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28 novembre 2021

PASOLINI VIVE! Per il quarantesimo della morte di P. P. P.

immagine dell'autore

Luca Barbirati | commenti |

Ogni commemorazione appare sempre un po' menzognera, fasulla, in particolare quando autori come Pasolini diventano fenomeni popolari. I commenti alla vita e all'opera aumentano ogni giorno di più, non si contano i titoli pubblicati e non gli è stato risparmiato nemmeno il grande schermo. A Pasolini sono seguiti molti scimmiottatori, che ripetono a distanza di quarantanni quello che al tempo di Ottieri era già forma vuota. L'oscurità del testo pasoliniano è tale perché contiene un segreto: bisogna rispondere a Pasolini, non emulare la forma delle sue sineciosi. Pasolini muore se lo si ascolta e lo si assorbe per quello che appare. Pasolini si vive, col sangue e collo sperma. Alle memorie degli ottuagenari preferisco la vita e la gioventù, ed è per questo che ho chiesto uno scritto a Paolo Steffan, autore e critico visceral-realista, che ha preso su di sé questo peso, che difende i paletti di gelso, di ontano, / in nome degli Dei greci o cinesi, e che muore di amore per le vigne. / Per i fichi negli orti. I ceppi, gli stecchi (da “Saluto e augurio”). In Steffan il dialetto non è un ennesimo intellettualismo accademico, ma vive come preghiera e come sputo. Poche altre qualità cerco in uno scrittore. Luca Barbirati

 

di Paolo Steffan

I. Rifugio

E così mi rifugio nei dimessi confini
“competenza dell’umile” di Paolo Pasolini
in straziate letture mangiate senza indugio
ché il mio solo rifugio suona campane a morte

dalla magra Piave arsa che sgretola le forze
ai gelsi di Casarsa ::: radici ormai distorte.
[1]

II. Pasolini vive

Quando scopersi Pasolini avevo sedici anni. Il contatto avvenne per mezzo di un film, l’Edipo re: le sue forme, i ritmi, i colori, il doppiaggio, le facce et cetera erano così diverse, alla radice, da qualsiasi atto filmico fino ad allora da me conosciuto, che da quel momento ― prima col cinema, poi con le poesie, infine con narrativa e saggistica ― iniziò una lunga e a tratti intensa esperienza di Pasolini (seppure limitatissima ancora oggi, dopo un decennio da quella visone dell’Edipo re).
Se di altri autori sono riuscito a scrivere, a parlare, vestendomi di una qualche oggettività, con Pasolini mi è sempre stato difficile arginare una soggettività tracimante: non tanto per accessi egotistici, quanto per la vitalità con cui un numero formidabile di sue immagini, di sue parole, mi si è confitto nel profondo già durante l’adolescenza, rendendomi difficile un lavoro critico canonico, libresco, distaccato. Per me Pasolini è esperienza, è emozione soggettiva, difficilmente oggettivabile. Come se la sua poesia vivesse necessariamente come atto totale in chi ne ama la variegata opera e non fosse dato semplicemente leggere, recensire, interpretare... Quando torno a Pasolini, una finissima esperienza intellettuale si tramuta in qualcosa di fisico, di irrefrenabilmente istintuale: per cui, sebbene del tutto conscio che sul piano più squisitamente formale di un’arte raffinata com’è la poesia abbia trovato ― ad esempio in Zanzotto, Montale, Sereni, nel più recente Cecchinel ― i vertici della poesia novecentesca, ancora oggi potrebbe scivolarmi, con incisiva gesticolazione, di dire che “per me Pasolini è il più grande poeta del Novecento”, come mi capitò pubblicamente qualche anno addietro (peraltro mentre parlavo di Zanzotto). Perché Pasolini, rispetto a molti altri, è un autore capace di essere il più grande dentro di noi, sottopelle, quando il suo stile s’impossessa di una parte della nostra coscienza civile e artistica, seppure poi, negli specifici campi, l’eccellenza, siano altri a incarnarla.
Credo che sia questa potenza a non piacere, a non farlo ricordare, entro le mura di certe istituzioni, di certa accademia. Credo altresì che sia questa potenza a imprimerlo in noi che di lui ci ricordiamo ― e intendo non per i gossip e le indagini sull’omicidio, ma per ciò che da vivo ha composto ― e a farmi dire che Pasolini vive. Vive per mezzo di tutti coloro che, com’è accaduto a me a partire dai sedici anni, in sé l’hanno assunto.
Con questo non voglio sostenere che di lui mi piaccia tutto: non lo idolatro. Alcune sue idee mi irritano, alcune contraddizioni tendo a non capirle. Ed è giusto così, perché altrimenti se ne farebbe (come ahimè in qualcuno mi capita di intravvedere) un feticcio che va a detrimento della complessità e del valore dell’opera di Pasolini stesso. Posso dire che quasi tutto il suo cinema è nelle mie corde, mi appaga la sua visione impuramente pura e poetica del mondo per come inquadrato dalla sua cinepresa, con preferenza spiccata per Teorema, Medea, la Trilogia della vita e per i documentari. Quest’ultimi infatti odorano della stessa densa scabrosità e grazia che si trova in quasi tutta la saggistica pasoliniana che ho finora letto o sfogliato. Della narrativa ho amato principalmente Il sogno di una cosa, probabilmente per motivi geografici, per un “sentimento del Friuli occidentale” che fin da bambino ho in qualche misura sviluppato (vivendo a est di Conegliano, città a pochi chilometri dal confine di regione e nella quale Pasolini ha per qualche anno studiato): e così apprezzo la produzione poetica in dialetto, questa anche per l’alto valore formale e culturale, in senso antropologico.

