26 febbraio 2021

Treviso

Nasceva oggi, cento anni fa, il Partito comunista italiano

Giuliano Varnier è stato uno degli esponenti di spicco del Pci a Treviso: "Fu il grande tentativo di portare le masse popolari al centro della vita politica"

| Roberto Grigoletto |

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| Roberto Grigoletto |

partito comunista italiano

TREVISO - Del Pci trevigiano è stata una delle menti più lucide. Forbito nell’eloquio, ironico: i suoi interventi a Palazzo dei Trecento come in Consiglio regionale un distillato di intelligenza politica. Giuliano Varnier è oggi il presidente dell’Anpi, ma del Pci fondato in questo giorno di cento anni fa, fu prima segretario della Fgci e poi della federazione provinciale. L’interlocutore giusto per ripercorrere un pezzo di storia.

Cento anni dalla nascita del PCI: quale il significato di questo anniversario?

Il Pci non c’è più da trent’anni e mi sembra che quel patrimonio di storia, di lotte, di esperienze democratiche, non sia stato raccolto che in minima parte. Se guardiamo alla pochezza, alla miseria della politica di questi anni e di questi giorni allora comprendiamo come sia importante riflettere sulla storia del nostro Paese. Non solo sul Pci, ma anche sui grandi partiti di massa che hanno sconfitto il fascismo, hanno fatto la Costituzione, hanno ricostruito il Paese dopo le devastazioni fisiche e morali causate dalla guerra e dalla dittatura nazifascista.

Una ricorrenza che parla alla politica di oggi?

Parlare, ricercare, riflettere sulla storia del più grande partito comunista dell’Occidente capitalistico è più che mai utile oggi. Ed è quanto mai necessario farlo coinvolgendo i giovani, le scuole, i lavoratori. I social sono quanto mai utili, ma il rapporto diretto con le persone e coi loro problemi rimane sempre insostituibile.

Cosa ha rappresentato il Partito comunista nella storia repubblicana del nostro Paese?

Il Pci rappresenta il grande tentativo di portare le masse popolari, prima emarginate dallo stato liberale e poi oppresse dal fascismo, al centro della vita politica. Farle diventare protagoniste. Il primo Risorgimento fu un fatto prevalentemente di élite intellettuali e borghesi. Con quello che viene chiamato il secondo Risorgimento (la lunga resistenza al fascismo, la lotta di liberazione) e la costruzione dei grandi partiti di massa, le classi popolari da subalterne diventano protagoniste, entrano nella storia, partecipano alle scelte politiche.

C'è stata una "specificità" del movimento comunista italiano?

Certamente c’è una specificità. I partiti comunisti nascono sull’onda dell’ottobre russo. Sono certamente influenzati e condizionati anche da quel grande avvenimento storico e politico. La clandestinità, la prigione e l’esilio di tanti dirigenti non agevolò subito uno sviluppo autonomo, articolato, indipendente. Questo avvenne gradualmente, nel tempo. Una prima specificità del Pci: pensiamo a cosa sarebbe stata la lotta di liberazione se non ci fossero stati Togliatti e la svolta di Salerno. I partiti antifascisti (socialisti, azionisti, repubblicani e comunisti) erano intenzionati nel ’44 a porre subito la questione istituzionale: via i Savoia e subito la repubblica. Non si rendevano conto che gli inglesi erano già in Italia e non lo avrebbero permesso. Togliatti capovolge gli indirizzi, crea le condizioni per la più larga unità antifascista e sposta a dopo la sconfitta del fascismo la questione istituzionale monarchia o repubblica. Non è poco.

Le cose sarebbero potute andare in un altro verso…

La storia avrebbe potuto avere un esito più drammatico e divisivo se non ci fosse stata questa scelta. E poi le grandi scelte di Enrico Berlinguer: il tentativo di costruire un nuovo, storico, rapporto tra le grandi forze popolari che ci hanno dato la Costituzione.

Quale la stagione più "incisiva" del Pci, a suo parere?

Direi in primis la costruzione di un rapporto organico coi maggiori gruppi intellettuali del Paese, l’aver creato un rapporto stretto tra questi e i ceti popolari. Decisivo fu a questo fine il far conoscere il pensiero di Antonio Gramsci che è ancora quanto mai attuale. E poi l’aver costruito intorno al Pci una grande galassia organizzata di forze: sindacati operai e contadini, cooperative, artigiani, piccoli commercianti. Un mondo democratico articolato che fu decisivo per le grandi lotte contro i processi regressivi che non mancarono nel dopoguerra.

Un partito il Pci che pone per primo la questione oggi detta” di genere”

Dando voce a chi non ne aveva. Pensiamo all’importanza delle organizzazioni femminili, a giornali come “Noi Donne”, all’attività sociale che svolsero. E non dimentichiamo i mutamenti rispetto al bolscevismo: la questione religiosa come possibile apporto progressivo, un partito che non si fondava più sul considerare lo spirito religioso come un impaccio, ma come un arricchimento della coscienza politica e sociale.

E in terra trevigiana come si collocava il Pci?

La presenza nelle istituzioni mi ha dato ed insegnato molte cose. Intanto aver capito che dall’altra parte non c’erano solo biechi reazionari, nemici. C’era possibilità di dialogo e di costruire cose insieme. Con i compagni socialisti innanzitutto, prima che giungesse il processo degenerativo craxiano e con tanti democristiani. Ricordo con affetto uomini come Antonio Mazzarolli o Bepi Marton e tanti altri. Anche con Carlo Bernini in regione ci sono stati momenti di scontro duro, ma anche di dialogo costruttivo.

La politica per lei, cosa è stata e cos'è ancora?

La politica è vita, è l’essenza dell’uomo, la sua filosofia reale. Oggi cerco di portare, per quanto è possibile, nell’impegno che ho nell’Anpi questa esperienza accumulata.

Ma non ha smesso di “progettare”, è vero?

Guardo, ascolto e mi impegno per costruire una sinistra nuova, plurale. Un nuovo soggetto politico che combatta le ristrettezze di visione delle “piccole patrie”, dei bla bla su rivoluzioni cervellotiche di certi “rivoluzionari” da bar Casablanca, rivoluzionari a chilometro zero pronti a dissertare su tutte le rivoluzioni del mondo, ma incapaci di qualsiasi atto per cambiare davvero.

Servirebbe un nuovo partito?

Occorre costruire un nuovo soggetto politico di tipo socialista, progressista, aperto a laici e a cattolici. Un soggetto che dia spazio reale alle donne e ai giovani. Senza nostalgie, ma raccogliendo ciò che di vitale c’è nelle esperienze passate. Gramsci diceva: “la storia insegna, ma non ha scolari”. Speriamo che un po’ di scolari e di buoni maestri arrivino.

 


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Roberto Grigoletto

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