03 agosto 2021

Treviso

Tre donne uccise nello stesso giorno. Femminicidio lontano da sconfiggere

Rita Giannetti, psicoterapeuta, è la presidente del Centro antiviolenza di Treviso: "Alle donne diciamo di non auto isolarsi ma di parlarne con qualcuno. Sperare di redimere il compagno è una una utopia

| Roberto Grigoletto |

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Tre donne uccise nello stesso giorno. Femminicidio lontano da sconfiggere

TREVISO - 22 febbraio 2021. Genova: Clara Ceccarelli uccisa a coltellate (100) dal marito. Pavia: Lidia  Peschechera strangolata dal compagno. Trento: Deborah Saltori trucidata dal marito a colpi di accetta. Tre vittime di femminicidio, a poche ore di distanza di una giornata nefasta di questo mese di febbraio ancora in piena pandemia da varianti. Una data che non potrà essere commemorata e basta. La strada da percorrere è ancora lunga. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Rita Giannetti, psicologa e psicoterapeuta, presidente del Centro anti violenza di Treviso. Istituito trentatré anni fa, conta su una èquipe di quattro operatrici per l’accoglienza, tre psicologi, cinque avvocatesse e sulla collaborazione di alcuni commercialisti che offrono consulenze gratuite per problemi di tipo economico. Il recapito è: 0422 583022.

Tre donne uccise in uno stesso giorno: c’entra il Covid?

Il numero dei femminicidi purtroppo è sempre elevato. Anche i recenti omicidi sono l’esito finale di storie di donne che spesso, dopo aver sportò denuncia, non trovano risposte adeguate sul territorio rispetto alla loro protezione.

Ma lockdown, limitazioni agli spostamenti e convivenza forzata non stanno forse facendo esplodere conflittualità e scontri?

Certamente trascorrere molte ore e settimane in casa, magari in smartworking, accanto ai loro maltrattanti, e quindi limitate possibilità di spostamento, pone le donne in un contesto di oggettivo pericolo.

Immaginiamo siano aumentate le richieste di aiuto al Telefono rosa nel lockdown della primavera scorsa.

E invece è vero il contrario: gli accessi sono diminuiti proprio perché non erano mai sole in casa. Quando però hanno capito che potevano contattare il nostro centro anche attraverso altre modalità, come la pagina Fb, i contatti sono ripresi. Anche grazie all’intervento di terzi?

Ossia?

Molto frequentemente le segnalazioni giungono fa parenti, amici e colleghi di lavoro. In altri casi, quelli più gravi, dal Pronto soccorso e dalle forze dell’ordine.

La rete sociale in pandemia è ancora più importante?

È chiaro che rimanere a lungo soltanto dentro a un contesto familiare malato, senza la possibilità di frequentare colleghi di lavoro amici parenti, sviluppa conflitti tra coppie che spesso degenerano in violenza.

Quante sono state le donne che avete preso in carico come Centro anti violenza nel 2020?

189, per ognuna delle quali abbiamo valutato un grado di rischio dal basso al medio/alto a quello elevato. Alcune sono state messe in protezione, per consentire una fuoriuscita dal percorso di violenza. In 67 hanno anche sporto denuncia alle forze dell’ordine.

Le richieste di aiuto o anche di informazione quante sono state nell’anno della pandemia?

335, molte delle quali per sapere cosa fare e a chi rivolgersi nel caso di una violenza.

Si riesce a tracciare un identikit delle donne vittime di violenza?

L’età media è tra i 40 e i 50 anni. Di anno in anno aumenta però la percentuale di donne tra i 18 e 30. Fascia d’età che contempla la presenza di figli, vittime a loro volta di violenza assistita, quella del padre nei confronti della madre. La metà delle donne vittime di violenza lavora e questo sarebbe auspicabile per tutte perché l’autonomia economica favorisce sicuramente la fuoriuscita dal percorso di violenza. Molte le donne straniere: nord Africa, Centro America, est europeo.

Non solo di violenza fisica si tratta, vero?

La violenza subita è sessuale, economica; poi c’è lo stalking e le molestie sul luogo di lavoro. Ma è soprattutto violenza psicologica, dichiarata dalla quasi totalità delle donne che hanno chiesto aiuto.

Come Centro anti violenza che cosa mettete in campo?

I gruppi di mutuo aiuto, che durante la scorsa estate abbiamo organizzato all’aperto in villa Margherita. Poi un primo supporto psicologico e la consulenza legale.

Di cosa c’è bisogno soprattutto?

C’è da fare ancora un grande lavoro culturale e sociale affinché il concetto di violenza di genere possa essere scardinato.

Qual è la raccomandazione alle donne che subiscono violenza?

Di non rimanere sole e in silenzio. Se non se la sentono di di rivolgersi subito a un Centro anti violenza, ne parlino con qualcuno, un’amica, un parente. La violenza si coltiva nell’isolamento totalizzante.

Perché invece molte donne scelgono di non domandare aiuto?

Perché pensano di riuscire a redimere il proprio compagno. Ma si sbagliano, purtroppo. D’altro canto è una scelta, quella di farsi aiutare a uscirne, che ciascuna donna deve maturare da sola, auto determinandosi.

 


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Roberto Grigoletto

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