20 giugno 2021

Treviso

Elezioni Regionali: analisi del voto

Il Veneto che esce dalle urne e le prospettive politiche nazionali

| Davide Bellacicco |

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| Davide Bellacicco |

elezioni regionali

TREVISO-Luca Zaia, Presidente uscente della Giunta Regionale del Veneto resterà in carica per altri cinque anni. Lo ha deciso il voto plebiscitario di ieri, che lo accredita al 50,08% (59,15% in Provincia di Treviso). Un successo su tutti i fronti se consideriamo anche la scissione avvenuta in casa Lega a seguito dei dissidi fra Salvini e Tosi. Il dato più rilevante è quello della Lista Zaia, la civica del governatore: con il 23,11% su base regionale avrebbe portato alla vittoria il Presidente anche da sola. La Lega Nord (17,77%) paga la presenza della civica e non sfonda (superando di poco il risultato delle altre regioni) ma supera comunque il dato delle europee. Un risultato abbastanza deludente, ma in parte pronosticato, per Forza Italia (5,08%): le continue fratture interne sul fronte nazionale, la limitata agibilità politica di Silvio Berlusconi e la concorrenza con Salvini sul fronte liberista e con Renzi su quello delle riforme si riflettono in percentuali che, condannando il partito alla subordinazione alla Lega, di fatto ripropongono gli antichi schemi del centro-destra quando, però, la forza trainante era proprio Forza Italia e gli alleati neocentristi erano le celebri “spine nel fianco” a cui non di rado l’ex premier fino a pochi giorni fa faceva riferimento: in Veneto la situazione è particolarmente accentuata. Si fermano al 2,57% i Fratelli d’Italia: la compagine della destra che raccoglie l’eredità politica di Alleanza Nazionale risente delle trasformazioni che Salvini sta apportando al leghismo, da movimento di autodeterminazione localista a destra nazionalista.  Probabilmente la nuova legge elettorale per le politiche faciliterà un percorso di sintesi che tenga conto di ciò che unisce le due forze, certamente molto più di quanto le divida.

Un dignitoso terzo posto per il Cinquestelle Jacopo Berti (11,87%), che con il suo risultato, sostanzialmente in linea con le aspettative, si associa al 10,41% ottenuto dalla lista del MoVimento. Sarebbe un bilancio entusiasmante se si considerasse solo l’ingresso in Consiglio Regionale dei primi eletti grillini, ma nel resto delle regioni le percentuali sono state anche nettamente superiori. Va detto, tuttavia, che non possiamo comparare le varie realtà dal momento che il M5S ha altrove felicemente risentito delle agitazioni interne agli schieramenti: in Liguria fra Giovanni Toti e la renziana Lella Paita o in Campania fra l’ormai celebre caso De Luca e l’uscente socialista Caldoro appoggiato dai forzisti e da un centro-destra compatto, non pochi hanno preferito un voto di protesta che “rompesse gli schemi”. Ad ogni modo, a livello nazionale prova superata, se pensiamo al rischio che Salvini erodesse il voto antisistema grillino.

Quanto alla candidata de “L’altro Veneto – Ora Possiamo”, espressione della sinistra radicale che non si riconosceva nella coalizione di centro-sinistra (0,90% e 0,75% alla lista), il risultato rispecchia le attese: la lista era sostenuta solo da una parte piuttosto esigua dell’area Rifondazione, che ha preferito, a seguito di una scissione, non confluire nella lista Veneto Nuovo. Va ad ogni modo registrato come quest’area non abbia mai storicamente ottenuto un significativo consenso nella nostra regione, tale da renderla determinante.

Onore al merito al candidato di Indipendenza Veneta, l’avvocato Alessio Morosin (2,51%), la cui lista raggiunge  il 2,50%. Non supera la soglia di sbarramento, fissata al 5% ma,  da solo doppia il consenso indipendentista delle Regionali 2010. Un movimento in crescita con istanze che non si limitano alla proposta referendaria. Sfonda in alcuni territori e svanisce in molti altri. Paga la presenza di Indipendenza Noi Veneto fra le fila di Zaia (2,69% e autentica sorpresa con i primi due seggi dichiaratamente indipendentisti conquistati nel riparto di quelli spettanti alla maggioranza), di Razza Piave-Veneto Stato Confederale con Tosi (0,18%, 0,36% nella Marca, trainato dalle 200 preferenze a Mirko Lorenzon), di Unione Nordest (0,60%) e della morettiana Progetto Veneto Autonomo (0,33%). Si consideri anche che lo stesso Zaia si è detto favorevole ad una eventuale consultazione popolare e questo erode consensi. Come evidente, la sommatoria del voto autonomista supera abbondantemente la soglia, ma le ragioni delle divisioni vanno ricercate proprio nelle diverse declinazioni e la diversa intensità che le liste danno quando si parla di autonomia, dall’indipendenza alla macroregione, passando per le ambizioni federali. Poco elegante la stampa e la tv nazionale a non concedere a questo candidato come agli altri la visibilità adeguata e necessaria quanto meno a capire come si origina quel pensiero secessionista perché certamente occorrerà interrogarsi sul perché più del 6% dei veneti ritengano che l’attuale rapporto con lo stato vada in qualche modo ritoccato.

