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05 luglio 2022

Conegliano

Perde il lavoro alla Sme, impugna il licenziamento: "Ero diventata scomoda"

Michela era tra i lavoratori che aveva vinto il ricorso per gli "arretrati"

| Roberto Silvestrin |

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| Roberto Silvestrin |

SUSEGANA - Ha perso il lavoro per uno sconto del 10% a cui aveva diritto, grazie alla propria fidelity card. E’ il caso di Michela, coneglianese, moglie e madre di due figli, che da 21 anni lavorava alla Sme di Susegana. La vicenda è molto complessa e intricata, e il motivo addotto per il licenziamento della donna – a cui è stato contestato l’uso indebito della tessera – è in realtà solo la punta dell’iceberg.

 

Facendo un passo indietro, infatti, si scopre che Michela è stata per tre anni nella Rappresentanza sindacale unitaria (Rsu) interna all’attività di Susegana. La donna figura inoltre tra i lavoratori che avevano fatto ricorso, vincendo in primo e secondo grado di giudizio, per farsi riconoscere gli arretrati che l’azienda non aveva pagato.

 

Una causa durata più di 10 anni, in cui dipendenti e sindacato erano riusciti a far valere le proprie istanze: negli anni infatti i lavoratori Sme avevano diritto ad una retribuzione di 40 ore, a fronte di 38 ore obbligatorie di lavoro. Questo perché la Sme veniva considerata una punto vendita della grande distribuzione.

 

L’azienda però non riconosceva questo “status”, ritenendosi sostanzialmente un negozio di medie-piccole dimensioni. In questo modo Sme pretendeva di far lavorare i propri dipendenti per 40 ore, e non per 38: il giudice ha però dato ragione ai dipendenti, che sono riusciti a “portare a casa”, in certi casi, fino a 6-7mila euro di “arretrati” (conteggiati sulle ore che avrebbero potuto non coprire a livello lavorativo, e che invece avevano sistematicamente fatto).

 

Michela è tra questi. “Il pericolo per l’azienda è che molti altri facciano questa richiesta di pagamento” spiega la donna, che in qualche modo era diventata un riferimento scomodo all’interno del punto vendita, proprio in virtù della sua precedente vittoria. L’11 gennaio scorso sono però arrivati, come un fulmine a ciel sereno, la contestazione e il conseguente licenziamento.

 

L’interruzione del rapporto di lavoro però non riguarda il contenzioso, bensì un uso indebito della tessera sconti, a cui ogni dipendente ha diritto, e che può essere “estesa” a parenti di primo grado e famigliari. “Si tratta di 40 scontrini da fine 2014 a dicembre 2016” spiega Michela. Una circolare interna obbligava ad effettuare gli sconti passando esclusivamente per la cassa centrale: “la prassi era però ben diversa, e veniva tollerata senza problemi” spiega Michela.

 

Capitava sempre, infatti, che si desse la propria tessera sconto ad una collega – in un momento di minore afflusso alle casse – insieme alle cose da acquistare e ai soldi per pagare la merce. Questo faceva sì che la cassiera potesse effettuare lo sconto ed emettere lo scontrino, permettendo a Michela di continuare a lavorare in un altro reparto.

 

 

Sme ha però contestato alla donna in primis il fatto di non essere passata per la cassa centrale, e in secondo luogo di non essere stata presente al momento dell’acquisto: questo secondo elemento ha fatto sì che l’azienda ipotizzasse una indebita cessione della tessera sconto a terzi, che avrebbero usufruito senza diritto del ribasso di prezzo.

 

Michela ha però sempre presentato gli scontrini richiesti e la documentazione (recante nomi e cognomi dei beneficiari) che attestavano la correttezza dell’operazione. “Gli articoli di almeno 22 fra gli scontrini contestati sono ancora in mio possesso” prosegue Michela, che ha documentato il tutto con tanto di foto. Ha così deciso di impugnare il licenziamento, con l’aiuto della Filcams Cgil. L’idea di Michela è che il licenziamento sia solo una “ripicca”. Quando l’abbiamo incontrata le abbiamo chiesto se chiederà il reintegro: “si vedrà” ha detto.

 


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Roberto Silvestrin

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