27 gennaio 2021

Treviso

I nostri ragazzi soffrono perché vogliono ripartire dalla conoscenza

La prof.ssa Antonia Piva dirige il "Duca degli Abruzzi": "Dobbiamo ascoltare la loro domanda di bellezza e verità. La disperazione non può prevalere"

| Roberto Grigoletto |

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| Roberto Grigoletto |

prof.ssa Antonia Piva

TREVISO - Dirige il liceo più popoloso della Marca. Ma per lei ciò che conta non sono i numeri: è l”anima”. E quella del “Duca degli Abruzzi” l’ha forgiata negli anni, la prof.ssa Antonia Piva. Una Preside molto autorevole. Più ancora: una educatrice ascoltata e seguita.

Preside, quanto sta soffrendo la scuola italiana per la pandemia?

La sofferenza è particolarmente acuta, sotto molti aspetti: anzitutto perché i bambini e gli adolescenti sono portatori di speranza, è vero, ma di speranza che va coltivata, che va assistita, perché non sfiorisca e si muti nel suo contrario, la disperazione. A livello strutturale, la pandemia ha evidenziato problemi che c’erano già da prima: l’edilizia scolastica, gli organici dei docenti, la rete dei trasporti.

Come ha reagito la comunità scolastica?

La scuola, come realtà operosa e comunità educante, si è data grande coraggio, non è arretrata di fronte al suo compito istituzionale: nutrire di cultura e di umanità i giovani.

Cosa riesce a captare, seppure a distanza, dei suoi ragazzi in questo frangente storico?

Anzitutto (è amaro dirlo) ci voleva questa tragedia collettiva perché molti politici e i media in generale si accorgessero che esiste il mondo dei ragazzi ben più ricco di tesori e di aspettative rispetto ai soliti stereotipi di questi anni, che dipingevano una gioventù priva di valori, apatica, ripiegata su se stessa. Questi nostri ragazzi, invece, stanno soffrendo perché sentono con grande forza la necessità di ripartire proprio dalla conoscenza, dalla condivisione valoriale, da uno stile di vita coerente e solidale, in cui l’amicizia, il dialogo e la scuola sono parte essenziale. La loro è la sofferenza di chi sembra non avere diritto di parola, in un mondo in cui tutti strepitano.

Di che cosa hanno bisogno più di tutto adesso?

Nella prima fase della pandemia, hanno dato prova di sapersi sacrificare, di essere collaborativi. Necessitano ora di più attenzione, non solo di porte chiuse o di proclami. Giovenale, un poeta latino, ha detto una cosa grandiosa: “Ai ragazzi dobbiamo attribuire il massimo rispetto”. Aveva capito tutto!

Di quanto al massimo si potrà procrastinare ancora il rientro in classe?

Faccio una metafora: è come se avessimo intrapreso un sentiero di montagna, e ai primi tornanti la meta sembrava dietro l’angolo. E invece il sentiero era più lungo e tortuoso. Adesso, manca ancora un tratto in salita, ma è quello con la pendenza maggiore, più esposto sul vuoto. Allora dobbiamo tenerci bene in cordata, facendo conto su tutte le risorse, fisiche, di volontà, di cuore, di strategia.

Questo anno scolastico è compromesso?

Credo che nessun anno sia mai scontato, compromesso, perso, ma dobbiamo fare davvero squadra, essere prudenti ma anche sfidanti. Vale la pena di ricordare che la scuola aveva lavorato tutta l’estate alla ripartenza in sicurezza, pianificando ogni cosa al dettaglio; successivamente abbiamo riorganizzato tutto in molteplici piani: abbiamo il piano A, il piano B, il piano C, il piano D e così via. È stato terribile per la scuola lo scenario di incertezza e di repentini cambiamenti.

La DaD, pur introdotta per affrontare una emergenza, è destinata a diventare complementare nell’insegnamento?

Anzitutto i ragazzi non soffrono propriamente per la DAD, ma per la reclusione e l’impossibilità di socializzare la loro crescita, anche culturale, riappropriandosi dello spazio scolastico, che è un po’ la loro seconda casa. E va anche criticata una certa improvvisazione nella DAD, fatta semplicemente travasando materiali didattici dall’aula al video, con tempi ingovernabili di studio. Per altro, il digitale, integrato con momenti in presenza, da tempo caratterizza molti corsi universitari di alto livello, anche nelle università venete.

Una risorsa che covava e che ora si potrà dispiegare...

È a questi modelli che dobbiamo guardare, perché in futuro, riempite di gioia le nostre aule scolastiche, il digitale sia un grande supporto didattico, non una sostituzione meccanica e fredda della quotidianità scolastica. Dovremo inoltre portare a sintesi le buone pratiche allestite sul campo, soprattutto nella formazione dei docenti.

L’educazione poggia per lei su un rapporto di dono e di crescita reciproca: come avviene tutto ciò?

Mai come in queste fasi di transizione ciò che conta è l’interazione, il portare al centro la domanda di bellezza e di verità che c’è nel cuore dei ragazzi, la possibilità di lasciarci stupire da loro. Perché l’educazione è sempre un imparare assieme, un mettersi al servizio. Un educatore è tanto più autorevole quanto più è capace di ascoltare, di individuare i talenti di vita dei ragazzi, di sapersi mettere in gioco egli per primo.

I suoi insegnanti come stanno in questa situazione?

Molto impegnati, dimostrano grande dignità nel dare significato al loro ruolo non come semplice adempimento, ma anche come contributo civile. Stanno impedendo un black-out della cultura e della coscienza, il che nel nostro paese ha un peso specifico maggiore, direi, proprio per la nostra storia ed eredità

E lei, preside?

Sono affaticata, ma tonica, come si sul dire: sul pezzo. Ha presente le madri di famiglia di una volta, che non potevano permettersi il lusso di cedere? Ecco, una roba così.

 


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Roberto Grigoletto

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