23 novembre 2020

Montebelluna

No alla didattica a distanza, ma se dura poco...

Professoressa e mamma racconta i primi due giorni del liceo fatto in casa

| Roberto Grigoletto |

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| Roberto Grigoletto |

No alla didattica a distanza, ma se dura poco...

MONTEBELLUNA - E’ suonata due giorni fa, in gran parte degli istituti superiori della Marca, la campanella della scuola con didattica digitale integrata. La scuola tanto da casa e poco in classe, per dirla in parole povere, oltre le sigle partorite dalle menti ministeriali: DdI, DaD. Hai visto mai che prima o poi tornerà di moda pure il “Dadaumpa”?

Come è iniziata la nuova stagione didattica? Abbiamo pensato di chiederlo alla prof.ssa Nadia Carlucci, docente di ruolo di Latino e Greco all’Istituto Superiore Primo Levi di Montebelluna (nella foto). Perché scuola per lei vuol dire famiglia, in ogni senso: papà professore di Inglese e mamma di Filosofia; marito di Lettere; due figli al liceo, classico e scientifico.

Come è stato il suo primo giorno Ddi?

Triste. I ragazzi del primo anno sono tra quelli più colpiti: non hanno completato il loro ciclo di studi alle medie nella maniera “tradizionale”, non riuscendo a salutare i loro compagni, i loro docenti, non vivendo assieme agli altri l’attesa dell’esame. Dopo appena un mese e mezzo, eccoli nuovamente catapultati in una realtà che non sentono loro.

Qualcosa si riesce a fare?

Dal punto di vista della “somministrazione dei contenuti”, diciamo che al momento va: qualche difficoltà di connessione, qualche problema tecnico, ma insomma, anche questa volta la scuola ha risposto prontamente.

Ma non è la scuola come dovrebbe essere, giusto?

No, perché la scuola non è mero passaggio di conoscenze. A quel punto, vanno bene un pc, un video, “la distanza”. Ma se per scuola intendiamo anche un processo di relazione, di costruzione di saperi allora no, non può funzionare. Può essere un ausilio alla “didattica tradizionale”, ma che si sostituisca la prassi scolastica con la DdI non è auspicabile.

Una scuola in trincea…

Tutto il mondo è in trincea in questo momento. Però la scuola ti permette di sentire quello che i ragazzi pensano: portano a scuola tutto il loro vissuto, che non sempre è semplice e lineare. Il rischio è di perdere quelli che sono meno “integrati” nel tessuto scolastico, i più fragili o i demotivati, quelli che anche in classe magari intervengono meno e che dietro uno schermo diventano praticamente invisibili.

Esiste poi il rischio di creare delle disparità sociali.

La pandemia sta aumentando la forbice sociale, ma ho come la sensazione che di questo pochi se ne preoccupino.

Premesso che forse neanche nel migliore dei mondi possibili il ministero dell’Istruzione si sognerebbe di interpellare gli insegnanti, se le avessero chiesto un parere, cosa avrebbe suggerito?

La scuola dovrebbe essere l’ultima cosa a chiudere in uno Stato. Mi dà davvero molto fastidio leggere “il problema non è la scuola ma…”. Se il problema non è la scuola, davvero fatico a capire perché si sia deciso di chiuderla. Mi pare abbastanza chiaro che un ragazzo per andare a scuola debba prendere i mezzi pubblici: come mai non si è pensato di potenziarli prima che la scuola iniziasse?

Se dovesse prolungarsi a lungo questa situazione, quanto ne uscirebbe penalizzata la scuola?

Moltissimo. Sono convinta che perderemmo davvero per sempre molti ragazzi.

I suoi figli come l’hanno presa quando domenica Conte ha detto che a scuola ci poteva andare solo il 25%?

Avrebbero preferito non ripetere l’esperienza della DaD: le spiegazioni, le interrogazioni, le verifiche sono andate avanti, ma hanno perso, e se ne rendono conto benissimo, tantissimo in termini di relazioni positive e di apprendimento.

E le famiglie?

Tra i genitori serpeggia molta preoccupazione e delusione. Non è un mistero che classi con meno studenti, trasporti pubblici migliori magari dedicati solo agli studenti così da non interferire con i lavoratori, avrebbero sicuramente agevolato un intervento emergenziale. Invece, si ha la sensazione che le decisioni prese siano di tamponamento, ma che il fiume oramai sia in piena…

 


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Roberto Grigoletto

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