28 settembre 2021

Cronaca

Scandalo Vaticano, cardinale Becciu a giudizio con altri 9

Dopo l'inchiesta partita dallo scandalo del palazzo di Sloane Avenue a Londra, processo al via il 27 luglio prossimo: a giudizio anche quattro società, una riconducibile alla 'dama del Cardinale' Cecilia Marogna

|

|

Scandalo Vaticano, cardinale Becciu a giudizio con altri 9

ITALIA - Dieci persone, tra cui l'ex Sostituto della Segreteria di Stato Angelo Becciu (per il quale il Papa ha dato l'assenso il 19 giugno scorso), il suo ex segretario monsignor Mauro Carlino e la sua donna di fiducia Cecilia Marogna, i finanzieri Raffaele Mincione e Gianluigi Torzi, l'ex direttore dell'Aif, Tommaso Di Ruzza e il presidente René Brulhart, per cui però si procede separatamente, l'ex gestore delle finanze vaticane Enrico Crasso, l'avvocato Nicola Squillace, oltre a quattro società, una della Marogna e le altre tre riconducibili a Crasso. Sono i soggetti per i quali il Tribunale Vaticano ha emesso il decreto di citazione a giudizio - che l'Adnkronos ha potuto visionare - nell'ambito dell'inchiesta vaticana scaturita dall'acquisto del palazzo di Sloane Avenue a Londra e che saranno processati il 27 luglio prossimo. Un'inchiesta che ha fatto emergere una serie di operazioni speculative finanziate anche con i soldi per i poveri nella diretta disponibilità del Papa, quelli dell'Obolo di San Pietro, portando a perdite milionarie per la Santa Sede. In particolare, delle quattro società, una è la Logsic Doo della manager sarda Marogna, mentre le altre tre, riconducibili a Crasso, sono la Sogenal, la Prestige family office Sa, entrambe con sede a Lugano, e l'Hp Finance con sede a Miami.

 

Tutto comincia dagli investimenti (a perdere, secondo i magistrati) fatti dalla segreteria di Stato con Raffaele Mincione e dall'idea del Vaticano di uscire dall'impasse e chiudere i rapporti con il finanziere italo-svizzero lasciando a lui la parte mobiliare e dirottando i soldi investiti nell'acquisto dell'immobile di Sloane Avenue a Londra. Per Mincione le accuse sono di appropriazione indebita, truffa e autoriciclaggio per avere tra l'altro attribuito all'immobile di Londra "il valore, del tutto ingiustificato, di 230 milioni di sterline a fronte di una valutazione di poco precedente pari a 129 milioni", si legge nella citazione a giudizio, e per avere ottenuto "un ingiusto profitto con danno per la Segreteria di Stato per un importo complessivo di 78,9 milioni di euro" per consentire alla Santa Sede di uscire dalle operazioni reputate non più convenienti. Becciu, Mincione, Crasso e Tirabassi sono accusati poi di peculato in concorso perché, si legge nel decreto di citazione in giudizio, "si appropriavano, convertendola a proprio profitto, e, comunque, consentivano che altri se ne appropriassero, di parte delle liquidità versate dalla Segreteria di Stato nel fondo Athena di Mincione, per un ammontare complessivo (alla data del 28-2-2014) di 200,5 milioni di dollari ottenuto "ricorrendo ad una complessa architettura finanziaria (c.d. credit lombard), consistita nella concessione di linee di credito da parte di Credit suisse e Bsi a fronte della costituzione in pegno di valori patrimoniali per un importo non inferiore a 454 milioni di euro posseduti dalla Segreteria di Stato medesima e derivanti, in gran parte, dalle donazioni dell’Obolo di San Pietro".

 