III. Agli elementi basici del più umano vivere

Nella produzione friulana, probabilmente anche perché prima in ordine di tempo, ritrovo ogni volta gli elementi basici del più umano vivere: acqua e amore, prati e alberi, fuoco e luce, muriccioli e borghi... Un vivere silenzioso e di gioie minime pregno, sotto l’occhio sempre vigile della morte, che scandisce i suoi lenti rintocchi di campana dall’orizzonte piano del Friuli, interrotto a sud solo da campanili e pioppi.

Ma pai pras se silensi
ch’a puarta la ciampana!
Sempri chè tu ti sos,
ciampana, e cun passiòn
jo i torni a la to vòus.

(Ma sui prati che silenzio porta la campana! Sempre la stessa tu sei, campana, e con sgomento ritorno alla tua voce)
[2]

Pasolini stesso, ventenne, ricorda che nei secoli, per l’umanità che agisce silenziosa nei versi della Meglio gioventù, «la so storia a è duta lì, lavorà, preà, patì, murì...», ovvero che «la sua storia è tutta lì, lavorare, pregare, patire, morire» [3]: in questa secca tretrapartizione non vi è alcuna dolcezza, eppure trapela un sentimento delle cose che fa apparire quella piana e faticosa quotidianità quasi evangelica e, così, più dignitosa della quotidianità amorfa del vivere odierno.
Dico amorfa perché innaturale e distante dalle forme di un paesaggio (con questo termine intendo sempre anche un paesaggio linguistico), semplice ma fondamentale, dal quale oggi si sente abissale la distanza e che invece, fino al primo Novecento, si presentava identico a com’era nel tempo in cui ci si cala leggendo il dramma I Turcs tal Friùl: l’autunno del 1499. È un paesaggio anche odoroso e, per percepirlo, oggi dovremmo affinare di nuovo un olfatto disadattato:

E tu Verzin Beada? Sint se bon odour ch’al sufla dal nustri paìs...Odour di fen e di erbis bagnadis; odour di fogolars; odour ch’i sintivi di fantassìn tornant dal ciamp.

(E tu Vergine Beata? Senti che buon odore che soffia dal nostro paese... Odore di fieno e di erbe bagnate; odore di focolari; odore che io sentivo da ragazzo tornando dal campo) [4]

Io, da nato entro orizzonti di “nuova gioventù”, non posso che invece descrivere le macerie di un mondo così armonicamente odoroso e oggi impercettibile. Così, questo passo, tratto dalla prima pagina dei Turcs tal Friùl, è stato per me ispiratore di una breve palinodia dialettale, a sua volta odorosa e in forma d’invocazione alla Vergine [annoto che il mio dialetto è di area coneglianese, propriamente inscrivibile in un contesto che spazia da Scomigo a San Fior, con epicentro a Castel Roganzuolo]:

E Ti, Vergine Beata? Senti qua
che razha de spuzhata che la sùfia
su dai sfalti del paese, drio èrbe stonfe;
al freschin pazh de aquete de fossal

ner che ’l sa da pissozh e da catran
che sentìe, da tosat, vegnendo casa
drio ’l zhejo sfat (de plàten smuzhigadi
e zhenza pi canp) de la Pontebana.

[E Tu, Vergine Beata? Senti qua / che irrespirabile puzzo che soffia / su dagli asfalti del paese, lungo erbe fradice; / il mucido lercio di acquette di fosso // nero che sa di tanfo d’urina e di catrame / che sentivo, da ragazzino, tornando a casa / lungo il ciglio sfatto (di platani moncati / e senza più campi) della Pontebbana.]

