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28 novembre 2021

Saviniani di tutto il mondo, unitevi

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Luca Barbirati | commenti |

Quando mi chiedono di parlare di Ritorno all'ordine, osservo sul volto dei miei interlocutori sempre una strana espressione. La mera curiosità per la storia dell'arte è sempre accompagnata da altre emozioni: sdegno, per lo più, in chi si professa di sinistra; soddisfazione, invece, in coloro che si reputano di destra. Anche la mia espressione, tuttavia, non rimane a lungo impassibile, tingendosi di simpatia e di ilarità. Entrambi i miei interlocutori, infatti, commettono la stessa approssimazione. Considerano fascista tutta l'arte commissionata e realizzata in Italia tra le due guerre. Questo pregiudizio è certamente falso e fuorviante. Il compito principale della nutrita schiera di artisti e scrittori che sentirono necessario un senso di ordine è stato quello di ridefinire il concetto di moderno, superando l'ideologia dell'avanguardia e la sua falsa rivoluzione liberatrice. Negli intellettuali nati tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, ritornare all'ordine significava far fronte allo sfacelo esistenziale che avevano vissuto durante il primo conflitto mondiale. È interessante osservare il rapporto tra la prima guerra mondiale e l'esperienza futurista, ed è Giorgio De Chirico a suggerirne una prospettiva di connessione, in un articolo del 1919 apparso sulla rivista “Valori Plastici”: credo che il futurismo sia stato necessario all'Italia quanto lo è stata la guerra; è venuto come la guerra perché era destino che venisse, ma ne avremmo benissimo potuto fare a meno. […] il futurismo non ha sbarazzato nulla e non ha liberato nessuno; i pittori liberati dal futurismo sono simili agli uomini purificati dalla guerra: non esistono. L'io poetico che aveva spinto molti giovani intellettuali a celebrare la guerra e a partire soldati per il fronte, è lo stesso che negli anni immediatamente successivi chiedeva precisi riferimenti posizionali. Alle vertigini del volo preferiva la terra, alle “mutilazioni” il senso nazionale. Parlando di Ritorno all'ordine, emerge un'altra ambiguità se si considerano le fonti e i protagonisti che vi presero parte. È impensabile aggirarsi tra le ideologie del primo Novecento senza leggere le moltissime riviste, fogli e manifesti che furono ideati. Se in letteratura, per comprendere il “ritorno”, è fondamentale l'esperienza dei sette savi che animarono “La Ronda” (Baldini, Caldarelli, Cecchi, Bacchelli, Montano, Barilli e Saffi); per le arti figurative bisogna rifarsi alle pubblicazioni, volute da Mario Broglio e dalla moglie Edita Walterowna, di “Valori Plastici”. All'interno di questa rivista è nato e si è sviluppato uno dei più interessanti dibattiti sul classicismo e sulla sua modernità. Molti i collaboratori che vi presero parte: Carlo Carrà, i fratelli De Chirico, Filippo De Pisis, Roberto Melli, Giuseppe Raimondi, Italo Tavolato e Ardengo Soffici. Artisti molto diversi tra loro, ma che avevano un obiettivo comune: affermare il primato del classico sul contemporaneo e dell'arte italiana sui forestierismi europei. Tra le esperienze più acute emerge l'italianismo di Carrà, condiviso anche da Mario Sironi e da Soffici. Il concetto di classico, in Carrà, è legato al recupero delle origini della tradizione italiana, in particolare a quella di Giotto e del Quattrocento. Chi abbandona il senso delle cose ordinarie, scrive Carrà, precipita nell'oblio e nell'assurdo. È la semplicità dell'ordinario che rivela lo stato superiore dell'essere, che costituisce tutto il segreto fasto dell'arte ('Pittura Metafisica'). In Carrà è presente e viva un'istanza storica di prassi etica ed estetica che chiede un preciso impegno dell'artista nei confronti del proprio tempo. Secondo De Chirico, invece, il pittore deve ritornare al mestiere, ossia riferirsi alle leggi eterne - astoriche, quindi anche contemporanee! - dell'arte. Il padre della Metafisica guardava a Nietzsche e alla sua concezione ciclica della storia. Tuttavia è il fratello, Alberto Savinio, a scrivere le parole più illuminanti su cosa sia il ritorno all'ordine, su come si debba intenderlo e perché sia necessario - tutt'oggi! - farne tesoro e vessillo. La modernità saviniana non ha niente a che vedere col progresso storico secondo cui ciò che viene dopo è preferibile a ciò che è stato. Superata la linearità temporale e tutte le ideologie che la presuppongono, le cd. avanguardie, il movimento davvero liberatorio appare quello di attraversare la complessa stratificazione dei significati. Con Savinio: Il classicismo non è ritorno a forme antecedenti, prestabilite e consacrate da una epoca trascorsa: ma è raggiungimento della forma più adatta alla realizzazione di un pensiero e di una volontà artistica – la quale non esclude affatto le novità di espressione, anzi le include, anzi le esige ('Fini dell'arte'). Saviniani di tutto il mondo, unitevi!



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