per cercare di pareggiare i conti. Ed ora, con le nuove restrizioni, il Governo ci impone di chiudere senza offrirci neppure un centesimo di ristoro per questa completa mancanza di attività”. Pur non essendo organizzati formalmente come associazione di categoria e pur non avendo un sindacato di riferimento, i negozianti di dischi sono rimasti in questi mesi in stretto contatto tra loro, portando diverse varie azioni di sensibilizzazione sul tema.

Tre le richieste essenziali che vorremmo portare all'attenzione del Ministro della Cultura Franceschini e dei Presidenti delle Regioni (che dovrebbero essere particolarmente attenti alle piccole attività commerciali, che sono tessuto fondamentale dei Comuni, e delle Regioni): la possibilità di lavorare ed essere regolarmente aperti al pubblico, anche in zona rossa, così come i nostri concorrenti (librerie, edicole, catene di centri commerciali) che vendono lo stesso tipo di prodotti, ovviamente nel rispetto di tutte le norme di sicurezza; l’opportunità di offrire il servizio di "asporto" per i clienti; il beneficio, come per i libri, della tassazione IVA agevolata al 4%, invece della attuale gravosa tassazione che ammonta al 22%.Chiediamo che anche i dischi vengano elevati, come in molti Paesi esteri, al rango di prodotti culturali, e tassati al 4%. Questo consentirebbe una ripresa per tutto il settore, particolarmente "dimenticato" dalle autorità e dall'opinione pubblica.

 


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Roberto Grigoletto

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