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28 novembre 2021

La nostra coscienza si Levi. Rileggendo Primo Levi durante l’esodo.

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Luca Barbirati | commenti |

[Articolo di Paolo Steffan per la rubrica "Lettere al Nord-Est"]
 

Questo è tempo di lampi senza tuono,

Questo è tempo di voci non intese,

Di sonni inquieti e di vigilie vane.

[...]

Noto, davanti alle nostre porte,

Il percuotere di passi ferrati.

(da Attesa, 2 gennaio 1949)

Ogni volta che una barca affonda nel Mediterraneo. Ogni volta che una lunga fila d’uomini, donne, bambine e bambini percorre la propria fuga dalla morte verso il cuore dell’Europa. Ogni volta che un corpo - grande o piccolo che sia - è rigurgitato dal mare: non saranno voyeuristici sguardi su un cadavere ammarato a indirizzare le nostre coscienze! Nei frangenti in cui la vita danza necessariamente a passo di tragedia, non vi è forse più piena esperienza che vivere Primo Levi. Affrontare i suoi testi non è mai leggere, ma è vivere, è sentire sul proprio corpo le piaghe di uomini che dentro la tragedia si sono trascinati, fino a venirne disumanizzati, qualcuno poi soccombendovi, qualcuno (mai del tutto) ritrovando la propria moncata umanità: come Levi. Non è paragonando al nazismo l’atteggiamento di certi leader politici che si fa una valida analisi antropologica, una sana indagine culturale, una giusta lettura prospettica della storia contemporanea. Da un’altra porta il nazismo entra in gioco: ovvero leggendo chi meglio di tutti ha dato forma di parola alla tragedia - e cos’è stato più tragico, colpevolmente tragico, del nazismo? - e trovandovi un pensatoio dentro cui sentire, sottopelle, dentro cui non sragionare ma attraverso cui assumere il senso tragico e il carico di umanità autentica che occorre a porsi nei confronti del male e delle sue conseguenze. Per questo, se qualcosa di “epocale” (abusato aggettivo che si accosta in questi giorni all’esodo in corso) sta veramente avvenendo, un epocale contatto o contrasto o incontro con popoli lacerati alla radice, è meglio chiudendosi tra le pagine di Primo Levi che si può orientare il proprio pensiero, sviluppare un’opinione storicamente cosciente e umanamente connotata dell’Europa, piuttosto che aprendosi a squallide ininterrotte “comarìe” giornalistiche, peggio se corroborate dallo strazio di un bimbo morto divenuto icona pop per improvviso volere di status. Barrichiamoci allora, per esempio, tra le poesie di Levi, dove egli sempre ci coinvolge con l’insistenza del “noi” o del “voi”; e facciamolo pure nel modo in cui lui scriveva, “a ora incerta”, e troviamo lì il giusto clima, doloroso e addolorato ma lucido, che ci aiuti a contemplare degnamente il momento di maggiore crisi politica e sociale che l’Europa sta vivendo dalla fine della seconda guerra mondiale, sostenuti per esempio dall’incalzare di un tremendo quasi monito:

Ora abbiamo ritrovato la casa,

Il nostro ventre è sazio,

Abbiamo finito di raccontare.

È tempo. Presto udremo ancora

Il comando straniero:

“Wstawać”

(da Alzarsi, 11 gennaio 1946)

Sempre in Levi rintanati, poi, riflettiamo sulle radici prime del continente in cui ogni giorno ci risvegliamo, chi rilassato chi spossato, e che hanno origine in quella Grecia che era il tormentone giornalistico europeo che precedeva l’attuale dei rifugiati. Pensiamo al valore assoluto della xenìa, l’ospitalità, che era un dovere fondato su rigide leggi, per quanto consuetudinarie. Pensiamo al senso comunitario che questo concetto e il suo attuamento incarnavano, a quanto della xenìa vi era ancora, tutto sommato, in quelle porte spalancate dei vecchi poveri borghi del Veneto, fino al primo Novecento. Pensiamo, per contro, a come ognuno di noi se ne sta oggi coi propri averi - pochi o tanti che siano - tristemente barricato: cresce così nel tempo un senso di solitudine vertiginoso che sovverte - opponendosi anche formalmente - l’uso antico greco, dove con il termine xénos si indicava tanto lo straniero che l’ospite, dando per implicito quello che oggi è forzato, il diritto di asilo. Solitudine contro solitudine. Ma se è in Levi che a questo ripensiamo, a quest’assurdo barricarsi isolato con un senso di epocale caduta dell’Occidente, ecco:

E un uomo? Non è triste un uomo?

Se vive a lungo in solitudine

Se crede che il tempo è concluso

Anche un uomo è una cosa triste.