Eppure, lungo questa stessa strada statale, la Pontebbana che tiene legati ancora oggi, come segmento fondamentale di una linea infinita verso il cuore dell’Europa, il mio paese e Casarsa, fino a pochi decenni fa vi erano distese di frutèr (alberi da frutto) e di morèr (gelsi) per saziare il ventre bianco dei nobili cavalier (bachi da seta); vi era un paesaggio che dobbiamo immaginarci ripulito di semafori, rotatorie, fitti capannoni e baluginanti stazioni di servizio che ora interrompono la continuità naturale tra morèr e chiesetta, tra pioppi e campane. Perché non c’è solo l’odore, ma anche il suono. Oggi quello della campana si sperde in mezzo ai frastuoni, alla musica pop, al trillo degli smartphone. Tace il canto sorgivo, spontaneo, giovanile. Tace il canto dei morti. Anche l’udito, dovremmo riaffinarlo, per ascoltare Pasolini friulano:

Il soreli scur di fun
sot li branchis dai moràrs
al ti brusa e sui cunfìns
tu i ti ciantis, sòul, i muàrs.

(Il sole scuro di fumo, sotto i rami del gelseto, ti brucia e sui confini, tu solo, canti i morti.)

Ièh, vuarditi ta l’aga
grisa dal Font blanc,
lajù tal fons tal fons
un fantassùt al cianta.

(Ah, guardati nell’acqua grigia del Fonte bianco, laggiù in fondo in fondo canta un giovinetto.) [5]

Fare esperienza di versi come questi, riporta all’aria aperta. Senza filtro alcuno. Si va, per la piana, tra alberi e acque, si lavora si canta si muore. Che sensazione aliena danno talvolta questi versi, quando lungo le nostre strade, dentro le auto o nelle aree commerciali ci manca il fiato.
Ricordo in certi romanzi imprescindibili del secolo scorso, di gusto fantascientifico e distopico ― potrebbe trattarsi di Orwell o Huxley come di Philip Dick ―, fitti raduni in stanze chiuse dominate dalla presenza di schermi, giganteschi, su cui giganteggiava il volto di un sovrano assoluto che imponeva obbedienza e, da parte del fitto raduno, l’inneggiato urlo di cieco sostegno. Mai si sarebbe pensato, vent’anni fa, che ci si potesse sentire così al chiuso, sotto l’egemone schermo, anche stando per campi, tra risorgive e quercioni. La distopia è stata superata: in pedissequo contatto con telefonini, interconnessi col mondo, dentro aree ― apparenti Eden ― sempre videosorvegliate, a volte si sente come uno strozzamento che ci irrigidisce il collo e ci affatica il respiro, in progressivo affanno. A essere venuto meno è qualcosa di macroscopico tra quegli elementi basici del più umano vivere, qualcosa di cui non avevamo mai fatto a meno e che, io credo (e rileggere Pasolini me ne dà conforto), sentiamo abissalmente mancante: il senso del sacro. Un sacro semplice e popolare da un lato, un sacro più violento e irrazionale dall’altro: la vecchia madre-contadina che prega nel borgo in una indimenticabile sequenza di Teorema (1968) e l’impeto ancestrale della Medea (1969). Così distanti e così perduti, per lasciare un grande vuoto che ci rende nevrotici. E nevrotico appare spesso anche il Pasolini degli anni Sessanta/Settanta, in preda a questa continua perdita e via sulle tracce di una progressivamente sfuggente purezza: nel Lazio, in Africa, nello Yemen...
Ma a salvare di più, seppure io stesso mi sia formato principalmente sulle pagine degli scritti più recenti, è pur sempre la parentesi friulana: perché lì, come per incanto, si ritrova un mondo, perduto ma che sta alla radice del nostro essere: dove si custodisce qualcosa che abbiamo perduto ma di cui abbisognamo ancora, di cui ancora intra-vediamo/intra-sentiamo le forme nel paesaggio che ci circonda, se pure in sofferenza. E c’è da ringraziare il Cielo, che ci dia ancora dei poeti nei quali questi micro-mondi necessari continuano ad aver vita in versi, in lingue vetuste e afasiche, che però loro sanno ancora masticare, in armonia coi boschi: penso, per l’angolo di Veneto in cui è ancora possibile questo, quello più selvoso sui crinali prealpini, alle Muse ingobbite e segnate dai tempi ma vitalissime di Luciano Cecchinel e di Pier Franco Uliana: il primo impegnato a ritrovare tra “singhiozzi/singulti di strame” le “tracce”, a volte spettrali, di una vertigine di saperi, con capolavori assoluti come Al tràgol jért e Sanjut de stran; il secondo a condurre i propri versi alle sacre acque della Fontana Paradise (guai a chi la legge all’inglese!) per uno stillante lavacro del quale tutti avremmo bisogno, per accorgerci di “varchi” salvifici ancora apribili nella “selva oscura” in cui brancoliamo [6].
Anche autori così e, malgrado le trafitture, paesaggi friulani come quello proposto nell’immagine scelta per questo articolo, mi fanno esclamare quarant’anni dopo la morte, con “strana gioia”... PASOLINI VIVE!

