19 giugno 2021

Cronaca

"In Veneto i decessi per Covid sono stati il doppio rispetto al resto d'Italia"

Per il CoVeSap due sono stati gli errori: tamponi rapidi inattendibili e posti letto in terapia intensiva inesistenti. Stasera diretta Zoom con Crisanti e Manno

| Tommaso Colla |

| Tommaso Colla |

Covid in Veneto

NORDEST - Sembra volgere al peggio l’evoluzione pandemica nel Veneto duramente provato per intere settimane sul versante dei ricoveri e su quello dei decessi. Come mai la nostra sia stata la più colpita delle regioni, nessuno sa fornire plausibili spiegazioni. Capirlo è fondamentale tuttavia, per non ricadere su probabili errori nella gestione dell’emergenza sanitaria. Ci siamo rivolti al dott. Maurizio Manno, del CoVeSap, che questa sera su piattaforma zoom parteciperà insieme ad Andrea Crisanti, Roberto Buzzetti e Laura Puppato ad una conferenza su: “L’anomalia veneta nella seconda ondata Covid-19”.

Video-conferenza su piattaforma Zoom in diretta streaming e sulla pagina FB di Covesap (per accedere: ID 2721514575 PW salute). “La seconda ondata del SARS-COV-2 era stata ampiamente prevista e si è puntualmente verificata con l’inizio dell’autunno-inverno. Nella maggior parte delle regioni, in base ai risultati dei tamponi molecolari - l’unico test veramente affidabile - il picco dei contagi si è verificato, più o meno contemporaneamente, nelle due settimane dal 10 al 24 novembre, per poi ridursi con pendenze diverse ma con andamento sostanzialmente simile in tutte le regioni".

Non è andata così nel Veneto, perché?

Unica regione nel panorama italiano, nella nostra regione si è osservato invece un andamento del tutto anomalo, caratterizzato da un secondo e più alto picco, che ha raggiunto il suo apice nelle settimane attorno a fine anno. L’aumento dei contagi è stato puntualmente seguito, nel tempo, da un incremento del numero di ricoveri di pazienti Covid-19, sia nelle terapie intensive che nei reparti di degenza ordinaria e, successivamente da quello dei decessi, al punto che a metà-fine dicembre il Veneto ha registrato per settimane il più alto numero di morti per Covid-19 di tutte le regioni italiane, compresa la Lombardia che ha una popolazione più che doppia.

Quanti sono stato i decessi nella nostra regione?

Il numero di decessi per Covid-19 ogni 100.000 abitanti in Veneto è stato il doppio di quello registrato in Italia, con un picco attorno a fine anno, proprio come avevamo anticipato sulla base dei dati disponibili a inizio dicembre.

Si è capito perché?

A giudizio della Regione i motivi non sono del tutto chiari. Sono state avanzate varie spiegazioni: una maggior prevalenza della variante inglese nella regione; comportamenti incongrui da parte di singoli soggetti irresponsabili; diffusione da parte di persone provenienti da altre regioni.

Motivazioni condivisibili?

La prima ipotesi è da escludere per la mancata dimostrazione di una maggior diffusione della variante inglese in Veneto rispetto alle altre regioni. Inoltre, le carenze e la inadeguatezza del sistema di tracciamento rendono quantomeno non documentabile la seconda.

Voi del CoVeSap vi siete fatti un’idea sulle cause del picco anomalo osservato in Veneto?

A inizio febbraio Azienda Zero, che effettua la raccolta dei dati sull’andamento pandemico in Veneto e ne fornisce l’elaborazione al Ministero, ha reso pubblico un documento che descrive in modo dettagliato l’andamento dei contagi, dei ricoveri e dei decessi dall’inizio della pandemia. Il report, ancorché ricco di dati, è però largamente incompleto nella discussione; di fatto solleva più dubbi di quanti ne chiarisca.

Dov’è carente?

Manca completamente, ad esempio, la discussione di 5 capitoli su 6. Non viene fatta alcuna comparazione tra i dati della prima ondata e quelli della seconda i quali, come si sa, hanno avuto un impatto ben diverso sulla nostra regione. Non vi è una valutazione statistica della significatività dei dati presentati, neppure di quelli discussi, come ad esempio l’incremento della mortalità rispetto agli anni precedenti.

Che cosa si evince allora?

Due osservazioni: l’andamento anomalo dei nuovi contagi e del numero di nuovi ricoverati. Appare evidente che a partire da fine novembre, la curva dei contagi anziché attenuarsi si impenna in un secondo picco sovrapposto che raggiunge il suo apice verso fine anno.

Determinato da cosa? Si può stabilirlo?

Si possono fare varie ipotesi. La prima è che vi sia stata, non solo da parte di pochi singoli irresponsabili, bensì di una consistente parte dei cittadini veneti un allentamento delle misure di prevenzione, di distanziamento sociale e di sanificazione, conseguente all’assegnazione al Veneto in zona Gialla. Una decisione improvvida in quando i dati mostravano invece, chiaramente e inequivocabilmente, un aumento dei contagi.

Non è stato un errore per il Veneto indugiare sulla zona gialla?

L’algoritmo ha portato a collocare e a mantenere a lungo in zona rossa una regione, la Calabria, la cui incidenza del Covid-19 (numero di nuovi casi positivi in un dato periodo di tempo) era oggettivamente molto bassa ma che ha strutture sanitarie deboli. La classificazione in zona rossa mira ad evitare il rischio di una saturazione delle strutture ospedaliere ed in particolare delle terapie intensive, di cui questa regione è carente. Per il Veneto è accaduto il contrario: la regione è rimasta per settimane in zona gialla (e quindi priva di restrizioni efficaci) sulla base di una dichiarata, ma non reale, disponibilità di posti-letto di terapia intensiva (n. 1016).

Che non c’erano?

I posti letto realmente attrezzati, disponibili e con personale specializzato erano circa 700, ovvero il 30% in meno di quanto dichiarato. Ciò ha inevitabilmente portato ad una selezione dei pazienti per l’accesso alle cure salvavita e, in alcuni casi, ad una vera e propria saturazione delle terapie intensive.

Altri errori da non commettere?

L’uso dei tamponi antigenici “rapidi” come test diagnostici in contesti ad alto rischio di contagio come Rsa e ospedali. Tali tamponi, soprattutto di prima e seconda generazione, hanno una buona specificità (basso numero di falsi-positivi) ma una scarsa sensibilità (alto numero di falsi-negativi) che ne raccomandano l’indicazione solo in particolari contesti, ad esempio per la valutazione dell’andamento del contagio nella popolazione generale o in gruppi a basso rischio, cioè con una bassa prevalenza (percentuale di soggetti positivi in un dato momento). Non sono invece idonei per gruppi ad elevata prevalenza di contagio.

Perché?

Perché darebbero una falsa e, in quanto tale, pericolosa informazione di non essere contagiati ad un numero elevato di soggetti che sono invece positivi (30%-40% o più). Questi soggetti non solo sarebbero privati della necessaria terapia - utile nelle prime fasi del contagio - ma soprattutto credendosi indenni dal virus potrebbero essere erroneamente indotti a comportamenti imprudenti e per questo ad alto rischio di contagio di altre persone.

 


| modificato il:

Tommaso Colla

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