22 febbraio 2020

Esteri

Virus Cina, come fermare l'epidemia

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Virus Cina, come fermare l'epidemia

"L'unica spiegazione plausibile della portata dell'epidemia di nuovo coronavirus 2019-nCov a Wuhan è la trasmissione da uomo a uomo che si autoalimenta". E' l'analisi di un team di ricercatori dell'Imperial College London e a chiamarla in causa è il virologo italiano Roberto Burioni sul sito 'Medical Facts'.

 

"Stimiamo che, in media, ciascun caso abbia infettato altre 2,6 persone (intervallo di incertezza: 1,5-3,5) fino al 18 gennaio 2020. Ciò implica che con le misure in campo è necessario individuare e fermare oltre il 60% della trasmissione per essere efficaci nel controllo dell'epidemia". Quanto osservato dagli esperti britannici, ragiona lo specialista, "supporta i timori espressi" riguardo alla circolazione del nuovo virus cinese.

 

Burioni spiega come il lavoro degli epidemiologi sia "cruciale per permettere di pianificare gli interventi più efficaci per bloccare la diffusione" di un microrganismo, "ancora di più quando, come nel caso dell'epidemia in corso, si ha a che fare con numeri ballerini e, quasi certamente, lontani dalla realtà dei fatti", puntualizza l'esperto.

 

Gli scienziati dell'Imperial College London sono gli stessi che avevano prospettato la possibilità che il numero di casi fosse superiore a quello fino ad allora segnalato. Nella nuova analisi, approfondisce Burioni, è stato preso in considerazione lo scenario che sta emergendo "ovvero di un coronavirus che infetta e che dà pochi sintomi, o non ne dà affatto in alcuni soggetti infettati. Una situazione pericolosa, in quanto favorirebbe non poco la diffusione del virus". Dagli scenari prospettati dagli epidemiologi inglesi emergono due aspetti fondamentali, riepiloga il virologo: "L'epidemia potrà essere bloccata in Cina se sarà intercettato più del 60% dei soggetti infettati".

 

Questo, ragiona l'esperto, "può essere difficile da raggiungere all'atto pratico. La sola febbre, come segno clinico, per esempio, rischia di non essere sufficiente". "Altro aspetto importante - prosegue Burioni - è che anche i colleghi inglesi, alla luce dei loro calcoli, stentano a comprendere il perché l'Organizzazione mondiale della sanità non abbia ancora considerato quest'epidemia come una vera e propria minaccia sanitaria a livello globale. Questo soprattutto, e ritorniamo sempre lì, perché ancora sappiamo così poco sulle caratteristiche cliniche dell'infezione. Come dire? Ritorniamo al punto di partenza. Un cane, anzi un dragone che si morde la coda". Se la trasmissione continua allo stesso ritmo dipende attualmente dall'efficacia delle misure di controllo attivate in Cina e dalla misura in cui le popolazioni delle aree colpite hanno adottato comportamenti di riduzione del rischio, ragionano gli autori del lavoro.

 

"In assenza di farmaci antivirali o vaccini - precisano - il controllo si basa sulla tempestiva rilevazione e isolamento dei casi sintomatici. Al momento non è chiaro se questo focolaio possa essere contenuto in Cina. Le incertezze includono lo spettro di gravità della malattia causata dal virus e se i casi con sintomi relativamente lievi siano in grado di trasmettere il virus in modo efficiente. L'identificazione e la verifica di potenziali casi deve essere estesa fino a quanto è consentito dalla sanità e dalla capacità diagnostica dei test". "Oltre a monitorare l'evoluzione dell'epidemia - concludono gli scienziati britannici - è fondamentale che venga meglio compresa la portata della minaccia".

 

Attualmente infatti non si ha neanche "una stima attendibile del rapporto di mortalità dei casi", cioè la percentuale di casi che si concluderanno con un decesso. Tutte queste informazioni saranno fondamentali, secondo i ricercatori, per valutare l'impatto dell'epidemia sulla salute pubblica.

 

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