IV. Benandante Pasolini, spirito d’amore

Per concludere sul sacro, Pasolini è ricordato da Zanzotto in Sovrimpressioni (2001) come un “benandante”. I «Benandanti sono creature inquietanti ma benigne dell’antico folclore friulano, di lontane origini» [7], il che mi fa pensare che questa natura ancora viva di Pasolini come anima sovrannaturale che vagola dentro e fuori ― tra siepi e rogge, forse tra sassi e parche acque del Tagliamento, inafferrabile eppur sempre presente ― sia condivisa anche da altri suoi estimatori.

e ora ‒ forse ‒ mai ‒
sei nel farsi e disfarsi
di prati pensieri spini arsi
[...]
o Benandante
[8]

Però già lui stesso, ancora lontano dal definirsi «forza del passato» in un potente passaggio di Poesia in forma di rosa, aveva certamente una qualche consapevolezza già giovanile di questa sua natura, ancora più vera oggi, quando il suo corpo straziato non c’è più, ma permane quella voce, restano le parole/immagini, vive l’anima vagolante qui nel vicino Friuli. Penso ai versi, sui quali chiudo questo mio modesto ricordo, di Ciant da li ciampanis (Canto delle campane), dalle Poesie a Casarsa (1941-43), che riassume tutto quanto fin qui detto, con la voce di un io che si dichiara “spirito d’amore”:

Co la sera a si pièrt ta li fontanis
il me paìs al è colòur smarìt.

Jo i soj lontàn, recuardi li so ranis,
la luna, il trist tintinulà dai gris.

A bat Rosari, pai pras al si scunìs:
jo i sòi muàrt al ciant da li ciampanis.

Forèst, al me dols svualà par il plan,
no ciapà pòura: jo i soj un spirt di amòur

che al so paìs al torna di lontàn.

(Quando la sera si perde nelle fontane, il mio paese è di colore smarrito. Io sono lontano, ricordo le sue rane, la luna, il triste tremolare dei grilli. Suona Rosario, e si sfiata per i prati: io sono morto al canto delle campane. Straniero, al mio dolce volo per il piano, non aver paura: io sono uno spirito d’amore, che al suo paese torna di lontano.) [9]

NOTE

[1] Versi scritti tra 2012 e 2013, quand’ero piuttosto assiduo nel trascorrere un paio di pomeriggi l’anno nei luoghi friulani di Pasolini. La mia consuetudine nel privilegiare Paolo su Pier, viene a testimoniare un’identificazione parziale che in quel periodo si verificava ― specie nell’inerire al paesaggio storico ― tra il mio essere Paolo e il suo essere più che Paolo: come se la parte friulana, da me sentita più vicina, fosse incarnata meglio da quella metà del nome (che in friulano sarebbe suonata Pauli).
[2] Versi della III parte della poesia Tornant al paìs, nella sezione più antica della Meglio gioventù, ovvero Poesie a Casarsa.
[3] Citazione tratta dalla Nota per la seconda edizione di Andreina Ciceri in P. P. Pasolini, I turcs tal Friul, Società Filologica Friulana, 1995, p. 108.
[4] Ibidem, pp. 9-10.
[5] Da Ploja tai cunfìns, sempre nelle Poesie a Casarsa. Il secondo estratto è invece dalla sezione Suite furlana, dalla poesia La not di maj.
[6] Segnalo le raccolte dialettali di Cecchinel (poeta tra i più grandi oggi, secondo Zanzotto e Segre), edite rispettivamente da Scheiwiller nel 1999 e da Marsilio nel 2011, ma anche i versi in lingua, in particolare quelli di Le voci di Bardiaga (Il Ponte del Sale, 2008) poemetto sublime e selvoso sui morti dell’ultima guerra. Di Uliana (premio Pascoli 2015) ho esperienza, positivissima e stupefacente, di Fontana Paradise, Pizzoc panopticon e del lungo stupendo poemetto appena pubblicato Il Bosco e i Varchi (tutte edizioni De Bastiani).
[7] Nota a Fora par al Furlàn, in A. Zanzotto, Sovrimpressioni, Mondadori 2001, p. 66.
[8] Ibidem, p. 65.
[9] I versi friulani di Pasolini che ho fin qui citato sono tratti dall’edizione Einaudi del 1975 della Nuova gioventù. Le traduzioni sono dello stesso Pasolini, che dà loro forma discorsiva, senza andare a capo, scelta ripresa recentemente anche da Pierluigi Cappello per i propri versi friulani.



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