05 luglio 2020

Italia

Ucciso in un raid il cooperante Giovanni Lo Porto

Obama: "Mia responsabilità"

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Ucciso in un raid il cooperante Giovanni Lo Porto

Pakistan - Il cooperante italiano Giovanni Lo Porto (in foto) e un altro ostaggio americano Warren Weinstein sono rimasti uccisi in un raid Usa contro un compound di Al Qaeda lo scorso gennaio sul confine tra Afghanistan e Pakistan. Lo ha reso noto la Casa Bianca. Lo Porto era stato rapito in Pakistan nel 2012.

"Come presidente e comandante in capo io mi assumo la piena responsabilità delle operazioni anti-terrorismo", anche quella in cui "sono rimasti uccisi due innocenti tenuti prigionieri da al Qaeda", ha detto Barack Obama nella dichiarazione con cui ha presentato le "più profonde scuse" alle famiglie di Lo Porto e Weinstein.

"E' una verità molto cruenta, ovviamente la lotta contro il terrorismo comporta anche questi errori", ha sottolineato il presidente degli Stati Uniti. Obama ha poi voluto ricordare che "una delle cose che distingue l'America e ci rende eccezionali è proprio il nostro desiderio di andare avanti e soprattutto di imparare dai nostri errori". "Faremo il nostro meglio - ha assicurato - e soprattutto tutto il possibile affinché tutto questo non avvenga mai più e faremo il possibile per fermare la morte di innocenti vittime".

"L'esempio di Giovanni riflette l'impegno degli italiani, nostri grandi alleati ed amici, per la sicurezza e la dignità delle persone nel mondo", ha detto parlando dell'impegno umanitario del cooperante.

Obama ha personalmente informato ieri il presidente del Consiglio Matteo Renzi dell'uccisione dell'ostaggio. L’Unità di crisi ha immediatamente preso contatto con la famiglia Lo Porto per comunicare la triste notizia, come spiega palazzo Chigi.

"L’Italia porge le più sentite condoglianze alla famiglia di Giovanni Lo Porto”, ha dichiarato il premier. "Esprimo profondo dolore – aggiunge – per la morte di un italiano, che ha dedicato la sua vita al servizio degli altri. Le mie condoglianze vanno anche alla famiglia di Warren Weinstein”.


Giovanni Lo Porto, tre anni nelle mani dei rapitori


Su Giovanni Lo Porto, l'ostaggio italiano rimasto ucciso in un'operazione militare Usa dello scorso gennaio sul confine tra Afghanistan e Pakistan, non si avevano più notizie da tre anni.

Nato a Palermo 39 anni fa, Lo Porto era stato rapito in Pakistan il 19 gennaio 2012 insieme a un collega tedesco, Bernd Muehlenbeck. I due cooperanti lavoravano a Multan con la ong tedesca Welt Hunger Hilfe per un progetto a favore della popolazione in grave difficoltà dopo le devastanti alluvioni che avevano flagellato la zona di Kot Addu, nella provincia del Punjab.

Pochi giorni dopo essere arrivati a Multan, Lo Porto e Muehlenbeck sono stati sequestrati da un gruppo armato che aveva fatto irruzione nell'edificio dove lavoravano i cooperanti. Da allora di Giovanni si è saputo poco o nulla. Il sequestro è stato sempre attribuito a gruppi gravitanti nell'orbita di al Qaeda. I Talebani del Pakistan (Tehrek-e-Taliban Pakistan-TTP) hanno più volte negato di tenere in ostaggio i due europei.

L'ultima notizia, indiretta, su Lo Porto risale a dicembre 2012, quando venne diffuso un video nel quale era visibile solo Muehlenbeck: "Siamo in difficoltà. Per favore accogliete le richieste dei mujahidin. Possono ucciderci in qualsiasi momento. Non sappiamo quando. Può essere oggi, domani o tra tre giorni" diceva l'ostaggio tedesco. Ma il fatto che il collega di Lo Porto parlasse al plurale fece ipotizzare che anche il nostro connazionale fosse ancora in vita.

Muehlenbeck fu liberato in Afghanistan a ottobre del 2014, in seguito a un’operazione delle forze speciali tedesche. I sequestratori lo lasciarono davanti a una moschea alla periferia di Kabul.

I familiari di Lo Porto hanno sempre preferito mantenere il silenzio stampa sulla vicenda. Per questo motivo le uniche iniziative per chiedere la sua liberazione sono rimaste limitate al web, dove in passato era stato lanciato l'hashtag #vogliamoGiovannilibero. A novembre del 2013 era stata aperta anche una petizione su Change.org, indirizzata al presidente della Repubblica e al presidente del Consiglio chiedendo che Giovanni potesse tornare a casa.

 


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