20 ottobre 2021

PAURA: AMICA O NEMICA?

Categoria: Persone - Tags: psicologia; paura; salute;

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Vittoria Canuto | commenti |

La paura è l'incertezza in cerca di certezza
Jiddu Krisnamurti



Un bellissimo cerbiatto dal manto scuro e con delle stupende macchioline bianche sul dorso viveva con la sua famiglia in una meravigliosa foresta con un ricchissimo sottobosco che offriva cibo in abbondanza. Il cerbiatto ammirava il suo caro babbo e desiderava diventare forte come lui … Durante un bel mattino di fine inverno, mentre il cervo brucava tranquillo le foglie dei cespugli più bassi in compagnia dell’inseparabile figliolo, un possente ruggito squarciò il silenzio della foresta. Era un leone! Il cerbiatto sconcertato osservò il suo babbo e, con grande stupore, scoprì che questi tremava come un fruscello al vento. Sì, il suo venerato papà aveva paura! Com’era possibile? Ma prima ancora che egli potesse chiedergli spiegazioni il cervo gridò al figlio “Corri!” e si lanciò in una velocissima fuga. Il cucciolo obbediente lo seguì con le lacrime agli occhi per la vergogna e la delusione. Quando finalmente si fermarono il cervo si avvicinò al figlio e scorgendo il suo pianto gli parlò con voce dolce: “Piccolo mio, questa paura che tu disprezzi ci ha salvato la vita. A volte bisogna ingoiare il proprio orgoglio e sapersi arrendere di fronte a chi è più forte di noi. Questo significa diventare adulti e saggi”.



Avere paura, non è una sensazione piacevole per nessuno. Ma come è esplicitato in questa graziosa favola di Esopo, la paura è una vera e propria amica, che protegge dai pericoli più minacciosi e senza la quale la vita della specie animale sulla terra non esisterebbe.

Tutti, hanno paura, indiscriminatamente!
La paura è un’emozione di base primaria e arcaica, esperita dagli esseri umani e dagli animali, evolutasi con l’evoluzione della specie e assolutamente democratica: non fa distinzione di specie, di razza, di sesso o di età. Colpisce chiunque, senza guardare in faccia nessuno.

E per fortuna! Aggiungo io!
Cosa sarebbe accaduto ai primi ominidi, il cui unico problema era la sopravvivenza, se non avessero temuto il fuoco o non avessero avuto paura dei giganteschi mammut o degli altri animali pericolosi presenti nelle sconfinate distese attraverso le quali si spostavano costantemente primi di diventare stanziali? La paura è stata la loro compagna più preziosa. Senza di essa, ci sarebbe stata l’estinzione della specie umana. L’esito però, non sarebbe molto differente se improvvisamente perdessimo questa dote. Come automi gireremo per il mondo, e di fronte agli attuali pericoli (vedere sopraggiungere una macchina a forte velocità, trovarsi al bordo di un precipizio, ignorare la possibilità di essere contagiati da malattie ecc.) il nostro organismo non verrebbe allertato.

La paura è il nostro salvavita naturale, la compagna di viaggio senza la quale, nessun viaggio sarebbe possibile.
La funzione della paura è proprio questa: attivare il sistema nervoso periferico per preparare l’organismo a una delle due risposte vitali: l’attacco o la fuga.


Però, c’è un però!
Sembra curioso, ma di cervelli ne abbiamo ben due! Uno è il “cervello arcaico”, quello più vecchio e che non si è mai evoluto ma che, nonostante le sue piccole dimensioni rappresenta il “deus ex machina” di tutte le nostre emozioni. E’ a questa parte di cervello che dobbiamo le risposte istintive di fronte ai pericoli. L’altro è il "cervello cognitivo”, il più giovane, sviluppatosi col linguaggio e la cultura, e si trova nella neo-corteccia. È il cervello pensante, quello che ragiona, che immagina e anticipa gli eventi. Insomma, è la parte del cervello che ci permette di ragionare su un’emozione che viene prima esperita e poi mentalmente consapevolizzata.
Semplificando al massimo, quello che accade all’uomo moderno è che si crea un tilt tra la mente arcaica che allerta l’organismo di fronte a qualcosa ritenuto pericoloso e la mente moderna che, spaventata dalla reazione corretta e fisiologica, cerca di controllare i processi organici spontanei. Questo cortocircuito della mente che s’intrappola da sola porta la paura a durare più del necessario con l’effetto di avere sempre più paura della paura.

La grande differenza tra quello che accadeva nella preistoria, in cui le minacce per la vita erano reali e frequenti, viene ben espressa dalle parole di Mannoni: “Le notevoli facoltà di rappresentazione e d’immaginazione dell’uomo fanno di lui il principale artefice dei suoi spaventi e nello stesso tempo, il propagatore di quelli altrui.” Ma altrettanto esaustiva è la considerazione di Emil Cioran che scrisse “il pauroso edifica i suoi terrori, poi vi si installa”.

