Giulia Bareato Perini, cent'anni di memoria
Il 17 ottobre compie un secolo la figlia della "signora del ghiaccio", testimone instancabile della storia degli internati militari. La festa in famiglia e, domenica 25 ottobre, nella parrocchia dei Santi Martino e Rosa
| Emanuela Da Ros |
CONEGLIANO - Cent’anni di altruismo, solidarietà, amore. Li festeggia una donna splendida, a cui – come siamo fortunati! – da tempo ci lega amicizia, affetto e simpatia. Giulia Bareato Perini, sabato 17 ottobre compirà cent'anni. Li festeggerà prima in famiglia, nella casa di Conegliano dove abita, e poi domenica 25 ottobre con la comunità della parrocchia dei Santi Martino e Rosa. Non è una scelta casuale: proprio davanti all'oratorio di San Martino sorgeva un tempo la fabbrica del ghiaccio della sua famiglia, dove Giulia è cresciuta.
Era nata nel 1926, ultima dei quattro figli di Manlio Bareato ed Emma Pegoraro, dopo Domenico, Ettore e Corinno. Nel 1928 i genitori avevano rilevato dalla Società anonima Frigorifera di Conegliano lo stabilimento che produceva ghiaccio per latterie, macellerie, pescherie e ospedali di Conegliano, Vittorio Veneto e Tarzo. Il ghiaccio viaggiava su un carretto trainato dal cavallo Nino, poi su un furgoncino con la scritta "Ditta Bareato Manlio & C.". Due anni dopo l'acquisto Manlio morì, investito da una delle poche automobili allora in circolazione. Emma, rimasta vedova a 45 anni con quattro figli, decise di non vendere e mandò avanti l'azienda da sola, in un'Italia in cui le donne non potevano ancora votare. La fabbrica restò attiva fino agli anni Sessanta, quando i frigoriferi entrarono nelle case. Emma visse fino a 104 anni e molti coneglianesi ricordano ancora i pezzetti di ghiaccio che regalava ai bambini, il gelato di allora.
Dalla madre Giulia ha preso la tempra. Lo si è visto nel modo in cui ha custodito un'altra storia, quella del fratello Corinno e del marito Bortolo Perini. Giovani ufficiali di prima nomina, l'8 settembre 1943 erano nella caserma di Pinerolo. Due giorni dopo arrivarono i carri armati tedeschi. Catturati e caricati sui carri bestiame, passarono per i lager di Luckenwalde, Przemyśl, Hammerstein in Pomerania, Norimberga e infine Meppen, dove furono liberati l'8 aprile 1945. Tornarono a casa solo a settembre, perché troppo debilitati per affrontare il viaggio. "Alla stazione di Conegliano c'ero io ad accogliere mio fratello e il suo amico Bortolo: abbracci e baci e da quel momento non ci siamo più lasciati", ha scritto Giulia l'anno scorso in una lettera spedita in occasione del 25 aprile al Corriere della Sera.
Da allora ha fatto della memoria degli internati militari italiani un impegno costante. Ha guidato l'associazione locale degli ex internati e nel 2012 ha ritirato in Prefettura a Treviso la medaglia d'onore assegnata al marito. Nel 2019 ha voluto al Museo degli Alpini di Conegliano una mostra che raccoglieva i nomi di oltre mille internati di Conegliano e dei comuni vicini, con lettere, cartoline, fotografie e documenti originali. All'inaugurazione, scrisse allora il giornale degli Alpini, parlò "con voce ferma e grinta invidiabile malgrado i suoi oltre novanta anni". Accanto alla storia c'è sempre stata la montagna. Iscritta al Cai da più di settantacinque anni, Giulia racconta che fu proprio durante una lunga camminata con gli amici verso il Col Visentin che Bortolo le chiese di sposarlo. Dal loro matrimonio sono nati Giuseppe e Giuliano. Giuseppe, che vive con lei a Conegliano, ha fatto del ghiaccio una passione di studio, occupandosi di glaciologia con l'Università di Padova: un filo che ricollega la famiglia alla vecchia fabbrica.
A Giulia, che compie cent'anni con la stessa lucidità con cui ha raccontato la sua storia e quella dei suoi cari, arrivano gli auguri della redazione e dei lettori di OggiTreviso e del Quindicinale.
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