30 settembre 2020

Cronaca

Public company e controllo a Cdp: così Aspi cambia pelle

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Public company e controllo a Cdp: così Aspi cambia pelle

Un cambio di pelle con il ritorno al pubblico. Dopo 21 anni, il futuro di Autostrade, controllata da Atlantia, è quello della public company: una società che avrà come azionista di maggioranza Cassa Depositi e Prestiti mentre la famiglia Benetton farà un passo indietro per una progressiva uscita fino a scendere a una quota che non dovrebbe andare oltre l'11%.

 

Un percorso che il Governo, nel corso di una riunione fiume del Consiglio dei ministri notturno, ha messo nero su bianco, sia per quel che riguarda il futuro assetto societario sia per quel che riguarda gli aspetti dell'accordo transattivo, dagli esborsi compensativi al nuovo quadro tariffario, che, una volta accettato dalla società, allontana lo spettro di una revoca della concessione. Tappa dopo tappa è pronta la road map per il ritorno di Autostrade sotto l'ala pubblica. Atlantia e Aspi si sono impegnate a garantire l’immediato passaggio del controllo di Aspi a un soggetto a partecipazione statale, appunto Cdp. Questo avverrà attraverso la sottoscrizione di un aumento di capitale riservato da parte di Cdp; l’acquisto di quote partecipative da parte di investitori istituzionali; la cessione diretta di azioni Aspi a investitori istituzionali di gradimento di Cdp, con l’impegno da parte di Atlantia a non destinare in alcun modo tali risorse alla distribuzione di dividendi.

 

Altro passaggio è la scissione proporzionale di Atlantia, con l’uscita di Aspi dal perimetro della holding e la contestuale quotazione di Aspi in Borsa. Gli azionisti di Atlantia valuteranno la smobilizzazione delle quote di Aspi, con conseguente aumento del flottante. In alternativa, Atlantia ha offerto la disponibilità a cedere direttamente l’intera partecipazione in Aspi, pari all’88%, a Cdp e a investitori istituzionali di suo gradimento. Per Cdp si profila quota fino al 33%, ma resta il nodo del valore della società Se questi sono i passaggi, la partita cruciale si giocherà sui numeri, quelli del valore di Aspi: è questo il vero nodo che dovrà ora essere sciolto e che darà il peso di tutta l'operazione.

 

Una possibile cifra è quella di 11 miliardi, ma, appunto, è tutta da verificare. Quello che è certo è che, a valle dell'operazione, viene rivoluzionata la catena societaria con Edizione che diventerà azionista di minoranza. La holding della famiglia di Ponzano Veneto detiene ora direttamente il 30% di Atlantia, la holding infrastrutturale che, a sua volta, controlla l'88% di Aspi. Nel capitale di Aspi anche Allianz, e Silk road per una quota complessiva del 12%. E mentre si cominciano a fare i conti, l'interesse si punta sui possibili nuovi investitori che potrebbero scendere in campo. Cdp, in primis, il cui intervento avverrà nel pieno rispetto dei termini previsti dallo Statuto.

 

Fondamentale sarà il partner industriale. Già circolano i nomi di soggetti di peso. Ieri il fondo australiano Macquarie conferma il proprio interesse all'operazione dove fondamentale, spiegano fonti finanziarie, è proprio la presenza di Cassa Depositi e Prestiti, considerato un presidio di tutela dell'interesse pubblico e, per questo, deve avere ampi poteri di vigilanza, controllo e indirizzo mentre Macquarie metterebbe in campo il suo know how in materia di gestione di infrastrutture autostradali. Australiani ma anche americani. Anche un fondo del calibro dello statunitense Blackstone sarebbe interessato al dossier.

 

Ma oltre al valore, fondamentali sono gli aspetti contemplati nell'accordo transattivo: misure compensative ad esclusivo carico di Aspi per il complessivo importo salito a 3,4 miliardi di euro; riscrittura delle clausole della convenzione al fine di adeguarle all’articolo 35 del decreto-legge “Milleproroghe” ; rafforzamento del sistema dei controlli a carico del concessionario; aumento delle sanzioni anche in caso di lievi violazioni da parte del concessionario; rinuncia a tutti i giudizi promossi in relazione alle attività di ricostruzione del ponte Morandi, al sistema tariffario, compresi i giudizi promossi avverso le delibere dell’Autorità di regolazione dei trasporti e i ricorsi per contestare la legittimità dell’art. 35 del decreto-legge “Milleproroghe”; accettazione della disciplina tariffaria introdotta dall’Art con una significativa moderazione della dinamica tariffaria".

 

La decisione del Consiglio dei ministri chiude anche una pagina di storia, aperta nel 1999 con la privatizzazione di Autostrade, aggiudicate dalla cordata guidata da Schemaventotto (Edizione Partecipations di Gilberto Benetton al 60%, Fondazione Crt con il 13,33%, Acesa Italia con il 12,83%, Assicurazioni Generali e Unicredito Italiano entrambe al 6,67% e Brisa International con lo 0.50%). Al Gruppo Iri, che era l'azionista di riferimento (86% del capitale sociale, con il restante 14% quotato in borsa) subentra quindi, con il 30% del capitale, Schemaventotto il restante 56% del pacchetto azionario allora posseduto dall'Iri viene destinato al mercato borsistico attraverso un'offerta pubblica di vendita. Una storia senza lieto fine: "è una vicenda antica, una privatizzazione che non è andata bene", sottolineava ieri il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, per il quale è "giusto aprire una nuova pagina". E così, per una singolare coincidenza, a proposito di privatizzazioni non finite bene, come per Alitalia, lo Stato allarga ora la sua ala, dagli aerei alle autostrade.

 



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