Capitolo Alessandra Moretti. Una avventura indimenticabile fra convegni, incontri, assemblee e tanta voglia di fare. Infatti gli elettori del PD la ricorderanno molto bene, e ricorderanno anche la giornata di ieri,  magari un po’ come il cinque maggio per gli interisti, per chi ha dimestichezza con le similitudini calcistiche. Facili ironie a parte, ha avuto il merito di costruire una campagna sul rapporto con il territorio e i corpi intermedi, visitando tutti i comuni della Regione e avvalendosi di una squadra dallo spirito e dalle competenze invidiabili. Nel politichese da prima repubblica si parlerebbe del classico elefante che ha partorito un topolino, nel senso che hanno lavorato e molto, ma il risultato non è arrivato e non perché non hanno vinto, perché, diciamocelo, che Luca Zaia l’avrebbe spuntata tutto sommato lo si è sempre saputo, ma per come ha perso, 22,74% al candidato governatore e 23,39% come sommatoria di tutte le liste della coalizione. Insomma la metà delle europee dello scorso anno, per quanto male si riesca a comparare i dati. Cosa è accaduto? Se lo chiederà il PD. Possiamo avere qualche sospetto su tre punti dolenti: il primo si chiama scarso senso della coalizione, dominata dal PD al punto che le stesse civiche non hanno portato voti nuovi ma hanno pescato dal medesimo bacino; il secondo riguarda la lista autonomista che ha dato adito ad un fiume di polemiche per dichiarazioni dei candidati ben oltre i limiti del buon senso e che ha dato l’idea mediatica di una coalizione non di impresentabili ma di improponibili per la sinistra; il terzo ha un nome ed un cognome e coincide con il candidato governatore. Resteranno memorabili le massime di Ladylike sull’estetista, i rapporti con il mondo della televisione, un certo trasformismo politico, i tanti mandati elettorali mai portati a termine, le battute contro la sfidante alle primarie Rubinato, accusata di occuparsi “di suore, preti e famiglie cattoliche”. D’altronde il leitmotiv di questi mesi “ho sempre votato PD ma la Moretti proprio non ce la faccio “ lo abbiamo sentito tutti, ciascuno poi legittimamente condividendo o dissentendo. Va anche detto che dinnanzi alle telecamere la Moretti è sempre stata più ingessata che davanti ai militanti, e che la percezione della candidata un po' improvvisata non ha trovato molto riscontro laddove la si interrogava dove si sentisse a casa, ma l'elettore legge i giornali e ascolta la tv e tanto basta. Si dirà giustamente: è stata eletta con le primarie. Ecco, considerato  come si sia proiettato anche in Liguria un problema simile, forse è lì che va cercato il punto critico. Il centro-sinistra dovrà capire come fare in modo che l’utile e legittimo strumento delle primarie non lo indebolisca. Il PD, crollato in tutta Italia a causa degli scontri fra renziani e sinistra e per la dirompenza di un Salvini molto televisivo e aspro nelle parole e nei contenuti, oltre che per una serie di riforme poco gradite dal suo elettorato storico di riferimento, non può permettersi di vivere una simile situazione interna e nella corsa agli enti locali non regge quando anche a livello regionale qualcosa non va nel candidato (Paita, Moretti ma anche De Luca che vince per miracolo con i voti di un redivivo Ciriaco De Mita).

Risultato deludente per Flavio Tosi. All’11,86% su base regionale (un punto e mezzo circa in meno di quanto previsto dai più recenti sondaggi) fa da contraltare il misero 6,27% nella circoscrizione di Treviso. Ciò che manca è quasi esattamente ciò che in più guadagna nel trevigiano il coneglianese Luca Zaia e a poco sono valse le 1753 preferenze per il Presidente della Provincia Leonardo Muraro o le candidature di personaggi del calibro di Dino Boffo (1019) in Area Popolare. Con tutta probabilità  l’elettorato non ha colto le ragioni di fondo della coalizione: l’elettore di centro-destra non guarda mai favorevolmente a chi si separa dallo schieramento rischiando di far vincere la sinistra e il caso di Fini prima e di Angelino Alfano ora (il cui partito, anche insieme all’UDC, esce dalla tornata elettorale piuttosto sofferente, almeno al centro e al nord) ne è un valido indizio. D’altro canto anche l’elettorato centrista tradizionale è apparso timido e imbarazzato da una candidatura come quella del già leghista Tosi e da liste di fatto composte in massima parte da militanti e amministratori della medesima area politica. È evidente che occorrerà uscire quanto prima dall’ambiguità di un’area di mezzo che non è di centro ma di centro-destra, che si propone come alternativa alla Lega che è la prima forza della destra italiana e che repelle ogni riedizione locale dell’alleanza strategica con il centro-sinistra che invece caratterizza il governo nazionale. L’Italicum farà miracoli quanto a chiarezza: si tratta solo di capire se la legge elettorale nazionale sarà subita o sfruttata per generare una proposta organica. Le idee non mancano ma vanno ordinate. 

 



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