28 febbraio 2020

Treviso

Profughi a Dosson: operazione verità su numero, malattie, gestione del fenomeno

450 richiedenti asilo all'ex Serena: il frutto del no all'accoglienza diffusa nei comuni

Davide Bellacicco | commenti |

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conferenza profughi serena

DOSSON- I profughi della ex Caserma Serena sono troppi. No, non è questa la notizia, d’altronde il centro è aperto da luglio e che i numeri delle presenze siano stati in costante aumento è cosa nota. Neanche riflettere sulle responsabilità di amministrazioni che dovrebbero e potrebbero accogliere una manciata di richiedenti asilo evitando di procurare quel certo disagio nei residenti di Dosson alle prese con numeri da capogiro sarebbe comunicare qualcosa di nuovo. Ieri sera (30 ottobre n.d.r.), presso una gremita all’inverosimile sala consiliare del Comune di Casier si è tenuto un incontro con la cittadinanza alla presenza di amministratori, del Vicario del Prefetto, Pietro Signoriello, dei responsabili dell’ULSS di competenza, della Coop Servire, del Generale Bernardini, esperto di geopolitica, il tutto con una precipua attenzione: quella di informare, di far conoscere la realtà dei fatti, ma una realtà oggettiva, limpida, che possa lasciare spazio a tutte le valutazioni politiche del caso, ma che non sia strumentale ad affermare contenuti in contraddizione palese con la verità dei fatti.

 

Allora una delle notizie del giorno potrebbe essere quella del referente del Dipartimento Igiene e Sanità Pubblica ULSS, Mauro Ramigni, che, dati alla mano, conta il numero dei malati che giungono in quel di Treviso passando per Lampedusa, e si scopre che la prima malattia contagiosa è sì la scabbia, ma che il sospetto, che in genere si rivela anche infondato, ha riguardato appena l’1% dei profughi della Marca e lo 0,9% alla Serena, centro di raccolta in cui risulta confermata la tesi secondo cui l’esorbitante proporzione di uno straniero su tre è fattivamente ammalato all’arrivo, ma con la precisazione che sono quasi tutte bronchiti, gastriti e altri malanni cagionati da una crociera un po’ meno rilassante e piacevole di quelle con le navi da sogno che attraccano imponenti nella vicina Venezia (se avessi citato il Giglio, di questi tempi non avrei garantito l’efficacia del paragone, ma sorvoliamo). Insomma sono tutti sani e meglio così, buon per loro e pure per noi e sono sani anche perché a quanto pare esiste una filiera di controlli dallo sbarco all’arrivo in Veneto, giacché, il Viceprefetto lo ha più volte evidenziato, nessuno farebbe viaggiare per l’Italia potenziali soggetti contagiosi.

 

Signoriello, però, ha inteso chiarire una questione che anche ieri sera dalla platea è stata sollevata da diversi residenti: «Nessuno degli stranieri che giungono sulle nostre coste è un clandestino, giacché, seppur a scopo identificativo e nel rispetto del Trattato di Dublino, lo stato italiano autorizza a ciascuno la permanenza sul territorio nazionale. Tali soggetti, dunque, sono liberi di circolare», anche quelli che, per ventura, dovessero essere avvistati nell’atto di saltare i reticolati di recinzione, «al pari dei cittadini e di tutti gli immigrati da tempo inseriti nella comunità, con la sola limitazione imposta dalla prefettura di un rientro nell’ex caserma entro le ore 20.00 per esigenze di pubblica sicurezza». Se esiste una distinzione fra migranti economici e richiedenti asilo in fuga dai conflitti, essa non riguarda Treviso, se non in minima parte: la statistica ci rivela come la seconda categoria prevalga nettamente tanto nel capoluogo quanto fra gli ospiti della ex Serena, nella quale alloggiano in prevalenza nigeriani. Boko Haram, salvo la macabra raffinatezza degli effetti cinematografici dei video in rete e l’altrettanto discutibile fantasia delle modalità di esecuzione con le quali amano cimentarsi i miliziani dell’ISIS, non mostra rilevanti tratti distintivi con i suoi sodali mediorientali. D’altronde il riconoscere una netta carenza di stile nel "limitarsi" a far esplodere chiese affollate e villaggi senza effetti speciali e ridondanza sui social non può condurci a non considerare chi fugge dal massacro meno titolato a chiedere aiuto, un aiuto che, secondo Bernardini e Signoriello «abbiamo non solo il dovere morale, ma anche l’obbligo internazionale di fornire, dettato dagli accordi europei e dalle Convenzioni di Ginevra».

