26 gennaio 2021

Treviso

Non tornerà mai più come prima la scuola in Italia

Marco De Rossi, inventore della piattaforma, WeSchool, ci spiega perché il modello vincente è quello integrato, in presenza e on line.

| Roberto Grigoletto |

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Non tornerà mai più come prima la scuola in Italia

TREVISO - La classica lampadina con l’intuizione “meravigliosa”, quell’idea che ci voleva, gli si accende quando ancora frequentava le superiori. Di You tube non c'era neanche l'ombra ma ai suoi amici più stretti dice: “Fondiamo una scuola”. Scettici i compagni: “Non ti basta e avanza quella dove andiamo tutti i giorni?”. No, Marco De Rossi, con la velocità del pensiero che a trentacinque anni gli ha permesso già di fare grandi cose, l’aveva già bella che architettata nella sua mente la scuola a portata di smartphone. Prima è stato un sito web, nel quale si insegnava e imparava l’informatica.

Oggi è WeSchool, una delle tre piattaforme consigliate dal ministero dell’Istruzione per affrontare il periodo dell’emergenza sanitaria. Perché praticamente ha tutto quello che serve per fare scuola da casa, con pc Ipad o cellulare: videoconferenze, contenuti digitali (libri di testo, articoli di giornale, Wikipedia), video you tube e naturalmente test e prove di verifica. Ha spopolato letteralmente durante il primo lockdown, quando la didattica a distanza (solo in seguito ribattezzata DaD) ben pochi sapessero cosa fosse. E ancora meno erano quelli già entrati in una piattaforma. I docenti dei docenti, quelli di WeSchool, hanno accompagnato tutti, studenti compresi, passo passo. E quella scuola che fino ad allora albergava solo nella mente e nei desideri di Marco De Rossi è planata – senza troppi annunci – nel sistema scolastico italiano ingessato dalla lezione frontale. L’anno scorso è stato messo in salvo, dalle elementari alle superiori. E ora che quello nuovo, in presenza, si è interrotto, WeScool si è subito ripopolata con molta disinvoltura da parte di tutti i suoi fruitori, docenti e discenti.

Marco De Rossi potrebbe dire: “Ve lo avevo ben detto che è la scuola del futuro!” Ma non è quello che ha risposto quando lo abbiamo cercato al telefono: “700 mila docenti a marzo hanno dovuto cambiare lavoro. In realtà lo hanno arricchito nei modi e nei mezzi. Il digitale aumenta le opportunità per la didattica ma guai a intendere la tecnologia come un surrogato”. Nella piattaforma – aggiunge l’inventore di WeSchool – non si va a videoascoltare una lezione: si interagisce, ci si sente insieme, si sta in contatto. “Non è come trasmettere da remoto, che è il modo peggiore di impiegare la tecnologia”. Ma pur essendo il creatore della piattaforma più utilizzata per la didattica a distanza, lui con la DaD ci va cauto: “Non ho mai pensato a una scuola tutta al digitale e non ci credo. Sostengo piuttosto un sistema integrato, un po' in presenza e un po' on line. Nei mesi del lockdown hanno un po’ tutti imparato a usare gli strumenti messi a disposizione dalla tecnologia. Adesso si tratta di colmare il gap”. Vero è che nei settanta giorni tra marzo e maggio di strada se ne è già fatta parecchia.

 


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