(da Lunedì, 17 gennaio 1946)

Ma di fronte alle barricate che ingenerano tristi solitudini, nasce umanissima nell’esule la reazione. E in Levi questa è sempre sferzante e impietosa, specie se oggi la pensiamo in bocca a un giovinetto siriano in cammino, che a molti piacerebbe vedere incatenato per un qualche immondo reato di clandestinità:

Orfano giovinetto della piana polacca

Vi sono giaciuto ai piedi, supplicando per pane.

Ma voi temeste in me qualche vendetta futura,

E torceste lo sguardo, e mi deste la morte.

E venni qual prigioniero, e quale servo in catene,

Di cui si fa mercato, cui si addice la frusta.

Voi volgeste le spalle al livido schiavo cencioso.

Ora vengo da giudice. Mi conoscete adesso?

(da L’ultima epifania, 20 novembre 1960)

Leggere Levi è allora anche vivere il punto di vista del diverso, senza negarsi il proprio, è darsi e dare un’opportunità allo xénos, fosse anche solo in un’augurale atmosfera pasquale, tinta di speranza:

Accendi il lume, spalanca la porta

Che il pellegrino possa entrare,

Gentile o ebreo:

Sotto i cenci si cela forse il profeta.

Entri e sieda con noi,

Ascolti, beva, canti e faccia pasqua.

[...]

Quest’anno in paura e vergogna,

L’anno venturo in virtù e giustizia.

(da Pasqua, 9 aprile 1982)

Ma ogni speranza lascia spesso ampio spazio alla violenta animalità di ogni più buio istinto umano che, Levi - dove «tutto è pervaso dal dolore» (Segre) - sempre ce lo ricorda, è lì in agguato:

Dateci qualcosa che bruci, offenda, tagli, sfondi, sporchi,

Dateci un manganello o una Nagant,

Dateci una siringa o una Suzuki. Commiserateci.

(da Dateci, 30 aprile 1984)

E ancora ripensando a quanto sta accadendo, chiusi finalmente dentro il pensatoio-Levi, troveremo la violenza di un’imposizione-ammonimento, «l’obbligo del ricordo» che «è spostato da un Dio di dubbia esistenza a un male di indubbia onnipresenza» (Segre, 1988) e che è il sangue della più profonda ferita che in una delle poesie più alte e necessarie di sempre si coagula, eternato in una parola dalla solennità quasi biblica:

Voi che vivete sicuri

Nelle vostre tiepide case,

Voi che trovate tornando a sera

Il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo,

Che lavora nel fango

Che non conosce pace

Che lotta per mezzo pane

Che muore per un sì o per un no.

Considerate se questa è una donna,

Senza capelli e senza nome

Senza più forza di ricordare

Vuoti gli occhi e freddo il grembo

Come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:

Vi comando queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore

Stando in casa andando per via,

Coricandovi alzandovi:

Ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,

La malattia vi impedisca,

I vostri nati torcano il viso da voi

(Shemà, 10 gennaio 1946)

Di fronte alla realtà definitiva di un testo come questo, che rimane come scolpito nella coscienza di ognuno e che ritorna a imporsi, severo, allo sgorgare di ogni rigurgito di egoismo, viene da fermarsi e dal chiuso del pensatoio-Levi in cui ci eravamo rannicchiati in vitale lettura, ora riaprire le nostre coscienze con rinnovata consapevolezza e più acuminato sentire. Di Levi resta l’invito, in questi anni Dieci del Duemila, ad aprire le numerose prose (Se questo è un uomo, La tregua, ecc.) per viverle appieno o anche solo per qualche minuto di riflessione nel nostro pensatoio-Levi. Qui - data la preferenza che ho in assoluto per la poesia, specie del Novecento - non posso esimermi dall’invitare però particolarmente a tenere sul proprio comodino, com’è mio uso, Ad ora incerta, il prezioso volumetto dell’editore Garzanti che contiene tutte le poesie di Levi e, tra queste, forse il suo capolavoro, La bambina di Pompei (1978), il cui verso finale a me stesso e a chi mi legge rivolgo, convinto che voglia dire molto più e a molti più di quanto sembri, specie in quest’oggi infestato dai click:

Prima di premere il dito, fermatevi e considerate.

Insomma, vi esorto a leggere in noi come uomini e come civiltà: vi esorto a leggere Primo Levi. Ma non a leggerlo come si fa da anni, così, perché è convenzione farlo una volta all’anno, il 27 gennaio - giorno della memoria - in una mattinata piovosa. Ma a viverlo. Ché Levi non è da leggere una volta all’anno per convenzione: Levi è da leggere-rileggere tutto l’anno con convinzione!



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