21 settembre 2021

Conegliano

Parrucchieri, l'appello di Tiziana di Orsago: "Lasciateci lavorare"

"Questa situazione non fa altro che incentivare chi è in nero e va a casa dei clienti"

| Matteo Ceron |

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| Matteo Ceron |

ORSAGO – “Non vedo perché non possiamo lavorare come gli altri… I dentisti, ad esempio, lo possono fare, eppure sono anche più vicini di noi coi clienti”. Lo sfogo è di Tiziana Da Dalt (in foto), parrucchiera titolare del salone “Acconciature Idea” di Orsago.

 

Come tutti gli altri acconciatori dovrà aspettare fino all’1 giugno prima di riaprire. “Io ho un negozio di quasi cento metri quadrati – spiega -. Gli spazi per mantenere le distanze di sicurezza ci sono tutti, ho anche due porte, una per far entrare i clienti ed una per farli uscire. Ho pensato a tutto: siamo anche pronti per mettere un plexiglass per dividere i lavelli… Abbiamo tutti gli strumenti per garantire la sicurezza, eppure…”.

 

Chiudere per così tanto tempo ovviamente è una mazzata… “Le spese vanno avanti: c’è l’affitto, ho due dipendenti – dice ancora -. Non chiediamo nulla di strano, solo di poter lavorare, ma purtroppo siamo considerati zero”.

 

La guerra delle parrucchiere con un salone in regola a quelle che lavorano a casa (o andando a casa dei clienti) è qualcosa che va avanti praticamente da sempre, ma con lo stop alle attività dovuto al Coronavirus la situazione si è aggravata.

“Questa situazione non fa altro che incentivare chi lavora in nero e va per le case – afferma Tiziana -. Lavorano completamente in nero ed inoltre violano le disposizioni che sono state previste per limitare l’espandersi dell’epidemia, dato che entrano in casa delle altre persone senza averne alcun diritto. Mi sono rivolta perfino al sindaco per chiedergli di fare controlli ed evitare che vadano avanti così.

Delle mie clienti mi hanno chiesto di andare a casa, ma dico di no per serietà ed etica professionale, Piuttosto fornisco la ciotola di colore e spiego come farsi la tinta, ma sapere che c’è chi invece lo fa, naturalmente mi dà molto fastidio”.

 


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Matteo Ceron

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