26 gennaio 2021

Cultura

Pigiama, cravatta e gatti nell’era di Zoom. Lo spettacolo internazionale

RUBRICA - "Il tè delle cinque" con Fanni Guidolin

| Fanni Guidolin |

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Pigiama, cravatta e gatti nell’era di Zoom. Lo spettacolo internazionale

Mi è capitato di assistere recentemente ad un convegno internazionale da casa. La location comune e’ una piattaforma molto conosciuta e sembra sia una delle più gettonate. La pandemia ha modificato la realtà delle convention rendendole virtuali; rimodulato il modo di presenziare ad un congresso o di intervenire ad una riunione; facilitato, per certi versi, l’accesso all’informazione. Dunque è possibile scegliere una stanza calda e comoda nella propria casa, ammesso che ce ne sia una lontana dal clangore di piatti e bicchieri sparecchiati dai figli magari all’ora di pranzo, o da sottofondi ritmati come da colpi di martello; dall’alto volume della stereo nella camera adiacente, perché si sa, nei condomini a volte le mura sono di cartapesta, o dal gatto che immancabilmente si precipita sulla tastiera del computer pigiando il tasto della disconnessione. Se la scelta è oculata, anche se si tratta del bernoccoluto divano di pelle nera che odora vagamente di sogliola fritta (ma nessuno sente) resta poi il problema della "mise en place".

Giacca e cravatta o maglioncino a collo tondo con la t-shirt della salute, indossata la notte, che spunta sotto? Abito elegante o pigiama? Al limite coperti da un "robe manteau" tralasciando tights o tubini. E perché non spezzarci a metà, in elegante sopra, ma non scegliete le righe, con pigiama in pile dalla vita in giù? Potreste comunque avere un'allure invidiabile casomai vi chiedessero di intervenire a pieno schermo. Magari i calzettoni arrotolati sui pantaloni di felpa e le ciabatte infradito dell’estate potete tenerle sotto alla scrivania, come faccio io.

Al congresso internazionale su Zoom, ne immagino di tutti i colori ma, viva la libertà. Peccato per le distrazioni. Il focus sull’argomento o il focus sulla parete dietro le spalle di chi parla? Perché, diciamo la verità, a tutti sarà caduto l’occhio su quel quadro anni ottanta che noi non compreremo mai, appeso di spalle al relatore. O su quegli oggetti etnici per i quali ti chiedi chissà che viaggio avrà fatto. Ma sarà stato in Africa o in Cambogia? E quanti libri legge quel professore? Dietro le spalle ha la biblioteca di Washington!. D’accordo che non siamo tutti Chiara Ferragni con lo spirito fashion blogger ma per cortesia qualcuno può inventare una app che crei fondali virtuali mentre il relatore parla? O lasceremo che le nostre pure abitudini, la nostra regolare intimità, i nostri gusti, la nostra personale libertà si sfoghino nella vetrina di uno schermo anche davanti a migliaia e migliaia di persone?

Io scelgo la seconda.

A me ha preso la nostalgia per questo spicchio ordinato della nostra esistenza, che io chiamo libertà, e che dimostra a tutti, che un mondo migliore è possibile e a portata di mano. Un mondo dove essere se stessi è quasi più umano, anche se non è cool e non fa business. E' il fatto di poter dare forma "io" alla mia vita. Nell’era del digitale saranno sempre maggiori le occasioni di lavoro e confronto attraverso questo tipo di piattaforme in cui entri nelle case come se ci abitassi, ma è giusto continuare a sentirsi umani e non prodotti, con la semplicità di mostrarsi in uno spazio angusto perché ci si può permettere solo quello e la libertà di scegliere un comodo pigiama col mollettone in testa anche alla più importante convention internazionale. Gli argomenti stimoleranno a produrre più contenuti e meno pro forma.

Sempre che tu non sia già una influencer, potremmo lanciare davvero una nuova moda. Puntando sull'appeal di quella cravatta rossa sopra ad un bel paio di pantaloni jacquard. Rigorosamente per la nanna. E senza fili di lurex.

di Fanni Guidolin

 


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