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18 gennaio 2022

IL MIO VENETO FELIX

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Rossella Tramet | commenti |

Il Veneto bistrattato da F. Maino nel premiato “Cartongesso” (« I trentacinque (35) bar d’Insaponata di Piave sono disperatamente popolati nei week-end soprattutto da questi capannoidi e da queste femminine. Ognuno ha il proprio bar, un bar del cazzo in cartongesso, cartongesso, penso, metà cartone, metà gesso, il cartone delle baracche da dove tutti proveniamo, il gesso che si sfarina come cocaina, quella che tutti aspirano, il bar, il proprio porto franco, il proprio atollo, i propri disperati prosecchi, le disperate bollicine, i disperati vodka tonic, i disperati spritz al Select, i vinelli disperatamente strutturati, i rossi importanti, anch’essi disperatamente soli”), se abita da qualche parte, non é qui.

Qui, nella fascia pedemontana che si distende da Valdobbiadene a Conegliano, è un Veneto profondo, il Veneto felix del prosecco, il Veneto arcadico delle colline dolci e sinuose che hanno dato sfondo alle tele del Cima e cornice alle poesie di Zanzotto (rappresentate graficamente nel moto ondulatorio MMNMM del famoso verso “Mai Mancante Neve di Metà Maggio”).

E’ anche il Veneto del Piave, della fierezza contro il nemico e della resistenza alla fame, che Comisso Parise ed Hemingway hanno narrato ed amato, pur ad altre latitudini.

Tante persone che si fanno i fatti loro, è vero, che faticano a salutare chi incontrano per la strada di cui non ricordino il nome o non conoscano personalmente, con aumentata diffidenza (Già un tempo si diceva “muso duro e bareta fracada”).

Gente che si sente probabilmente aggredita da foresti così foresti che la distinzione originaria nord/sud non basta più, tanto che non è raro incontrare donne col velo in testa o vestite di nero da capo a piedi sguscianti nel sagrato della chiesa paesana come in mezzo alla campagna, tra i vigneti, in una terra già sconvolta dall’industrializzazione selvaggia dei capannoni.

Gente che preferisce ancora lavorare e tacere, quando il lavoro c’è (in queste terre per dare della brava persona a qualcuno, si diceva –e forse ancora si dice- “l’ha sempre lavorà”), e che se si tratta di dare una mano per la festa paesana, con la pro-loco o con gli alpini, difficilmente si tira indietro: volti fieri e generosi alle sagre, chiusi e immusoniti per le strade ( “Son immusonà” dice anche il ragazzo di qui che ha spopolato in rete con i suoi video in dialetto sulla presenza del Veneto all’Expo e successivi).

E se col prosecco i schei si sono fatti, ma forse non hanno portato ancora maggiore consapevolezza, tra le nuove generazioni aumenta la sensibilità verso l’ambiente per il necessario contenimento dell’uso –spesso smodato- dei fitofarmaci sui vigneti, nella scommessa verso una maggiore eco-sostenibilità che fa comodo avere attestata, in corsa per il riconoscimento dell’area a “Patrimonio dell’Unesco”.

(Maino: “Il Veneto è tutto uguale, asfissia, campi tritati, bonaccia, soia, noia, fine pena mai, una meravigliosa cella quattro per quattro i cui internati, quattro milioni di ex contadini gonfiati dall’insaccato, ulcerizzati dal cabernet, equivalgono a quattro milioni di corpi ammassati, all’ergastolo”, ma pare che il suo Veneto sia “un bidè di provincia chiamato bassopiave”).

Nel mio Veneto (il Veneto del Prosecco, non del cabernet) può capitare di avere nostalgia della vendemmia mancante da anni. Di provare piacere nel passeggiare in settembre tra i filari e spigolare i grappoli rimasti e ancora appesi ai tralci. Di sentirsi stupidamente felice, le mani appiccicose di succo d’uva, l’odore di mosto diffuso e in alto un cielo terso, così terso che da Pianezze si scorge la laguna ad occhio nudo.



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