23 novembre 2020

Politica

Morto Germano Nicolini, il comandante 'Diavolo'

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Morto Germano Nicolini, il comandante 'Diavolo'

E' morto a Correggio (Reggio Emilia) l'ex comandante partigiano Germano Nicolini, protagonista della Resistenza in Emilia, conosciuto con il nome di battaglia di "Diavolo". Avrebbe compiuto 101 anni il prossimo 26 novembre. Nel 1947 fu accusato ingiustamente dell'omicidio di don Umberto Pessina: condannato nel 1949 a 22 anni di carcere, ne scontò solo 10 grazie a un indulto; fu scagionato in modo definitivo solamente nel 1994. Assolto da ogni accusa, gli fu restituita la Medaglia d'Argento al Valor Militare perché "considerato uno dei migliori combattenti della Resistenza reggiana".

 

Nato a Fabbrico (Reggio Emilia) nel 1919 da una numerosa famiglia contadina di formazione cattolica, Nicolini inizia ma poi interrompe per malattia gli studi classici conseguendo in seguito un diploma in ragioneria e iscrivendosi quindi all'Università commerciale Luigi Bocconi di Milano. Ufficiale del 3° Reggimento carristi del Regio Esercito, Nicolini fu catturato dai tedeschi l'8 settembre 1943 nei pressi di Tivoli, dove era distaccato nella difesa di Roma. Si sottrae alla deportazione con una fuga, tanto temeraria quanto miracolosa. Tornato in Emilia si dà alla macchia ed organizza la Resistenza armata, diventando Comandante del 3° battaglione della Brigata "Fratelli Manfredi".

Il partigiano Nicolini assume diversi nomi di battaglia: prima "Demos", poi "Giorgio" ed infine "Diavolo". Partecipa a molte battaglie (tra le altre Fabbrico e Fosdondo), riportando due ferite. Dopo la Liberazione, all'età di 27 anni, nel dicembre 1946 Nicolini viene eletto sindaco comunista di Correggio: votano per lui anche tre consiglieri dell'opposizione democristiana, in un periodo ancora turbato dalle vendette e dai delitti di stampo politico in quello che passerà alla storia come il famigerato "triangolo rosso della morte" in Emilia. Come amministratore si distingue per l'impegno verso il disagio della popolazione più bisognosa e particolarmente degli ex combattenti, attuando così quei valori del suo credo cristiano, che lui identifica nell'ideale comunista, maturato da partigiano.

 

Il 18 giugno 1946 viene assassinato sulla porta della canonica con due colpi di pistola don Umberto Pessina, pressi della parrocchia di San Martino Piccolo, una frazione di Correggio. Dopo due arresti errati di persone che avevano avuto dei dissapori con il prete, l'accusa infamante del delitto, cade sul sindaco Germano Nicolini e gli ex partigiani Ello Ferretti e Antonio Prodi (detto Negus), finiti in manette il 13 marzo 1947. I sospetti si concentrano su Nicolini in seguito alla rivelazione di una donna, Ida Lazzaretti, che testimonia di averlo sentito pronunciare la sera precedente il delitto le seguenti parole: "Quel prete bisogna subito toglierlo dal mondo".

 

Nel 1992, quando viene riaperto il caso, la nipote di Lazzaretti afferma che la donna aveva confessato a suo figlio di avere mentito al processo, spinta a farlo dal parroco di Correggio, don Enzo Neviani, mediante una ricompensa economica. Il 26 febbraio 1949 la Corte d'Assise di Perugia condanna Nicolini a 22 anni di carcere come mandante di omicidio volontario ed alla perdita di ogni diritto civile e militare: ne sconta 10, per sopravvenuto indulto a favore di ex appartenenti alle formazioni partigiane. Per quasi mezzo secolo Nicolini grida la sua innocenza e chiede, inascoltato, che lo si aiuti per la revisione del processo. Eloquente, al riguardo, il titolo del suo voluminoso libro-memoriale, "Nessuno vuole la verità".

 

Trent'anni fa il caso don Pessina viene riaperto su invito dell'ex partigiano emiliano ed ex deputato comunista Otello Montanari, che incitò la popolazione, con un articolo apparso il 29 agosto 1990 sul giornale "Il Resto del Carlino", ribattezzato "Chi sa parli", a rivelare informazioni riguardo ai delitti avvenuti nel 'triangolo rosso della morte' durante nella seconda metà degli anni '40. Il cosiddetto "terzo uomo" che era stato citato da diverse testimonianze all'epoca del delitto, l'ex partigiano William Gaiti, che a differenza di Cesarino Catellani e Ero Righi, si era rifiutato di confessare e poi espatriare clandestinamente in Jugoslavia, confessa il 10 settembre 1991 al procuratore di Reggio Emilia, Elio Bevilacqua, di aver preso parte all'omicidio insieme a Catellani e Righi e di avere sparato a don Pessina.

 

Dopo la confessione dei tre veri colpevoli e la loro condanna (1993), per Nicolini arriva finalmente la revisione del processo: la Corte di Appello di Perugia, l'8 giugno 1994, assolve l'ex comandante partigiano con formula piena, considerandolo vittima di una macchinazione politico-inquisitoriale. Con lui sono assolti "per non aver commesso il fatto" anche Ferretti e Prodi. Nicolini riacquista tutti i diritti, gli viene riconsegnata la Medaglia d'Argento al Valor Militare per il suo impegno nella lotta partigiana contro il nazifascismo.

 



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