 

Nessuno degli intervenuti ha dispensato illusioni: la Serena si svuoterà tanto repentinamente quanto rapidamente i comuni della Provincia accetteranno l’accoglienza diffusa (oggi sono solo 33 su 95). Fino ad allora la struttura (la cui titolarità è in capo al demanio pubblico che la concede in uso alla Prefettura per l’emergenza profughi, la cui gestione è dalla stessa affidata a “Nova Marghera Facility”) continuerà ad ospitare i nuovi arrivi , a procedere alle identificazioni, alla raccolta di impronte digitali, all’inserimento dei migranti mediante l’insegnamento della lingua italiana e con la collaborazione dei mediatori culturali. Il Comune di Casier non ha alcun potere sulla Serena, lo ha detto il sindaco Miriam Giuriati, che in prima persona ha voluto e organizzato l'iniziativa, e lo ha ribadito il Vicario del Prefetto. Laddove sussistano strutture giudicate idonee ai sensi della normativa vigente, lì lo stato metterà i richiedenti asilo. L'ex Caserma rientra a pieno titolo fra quelle strutture.

 

Anche il Generale di Corpo d’Armata, Bernardini è stato chiaro: «Questa non è un’emergenza. Viviamo un’epoca di migrazioni cui dobbiamo imparare a far fronte. L’instabilità in Turchia, quando decine di migliaia di disperati premono sui suoi confini, è motivo di preoccupazione. Nessun muro, nessun filo spinato e nessun blocco navale potrà mai arginare questo processo migratorio che la storia ci propone come ciclico. Quando piove non c’è modo di far smettere che piova, non può dipendere da te: puoi solo aprire l’ombrello, attrezzarti nel modo più opportuno». Resta da capire se esista e in quale misura la volontà di attrezzarsi. Ieri mattina il Viminale ha segnalato alla Prefettura di Treviso la quota di migranti spettante alla nostra provincia: 1811. Non sono i 40 giunti a marzo 2014 e che allora trovarono ospitalità nella parrocchia di Paderno di Ponzano e neanche i 1300 attualmente presenti nella Marca (0,1% dei residenti, ma conta poco se a Dosson ve ne sono 450 e in una sessantina di comuni neanche uno). Aumenteranno, dunque, ed è bene chiarirlo subito. Da gennaio a ottobre 2015 vi sono stati 2433 transiti e le permanenze nettamente inferiori ci offrono lo spunto per pensare come tutto sommato sia vero che chi arriva cerchi di fuggire per raggiungere i Paesi nordici, infrangendo le norme di Dublino su riconoscimento e inserimento a carico del Paese di primo approdo. 1800, dunque, non sono poi molti; sono tanti se sono concentrati. Ma chi protesta per le obiettivamente sproporzionate dimensioni dell’accoglienza in quel di Dosson o altrove, se da domani ve ne fossero solo dieci di richiedenti asilo, siamo così certi che tornerebbe indifferente? Forse sta qui la chiave per comprendere la situazione: se il problema sono i grandi numeri, le malattie, la sicurezza, la paura dell’ignoto e poi basta una tavola rotonda con chi può dare al cittadino risposte precise (di modo che a fare informazione non siano associazioni, movimenti politici e comitati di volta in volta più o meno interessati e gestiti dai soliti noti) e se chi sa con precisione comunica che sul piano sanitario non esistono rischi, la sicurezza è garantita dai turni di guardia delle forze dell’ordine, i migranti sono tutti schedati e identificati già nei primissimi giorni di arrivo e se i comuni accettano ciascuno meno di una decina di nuovi arrivati i numeri sarebbero così irrisori da passare del tutto inosservati come sin dal 2011 è stato con i 19 alloggiati a Casier, insomma, se non resta che la solidarietà, perché ancora non vogliamo l’accoglienza diffusa nei nostri comuni?

 



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