28 ottobre 2021

Treviso

Treviso: chi scrive “fine” sull’università?

Divorzio accademico tra Ca’ Foscari e Cassamarca

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Treviso: chi scrive “fine” sull’università?

TREVISO - Sono passati più di dieci anni dall’apertura dell’Università nella città di Treviso: dopo 700 anni, il 18 ottobre 2001, la Marca ritornava ad essere un importante centro culturale grazie alla collaborazione tra la fondazione Cassamarca e i due atenei di riferimento, Padova e Venezia. Nove corsi aperti, la realizzazione di due sedi collegate da un ponte in legno: i corsi di Economia e Lingue, legati all’ateneo lagunare, installati nell’ex distretto militare e i corsi di Scienze Giuridiche e Medicina, posti sotto la giurisdizione del Bo’, distribuiti tra il Palazzo della Dogana e il palazzo dell’Umanesimo Latino

 

Tutto sembrava andare a gonfie vele, almeno fino a quando, le voci che, ormai, si rincorrevano in merito ad una situazione finanziaria non molto serena, sono divenute realtà sottoforma di una lettera fatta recapitare a Ca’ Spineda, agli inizi di gennaio, da Ca’ Foscari, nella quale il rettore Carlo Carraro esprimeva la completa rottura del suo ateneo con Cassamarca e consigliava il presidente De Poli di cercare nuovi interlocutori. Complice la crisi, il fatto che la Fondazione non incassi più liquidi da Unicredit da cinque anni e, probabilmente anche gli scialacqui del passato (De Poli si è ridotto solo quest’anno, dopo la rielezione fino al 2018, l’ammontare delle indennità da 500.000 a 350.000 euro, cosa che ha fatto arrabbiare non poco il consigliere comunale Bolzonello), fatto sta che il presidente De Poli è stato pesantemente accusato di inadempienze da Carraro che ha dichiarato che il debito ammonta a 12 milioni di euro. L’ateneo padovano che, in un primo momento, sembrava covare meno rancori e richieste nei confronti di Cassamarca ha, poi, fatto venire alla luce un debito altrettanto cospicuo.

 

La lettera del rettore Carraro è stata la risposta a due atteggiamenti di De Poli che non sono affatto piaciuti: per prima cosa, la mancata presa in considerazione dei tre rappresentanti dell’ateneo veneziano (tra i quali figurava anche Carraro) per la scelta del rappresentante di Ca’ Foscari nel nuovo consiglio direttivo della fondazione (alla quale era seguito il furioso commento dei vertici veneziani: «La nomina nel Consiglio di indirizzo di Fondazione Cassamarca come rappresentante dell'Università Ca’ Foscari di una persona al di fuori della terna indicata ufficialmente dall'Ateneo, come invece previsto dallo statuto della Fondazione, ci lascia indignati» afferma l'università.) e, in secondo luogo, il debito considerevole che la fondazione ha nei confronti dell’ateneo e che avrebbe dovuto essere in parte colmato con l’arrivo di 2 milioni per la fine del 2012 che, invece, si sono trasformati in soli 50.000 euro. De Poli (che abbiamo inutilmente tentato di contattare) si trincera dietro frasi ironiche (del genere: “I rettori a volte non si reggono.”), tentativi di giustificazioni (“La Fondazione vive sui dividendi della banca (Unicredit) e da cinque anni non ne riceviamo. Ci siamo arrangiati in ogni modo per rispettare tutti gli impegni. Salderemo tutto quando avremo i soldi. Sappiamo ogni cosa, ma quando e come pagare è un altro discorso.”) oppure dietro la minaccia di aprire ad altri poli universitari più disponibili (Trieste, Udine e Gorizia).

 

Il rischio che l’Università di Treviso chiuda è, però, concreto: sono 12 i milioni di euro totali che Cassamarca deve a Ca’ Foscari, rateizzati in 10 anni. Negli ultimi anni è stata sempre Ca’ Foscari a prendersi carico del sostentamento dell’ateneo trevigiano e a pagare sia gli spazi (definiti più volte dal rettore veneziano “troppo esigui”) che le strutture e, nonostante la recente vendita di Ca’ Tron al gruppo veronese della Cattolica che ha rimpinguato le casse della fondazione trevigiana di 80 milioni di euro, che giungeranno in tre tranche, il debito integrale che pesa su Cassamarca sfiora i 200 milioni di euro (molto difficili da reperire in tempi di crisi, considerando anche che, per legge, la fondazione è obbligata a patrimonializzare parte degli importi).

