18 maggio 2021

Lavoro

PENSARE ALLA PENSIONE CON RAZIONALITÀ

Pianificare per non essere delusi e sentirsi più poveri

| Claudio Bottos |

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| Claudio Bottos |

pensioni inps

LAVORO - In questi giorni si sente molto parlare e si legge nei media di quota 100, quota 102 e altre proposte di intervento sulle pensioni. Il mio pensiero va ai giovani e a tutti quelli che hanno iniziato a lavorare dopo il 1995. Perché, vi chiederete, a questi lavoratori? Per il semplice motivo che dal 1995, con la riforma Dini, per il calcolo della pensione, si è passati al sistema contributivo, ossia l’importo della pensione viene calcolato sulla base dei contributi versati nel corso degli anni di lavoro. Questo importo, che si chiama montante, viene alimentato mensilmente dai contributi versati, che sono circa il 33% dello stipendio, di cui il 24% circa sono a carico dell’azienda e il restante 9% circa a carico del lavoratore. Alla data del pensionamento, al montante contributivo rivalutato, si applica un coefficiente di conversione che cresce con l’aumentare dell’età. Per il biennio 2021-2022, ad esempio, il coefficiente è pari al 5,220% per chi resta al lavoro fino a 65 anni e al 5,575% se si decide di arrivare fino a 67 anni. Se dopo 40 anni di lavoro una persona ha un montante contributivo, ad esempio, di €uro 300.000 e un coefficiente di conversione del 5.220%, l’importo della pensione annua sarà pari a €uro 15.660 lorda annuale, che corrisponde ad una pensione lorda mensile di €uro 1.204 per tredici mensilità.

Va precisato che il nostro sistema pensionistico è un sistema a ripartizione, il che significa, come ho già scritto in questo articolo, che i contributi versati dai lavoratori e dalle imprese, in un determinato anno siano utilizzati interamente per pagare le pensioni dello stesso anno. Nel confronto con giovani e non solo, percepisco che pochi sanno e/o si chiedono e come funziona il sistema pensionistico e come viene calcolato l’importo della pensione. Risulta evidente che non siamo abituati a guardare molto avanti, ma inesorabilmente il tempo passa e il rischio di trovarsi con sorprese, sulla pensione da ricevere, è elevato e costringerà molte persone a dover rivedere il proprio tenore di vita. Questi sono i motivi per cui si dovrebbe pensare anche ad una pensione integrativa.

Un’indagine di Progetica-Moneyfarm, di cui ne parla La Repubblica in questo articolo, evidenzia che il 76% degli attuali occupati, vorrebbe poter smettere di lavorare prima dell'età della pensione. Quello che però la maggioranza di questi lavoratori non sa, è che la realtà non gli consentirà di andare in pensione secondo i parametri dell’attuale stipendio e quindi dell’attuale tenore di vita. L’indagine evidenzia che sei persone su dieci hanno un'idea precisa di quando vorrebbero smettere di lavorare, i ventenni puntano al ritiro a 55 anni, i trentenni a poco meno di 60. La maggioranza ha aspettative troppo elevate, quasi sempre perché non conosce i meccanismi con cui viene calcolata la pensione. Questo aspetto accentua un doppio problema, il primo la discrepanza tra il “quando vorrei smettere di lavorare” e il “quando mi è consentito di andare in pensione”, il secondo “quanto vorrei ricevere di pensione” e il “quanto otterrò in realtà”. Per il primo l’indagine evidenzia che il 32%, dovrà lavorare fino a 5 anni in più rispetto alle proprie attese; il 26% dovrà lavorare tra 6 e 10 anni in più rispetto alle attese; il 17% addirittura oltre 10 anni in più. Per il secondo viene evidenziato un ingiustificato ottimismo sugli assegni pensionistici. Questa mancanza di conoscenza dei meccanismi di calcolo rischia forti delusioni e un impoverimento nel tenore di vita una volta andati in pensione.

Il tasso di sostituzione (ovvero la percentuale dell'ultimo reddito coperta dalla pensione pubblica) oggi pari a circa il 71% per gli uomini sessantenni, scenderà ulteriormente per i più giovani, visto che per i lavoratori trentenni e quarantenni è vicino o sotto il 50%. In termini numerici, per fare un esempio, se un dipendente oggi percepisce uno stipendio di €uro 2.000 al mese, con un tasso di sostituzione per esempio del 70%, percepirà una pensione di circa €uro 1.400, mentre con tasso di sostituzione pari al 50%, sempre con uno stipendio di 2.000 €uro, percepirà una pensione di circa 1.000 €uro.

Tutto ciò fa evidenziare una scarsa logica di pianificazione. Serve maggiore informazione, per far prendere coscienza di quello che si deve aspettare un lavoratore nel momento in cui va in pensione. Soprattutto i giovano devono pensare al loro futuro. Purtroppo, con il sistema retributivo, quindi basato sullo stipendio e non sui contributi versati, e in parte a quello misto, basato in parte sullo stipendio e in parte sui contributi versati, stiamo pagando pensioni superiori a quelle spettanti se confrontate con quelle calcolate con il sistema contributivo. Vero è che sono cambiate le condizioni, ed è cambiato il rapporto lavoratori/pensionati, basta guardare i dati ISTAT, dai quali emerge che l’Italia è il primo tra i Paesi Ocse per numero di pensionati (circa 16 milioni), e altri cittadini over 50 inattivi, perché ogni 100 lavoratori ci sono 68 pensionati. Ciò che preoccupa è la proiezione per il 2050 perché i calcoli dicono che ci saranno 105 pensionati ogni 100 lavoratori. Questo porterebbe il sistema pensionistico verso il collasso ed è evidente che una riforma delle pensioni è indispensabile, in caso contrario, il tasso di sostituzione dovrà per forza scendere ulteriormente con grave nocumento per i giovani di oggi.

di Claudio Bottos (Consulente del lavoro e di direzione strategica aziendale)

 


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