Becciu, Mincione, Crasso e Tirabassi sono accusati anche di abuso d'ufficio perché avrebbero approvato l'investimento immobiliare per 100 milioni di dollari nel fondo Athena di Mincione (che peraltro sarebbe dovuto passare per l'Apsa), "senza alcuna preventiva verifica del contraente e senza alcuna precedente attività istruttoria", e ciò nonostante le "informazioni all'epoca disponibili che avrebbero dovuto indurre a dubitare della affidabilità di Mincione" (compresa un’informativa della Gendarmeria vaticana), e di peculato per aver disposto che "somme vincolate a finalità di carità venissero impiegate per attività altamente speculative e, comunque, contrarie a quelle per le quali esse erano state raccolte presso i fedeli" e per aver consentito e reso possibile "l’acquisto di un bene (il Palazzo di Londra) a condizioni inique e gravemente dannose per la Segreteria di Stato a beneficio della parte alienante, tenuto conto dell’effettivo valore di mercato del bene e della ingiustificata plusvalenza procurata alla medesima parte alienante riconducibile a Mincione". Crasso, Mincione, Tirabassi e Torzi sono poi accusati dai magistrati vaticani di peculato in relazione alla triangolazione sul palazzo di Londra, avendo concluso lo Share Purchase Agreement con Gutt Sa (società di diritto lussemburghese facente capo a Gianluigi Torzi) e con Athena real estate & special situations fund 1, "senza alcuna preventiva istruttoria sulla fattibilità giuridica e sulla convenienza economica dell’operazione", con "un esborso complessivo, per la Segreteria di Stato, di oltre 350 milioni di euro per conseguire la piena proprietà di un bene di valore notevolmente inferiore", il palazzo di Londra, appunto, che era stato "acquisito dal precedente proprietario (la società Time and Life Sa controllata da Mincione), in data 18-12-2012, al prezzo di appena 129 milioni di sterline". Leggendo il decreto di rinvio a giudizio emerge che a Crasso e Tirabassi viene contestata anche la corruzione per aver sollecitato, "direttamente o indirettamente, o comunque accettato l'offerta o la promessa", dal ceo di Credit Suiss London Investmant banking e da Raffaele Mincione di "un indebito vantaggio - anche sotto forma di commissioni, provvigioni e fee - per sé e per altri, per compiere o per aver compiuto atti posti in essere per conto della Segreteria di Stato". A Crasso e Tirabassi nel decreto viene contestata la corruzione anche per aver, rispettivamente, "promesso, offerto, procurato o conceduto, direttamente o indirettamente" il primo e sollecitato o comunque accettato il secondo "denaro ed oggetti di valore, viaggi e soggiorni", per "compiere o per aver compiuto, per omettere o ritardare o per aver omesso o ritardato un atto del loro ufficio e per compiere o per aver compiuto un atto contrario ai doveri di ufficio". Entrambi, secondo i magistrati vaticani, avrebbero poi sollecitato 'prebende' a Torzi perché gli fosse attribuita la gestione dell’immobile di Londra entrato nella disponibilità della Segreteria di Stato. Mentre al solo Tirabassi viene contestata la richiesta di provvigioni e 'management fee' in relazione ad alcuni investimenti della Segreteria di Stato. A Torzi, Tirabassi, Crasso e Squillace viene contestata la truffa poi in relazione all'operazione che ha portato la segreteria di Stato, nella persona di monsignor Alberto Perlasca, per uscire dal fondo Athena di Mincione, a sottoscrivere i due accordi (Framework Agreement e Share Purchase Agreement) con la Gutt Sa di Torzi, consentendo al banker di trattenere 1.000 azioni con diritto di voto che di fatto impedivano alla Segreteria di Stato, nonostante in possesso di 30.000 azioni senza diritto di voto, di disporre dell’immobile di Londra, tanto che per acquisirlo, tra aprile e maggio 2019, la Segreteria di Stato ha dovuto corrispondere a Torzi, "senza alcuna valida ragione giuridica ed economica, la somma di 15 milioni di euro". A Squillace e Torzi i magistrati pontifici contestatano l'appropriazione indebita perché, abusando del possesso fiduciario delle azioni della Gutt Sa, si sarebbero appropriati di 900.000 sterline "a titolo di corrispettivo previsto da un 'Advisory Agreement' tra la 60 SA e la Sunset Enterprise Ltd, avente ad oggetto la ristrutturazione dei debiti in capo alla 60 SA, mai approvato dalla Segreteria di Stato" e di 224.640,00 sterline trasferite a Squillace "dal conto della 60 SA Limited" a titolo di corrispettivo di attività di consulenza legale che, secondo i magistrati vaticani, in realtà non sarebbero mai state rese alla 60 Sa Limited e che, comunque, sono state disconosciute dalla Segreteria di Stato essendo Squillace "legale di Gianluigi Torzi ed avendo posto in essere prestazioni professionali nell’esclusivo interesse di quest’ultimo".

 

A vario titolo a Squillace e Torzi vengono contestati anche il riciclaggio e l'autoriciclaggio. A Carlino, Crasso, Tirabassi e Torzi viene poi contestata l'estorsione in relazione ai 15 milioni di euro versati dalla Santa Sede a Torzi per rimettere le mille azioni con diritto di voto di Gutt Sa, dopo una trattativa che ha visto coinvolti diversi emissari della Segreteria di Stato e che ha portato il banker molisano ad avanzare le sue richieste perfino a margine di un incontro con il Papa il 26 dicembre 2018. All'ex direttore dell'Aif, Tommaso Di Ruzza, in concorso con Carlino e Tirabassi, e con l'ex presidente René Brulhart per cui si procede separatamente, viene contestato l'abuso d'ufficio tra l'altro perché nonostante avessero avuto notizia dell’operazione con Gutt Sa, che, scrivono i magistrati vaticani, "per natura, complessità, rilevanza dell’importo e tipologia dei soggetti coinvolti, doveva considerarsi sospetta", avrebbero omesso "di denunciare il tentativo, prima, e la consumazione, poi, dell’estorsione commessa da Gianluigi Torzi". Inoltre, il 18 aprile 2019 avrebbero di fatto dato il via libera all'operazione con una lettera alla Segreteria di Stato e allo studio legale inglese Mishcon De Reya "con la quale informavano che l’operazione era stata ristrutturata dalle parti e che alle nuove e rinnovate condizioni essa si sarebbe potuta concludere". Infine, perché, "avendo appreso che la Segreteria di Stato stava eseguendo a Gianluigi Torzi, soggetto sul conto del quale aveva ricevuto, su sua richiesta, dalla FIU-IT in data 28-3-2019 segnalazioni negative, il pagamento di una somma di 15 milioni di euro verso società in Paesi con i quali è difficile la collaborazione a livello giudiziario e che tali somme, in tutto o in parte, non erano dovute, omettevano di disporre il blocco preventivo delle somme". A Di Ruzza viene contestato anche il peculato in relazione a spese voluttuarie per 23mila euro pagate con le carte di credito dell'Aif tra il 2015 ed il 2019 (spese di ristorante, di noleggio di imbarcazione, di acquisto di biglietti aerei, ferroviari e presso strutture alberghiere).