Qualche esempio rende meglio l’idea.
Di fronte ad una prova d’esame, la paura che vada male attiva l’organismo a studiare di più. In questo caso, il fare, riduce la tensione e aumenta la sicurezza. Viceversa, pensare continuamente a cosa gli esaminatori potranno chiedere, al non saper rispondere a tutte le domande, alla figuraccia possibile di fronte a una scena muta ecc., porta ad una escalation ansiosa che blocca l’azione e aumenta il timore del fallimento. Di fronte al timore di avere una malattia, un controllo specialistico è un’opportuna forma di prevenzione, ma se si resta perennemente in ascolto di tutti i segnali del proprio organismo, si finisce per trovare delle alterazioni che spaventano e inducono a fare frequenti analisi e consulti medici strutturandosi in una fissazione ipocondriaca. Di fronte al dubbio di avere lasciato il gas del fornello acceso, tornare indietro una volta per accertarsene è prudenza, ma ripetere il controllo più volte fino a che non ci si sente assolutamente certi che il rubinetto sia chiuso significa essere schiavi di un disturbo ossessivo compulsivo. Tutti questi esempi, ma ce ne potrebbero essere molti altri, mettono in evidenza come una paura sana diventi patologica propria in seguito a quello che viene messo in atto per controllarla.


In terapia breve strategica, tutto ciò che viene messo in atto con l’intenzione di risolvere un problema ma che non funzione anzi, contribuisce a mantenerlo o peggiorarlo, viene chiamata tentata soluzione.


Ma quand’è che una paura può considerarsi patologica?

L’emozione “paura” perde la sua funzione positiva di allertare l’organismo contro una minaccia e diventa una reazione patologica quando, superata una certa soglia, limita o, nel peggiore dei casi, impedisce alle persone di gestire la realtà, di realizzare i propri sogni e capacità.


Esperienza personale.

In psicologia, dopo la laurea è previsto il superamento dell’esame di stato, unica chiave di accesso a una scuola di specializzazione che permette di diventare psicoterapeuti. Io non feci l’esame di stato dopo essermi laureata. A quanti mi chiedevano il motivo replicavo con apparentemente valide giustificazioni. Non erano bugie, a quello che rispondevo credevo anch’io, ma era solo una parte di verità. Il motivo principale, sul quale preferivo autoingannarmi, era che avevo paura di non passarlo. Passarono gli anni, ben quattro, e un giorno venni a sapere dell’esistenza della mia scuola di specializzazione. Ne fui rapita e conquistata! Finalmente un approccio alla soluzione dei problemi che rispecchiava quello che pensavo dovesse essere una terapia per poter aiutare ad uscire le persone dalla sofferenza il più velocemente possibile. Volevo iscrivermi a tutti i costi, ma per farlo dovevo prima superare quel maledettissimo esame, estremamente difficile per complessità e mole di materiale da memorizzare. Il desiderio di realizzare un sogno, fu più forte della paura e decisi di tentare. Passai le pene dell’infermo per sei lunghi mesi. La paura di non farcela e di dover rinunciare a frequentare la scuola non mi dava pace. Erano passati tanti anni, non ricordavo più tante cose delle materie studiate e non ero più abituata a stare tanto tempo sopra i libri. Il giorno della prova scritta, l’ansia era talmente grande che mi prese l’intestino. Non mi era mai successa una cosa simile. Poi entrai in aula. Poi affrontai.

Non brillantemente, ma superai sia lo scritto che l’orale. La cosa incredibile è che ancora oggi, a distanza di anni, quando sono un po’ tesa per qualcosa o è imminente un importante cambiamento nella mia vita, di notte sogno di dover rifare l’esame di stato perché scaduto.

All’epoca, non conoscevo approfonditamente la terapia breve strategica e non sapevo quali tecniche usare per affrontare i fantasmi che la mia mente creava. Ma più importante della conoscenza di tecniche e strategie, è aver compreso tramite la filosofia della mia scuola, che a trasformare un’ansia naturale in una paura invalidante che mi ha bloccata per anni è stata la mia reazione d’evitamento. Con molta probabilità, se avessi guardato in faccia il mio fantasma, e lo avessi affrontato, un’esperienza “traumatica” sarebbe potuta restare solamente un’esperienza difficile, senza sogni ricorrenti a riportarmi a quelle sensazioni sgradevoli.

E il coraggio?
Nella vita non esiste il coraggio, esiste solo la paura. Il coraggio altro non è che la reazione alternativa all’evitamento delle situazioni.



Voglio chiudere questo post con una breve citazione di Martin Luther King:


Un giorno la paura bussò alla porta. Coraggio le andò ad aprire, ma non trovò nessuno.



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