 

All’orizzonte rimane, quindi, il rischio che l’ateneo veneziano possa avvalersi del decreto ingiuntivo che potrebbe comportare il pignoramento dei beni del debitore. I rapporti tra Cassamarca e l’università di Venezia sono già molto compromessi e, anche nella stessa Marca Trevigiana, non è piaciuta la rielezione avvenuta questo dicembre del Presidente (il quale, secondo alcuni, rappresenta l’emblema della criticata gerontocrazia vigente) che è stato messo sul banco degli imputati anche dallo stesso governatore Zaia: “Gli do un consiglio: faccia tre passi indietro, passi la mano, azzeri tutto e dia il via una due diligence (la revisione pubblica di bilanci e conti fatta da terzi, ndr) per capire la reale condizione della Fondazione.” Nonostante questo le matricole trevigiane, nell’ultimo anno, sono raddoppiate e sono circa 2500 gli studenti che seguono le lezioni nel quartiere latino della città.

 

Treviso, come centro universitario, si trova, quindi, nella paradossale situazione di avere, da una parte, una buonissima affluenza, sempre crescente, di studenti e, dall’altra parte, una situazione finanziaria disastrosa e difficilmente risolvibile. Abbiamo cercato, quindi, di scoprire di più sulla questione ma lasciando parlare i ragazzi che di questa storia sono i veri protagonisti e, in casi estremi, potrebbero diventarne addirittura le vittime.

 

Daniele Brustolin (in foto), anni 21, al terzo anno di Commercio Estero, parla in questi termini dell’“ateneo” trevigiano: “Personalmente trovo Treviso molto meglio di Venezia: è una città relativamente piccola, ci si gira bene a piedi ed è anche pulita. Senza contare, poi, che le sedi universitarie sono tutte concentrate in Riviera, a due passi dalla stazione. Anche se qualche aula, a volte, risulta essere un po' piccola per tutti gli studenti che ci sono (da due anni la mia facoltà è diventata a numero aperto e, quindi si è passati da 130 studenti a 400 circa). Unica pecca: l’università è convenzionata con la mensa delle ferrovie, che, oltre ad essere veramente sperduta, a mio avviso è anche parecchio scadente.”

 

Vi sentite studenti di serie B rispetto ai vostri colleghi Veneziani?

Assolutamente no. Certamente, abbiamo strutture e servizi meno rodati dei loro, ma, tutto sommato, Commercio estero è sempre stato "lodato" come punta di diamante della facoltà di Economia. Peccato soltanto che lo stage all'estero, obbligatorio nel piano di studi, non sia più "finanziato" dall'università, ma sia diventato a carico dello studente. Scelta molto discutibile, ma ci si adegua. Come viene vissuto, tra i muri delle aule, quello che, ormai, viene chiamato l’Affaire Ca’ Foscari/Cassamarca? Le rette che aumentano (si parla di 1000 e rotti euro solo di prima rata) sono pesanti per tutti,soprattutto se non corrispondono ad un adeguato miglioramento dei servizi. In ogni caso, non è una faccenda molto sentita, il corpo studentesco è molto tranquillo, non ci sono manifestazioni o scioperi, diciamo che gli studenti sono molto diligenti e forse troppo buoni.

 

Quindi, sei contento di studiare a Treviso?

Personalmente studiare a Treviso è bello, è comodo da raggiungere e non mi pesa andarci come sarebbe invece con Venezia. E' chiaro che a tutto bisogna trovare un compromesso, magari aule e servizi non saranno come quelli di Venezia, ma il clima di tranquillità che c'è da noi non la sostituirei mai con niente.