 

Tra le accuse nei confronti di Becciu, anche la subornazione, per aver tentato di spingere mons. Alberto Perlasca a ritrattare le sue dichiarazioni accusatorie, attraverso il vescovo di Como, Oscar Cantoni, suo superiore gerarchico al quale Perlasca era legato dal vincolo di obbedienza, e l'abuso d'ufficio per aver dato l'ok "alla creazione del fondo immobiliare Uk Opportunities finalizzato alla acquisizione di quattro veicoli societari a loro volta titolari dei diritti di proprietà di immobili di alto pregio siti in Londra e vincolando la Segreteria di Stato al pagamento di commissioni in misura ingiustificata, così impiegando risorse pubbliche per finalità estranee a quella della Segreteria di Stato". All'ex numero due della Segreteria di Stato, in concorso con Tirabassi, viene poi contestato il peculato, per aver ordinato il pagamento di 700mila sterline da parte di una società di Jersey amministratrice delle società riferibili alla Segreteria di Stato nei confronti di una società riconducibile ad Alessandro Noceti nonostante la segnalazione dell'Aif. Il peculato viene contestato a Becciu anche in concorso con la Marogna, in relazione ai 575mila euro versati alla società della manager e che sarebbero stati da lei utilizzati per acquisti voluttuari incompatibili con le finalità impresse dalla Segreteria di Stato all’atto dell’affidamento, e per aver dato "disposizioni ai competenti uffici della Segreteria di Stato, affinché eseguissero più versamenti di importo non inferiore a 225.000 euro alla Cooperativa Spes Coop Sociale a R.L. legalmente rappresentata dal fratello Antonino Becciu, attingendo dalle disponibilità della Segreteria di Stato". Per Crasso l'accusa è di truffa in relazione anche ad altre quattro vicende oltre a quella che concerne Torzi. La prima operazione riguarda il preliminare per la cessione di alcune proprietà immobiliari in Via Gregorio VII a Roma "al prezzo concordato pari a 3,8 mln euro, a fronte di un valore effettivo di 1,3 mln euro", che Crasso, gestore del fondo Centurion, avrebbe concluso con la società Investimenti immobiliari sportivi spa, della quale è a sua volta gestore, nonostante pochi giorni prima in una lettera la Segreteria di Stato avesse manifestato la volontà di preventivamente autorizzare gli investimenti effettuati con le proprie risorse. La seconda operazione riguarda invece la sottoscrizione di un’obbligazione con Hp Finance, società a lui riferibile, "attraverso la veicolazione di informazioni ingannevoli" e la "omissione di informazioni indispensabili per il corretto processo di formazione della volontà (quale la effettiva destinazione delle somme e l’effettivo soggetto economico di riferimento della Hp Finance LLC)". La terza operazione per cui viene contestata la truffa riguarda l'acquisto da parte della Segreteria di Stato di azioni della Welcome Italia Spa e di quote del Fondo Ariel della Polis Sgr, che avrebbero procurato a Crasso, secondo i magistrati vaticani, "profitti ingiusti, di importo non inferiore a euro 5.000.000, con grave danno alla Segreteria di Stato". Infine, per Crasso l'accusa è di truffa e di falso materiale di atto pubblico commesso dal privato e falso in scrittura privata in relazione alla sottoscrizione di 3 acquisti di obbligazioni Dexiafin municipal agency. Secondo gli inquirenti vaticani il consulente vaticano avrebbe alterato la documentazione cartacea e in particolare i prospetti contrattuali proprio per convincere la Segreteria di Stato a concludere l'operazione. Anche a Crasso poi sono contestati il riciclaggio e l'autoriciclaggio per aver incassato con la Prestige Family Office Sa una plusvalenza di 1,7 mln di euro ottenuta dalla cessione delle quote di capitale della Welcome Italia spa alla Segreteria di Stato.

 



vedi tutti i blog

Grazie per averci inviato la tua notizia

×