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28 novembre 2021

In margine ad alcune lettere di Emil Cioran

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Luca Barbirati | commenti |

«Caro amico, eccoci dunque, entrambi, al bivio della vita». Con queste parole Cioran inizia la lettera del 23 settembre 1932 diretta all’amico d’infanzia Bucur Tincu. Entrambi studenti di filosofia, durante gli anni 1930-’34 si scambiano le famose dodici lettere che verranno pubblicate per la prima volta in Romania nel 1995. Sono gli anni precedenti all’opera cioraniana “Al culmine della disperazione”, espressione che i cronisti dell’epoca riservavano solamente ai suicidi, tuttavia, il tono intimo di queste lettere non fa trasparire cedimenti o malinconiche depressioni; nel Cioran ventenne possiamo già trovare il lucido e disincantato aforista delle opere più mature.

Incide netto sulla carta: «Hanno diritto a fare filosofia solo coloro che a vent’anni non si aspettano più grandi sorprese dalla vita, che sono in grado di esercitarsi nella meditazione contemplativa e che hanno superato l’età dello squilibrio». Non c’è arte che può contenere l’impeto dirompente del giovane scrittore romeno: «E’ una grande cosa vedere al di là delle forme simboliche e di espressione. Nessuno si rende conto che si può negare il progresso dell’umanità a causa di un mal di piedi. Tutto sta nel vedere al di là di ciò che è dato, ma quando lo vedi tutto questo non ha più alcuna importanza».

Sono anni di attività frenetica, studia come un ossesso, e con un certo disprezzo per la vita culturale di Bucarest, o meglio: per la cultura salottiera tout court, confida all’amico: «Attualmente mi preoccupano solo i problemi di filosofia pura: spazio, tempo, causalità, numero ecc… Ho rinunciato categoricamente ad ogni filosofia sentimentale, che porta a lamentarsi della vita e all’esaltazione del patetico». Cioran è uno scienziato della tristezza senza alcuna teoria, esalta i dettagli annichilendo ogni sistema, e in questo può essere avvicinato ai grandi scettici, anche se non gli basta un Pirrone di Elide per acquietare la necessità che prova di conoscere il reale. Prima dell’amarezza, il giovane Emil, sperimenta la vitalità e il dinamismo della ricerca. Domanda la spontaneità concreta della vita, il vero amore per il sapere, anche se non trova alcuna risposta nella capitale romena, né dalle redazioni delle riviste letterarie né tanto meno dalle aule dell’Università. «Questo diploma non ti offre un’esistenza migliore rispetto a quella di un mendicante di strada». Cioran chiede tutto dalla vita, non accetta facili retoriche e rifiuta qualsiasi compromesso. Ricorda da vicino un altro giovane filosofo, triestino, Carlo Michelstaedter. Scrive Cioran il 24 gennaio 1931: «Siccome non ammetto di essere secondo in una discussione, invece di prevalere attraverso la violenza e il paradosso, preferisco distinguermi ed eccellere mediante una chiusura interiore»

Non è il disinganno a distinguere i giovani filosofi, nemmeno la loro disperata vitalità, bensì è la risposta al tema del suicidio. Perché continuare a vivere nonostante lo studio abbia vanificato ogni puerile illusione? Come vivere al culmine della disperazione? Forse Cioran può essere davvero una guida: scrivere è dimenticare, è farsi carico di tutta la sofferenza per poi riversarla in sbocchi di sangue sulla carta, sui cahiers. Forse sono anni in cui il giovane Emil non conosce ancora la “scrittura terapeutica”, ma il 5 aprile 1932 confida all’amico Bucur: «Ho preso una decisione alquanto impressionante da diventare per me un’ossessione. Si tratta di ritirarmi in provincia e mettermi a scrivere in quattro mesi, qualcosa di consistente. Vorrei scrivere qualcosa col sangue.» Nel 1933, all’età di 22 anni si ritira a Sibiu in Transilvania e facendo finta di lavorare ad una tesi – questa la scusa usata con i genitori! – scriverà “Al culmine delle disperazione”.

«E’ stato per me una specie di liberazione, di esplosione salutare. Se non lo avessi scritto, certamente avrei messo fine alle mie notti» ricorda Cioran, nella prefazione all’edizione Adelphi del 1998.



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