 

L’apertura del numero chiuso per la facoltà di Commercio Estero è, però, vissuta male da molti altri, soprattutto perché all’ampliamento non è corrisposto un adeguamento degli spazi che restano esigui (si parla di soli 3 mila metri quadrati.) “Non mi trovo malissimo ma mi trovavo meglio durante il mio primo anno di corsi. Due anni fa c'era il numero chiuso. Ora i servizi e le aule che prima venivano usati da circa 160 studenti li usano più di 300 studenti. Inoltre, le aule sono messe male. A dicembre siamo stati due settimane in un'aula col riscaldamento rotto: prendere appunti col giubbotto addosso non è molto comodo! I proiettori funzionano raramente e anche i microfoni…” spiega Elena R., studentessa al terzo anno di Commercio Estero che, come molti altri ragazzi, spaventati dalla crescente politicizzazione del corpo insegnante, vuole restare anonima. Un ulteriore problema è, poi, la mancanza di attività extracurriculari (come conferenze, incontri, convegni, ecc) che, per ovvi motivi logistici, si svolgono tutte a Venezia.

 

Eleonora Piovesan, anni 21, è, invece, una rappresentante del polo padovano e studia al terzo anno di Giurisprudenza.

 

Come ti trovi a studiare a Treviso?

Studiare a Treviso non è male, ma ci sono alcune cose che potrebbero essere migliorate. Le aule, infatti, non sono per niente ergonomiche e a volte non risultano abbastanza capienti, per questo alcune lezioni si svolgono nel palazzo di Giurisprudenza. I professori sono molto disponibili e, a differenza di Padova, il rapporto con loro è maggiore. Esiste una mensa, ma è distante dalla sede e non la frequenta nessuno. I rappresentanti stanno cercando di ottenere convenzioni con altri bar ma non è facile. Inoltre, credo che qualsiasi altra persona rimarrebbe stupita venendo a scoprire che il palazzo di fronte alla nostra sede è una biblioteca crollata, mai rimessa in sesto. Alla sede, inoltre, non sono state apportate modifiche da quando il numero di iscrizioni è diventato aperto e quasi tutti gli studenti risentono dell’esiguità degli spazi.

 

E del debito che Cassamarca ha nei confronti dei due atenei a cui è legata cosa mi dici?

All'inizio la situazione sembrava abbastanza preoccupante, ma poi ci hanno fatto capire che non hanno intenzione di chiudere. Inoltre, se Cassamarca non riesce ad adempiere ai suoi doveri, si possono trovare altri partner. Forse, però, l'università avrebbe potuto pensarci prima che si arrivasse a questo punto.

 

Consiglieresti alle future matricole di studiare a Treviso?

Non vedo perché se una persona fosse interessata ad un corso di studi offerto a Treviso non dovrebbe iscriversi: la didattica, almeno per il mio corso, è buona. Io sono felice di aver scelto il mio corso due anni fa. Mi dispiace però che abbiano tolto la cosa caratterizzante, ovvero lo stage all'estero. Se due anni fa l'offerta formativa non l’avesse compreso, probabilmente sarei andata a Venezia.

 

Molto meno ottimista la visione di Barbara S. che, arrivata al III anno di Giurisprudenza e felice della sua scelta, teme che non le sarà possibile terminare gli studi a Treviso: “Sì, temiamo di non poter continuare gli studi nella sede che ormai è diventata nostra, però, più di tutto, siamo consapevoli che la cattiva pubblicità che viene perpetrata a danno della nostra sede, considerata da sempre come futile e sacrificabile, e la precarietà che deriva da queste continue polemiche, stanno scoraggiando gli studenti che vorrebbero iscriversi a Treviso ma ai quali non viene data una certezza per il futuro. Spero che la fondazione trovi i beni per adempiere ai suoi obblighi e, nel caso in cui non lo faccia, l'edificio venga affidato a un altro ente che intende investire nell'istruzione.”

 

Il conto di Cassamarca è in rosso e lo rimarrà, certo, per molto, ma è significativo scoprire che, probabilmente grazie ai notevoli sacrifici dei due atenei veneti di riferimento, gli studenti non risentono minimamente della guerra che è in corso tra il rettore Carraro e il Presidente De Poli. La crisi finanziaria, almeno per ora, non si sta trasformando in una sconfitta culturale e il centro universitario di Treviso, nonostante le notevoli inadempienze da parte di coloro che dovrebbero impegnarsi a tenerlo in piedi, rimane ugualmente vivo e apprezzato. Quale sarà il futuro di questi frequentatissimi nove corsi di laurea?

 

Laura Pagura

 


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