18 ottobre 2021

L'irrazionalismo di Ancilotto

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Luca Barbirati | commenti |

S'intitola Chopin e i poeti romantici il libro pubblicato da Stefano Ancilotto, insegnante di lettere coneglianese, nel 2013. È un testo singolare composto da brevi citazioni, ritratti, fotografie, poesie e note di storia della letteratura; elementi diversi ma che coabitano come la moltitudine dei colori delle foglie in autunno. Sin dalla prima pagina emergono tre elementi che bisogna considerare per comprendere la poetica dell'Autore.

Innanzitutto la concatenazione tra la poesia e la musica che in queste pagine trovano libero sfogo susseguendosi e confondendosi. Perché Chopin? Perché i romantici? Se lo storico riesce ad ancorare il proprio discorso richiamandosi ad un più ampio panorama letterario, in particolare al romanticismo inglese e tedesco, il poeta deve cedere il passo all'ineffabile e non può dirimere le questioni se non attraverso “esatti contrari” e “nulla pieni”. Ancilotto tenta “qualche storta sillaba e secca come ramo” (Montale), di Chopin assorbe l'eroismo e la follia, caratteri propri di chi è affamato d'Arte e d'Amore, del poeta polacco Adam Mickiewicz il lamento. Quella dell'Autore è una poesia di contrasti, di doppi e di grida silenziose; dà voce ad una profonda nostalgia dell'Amore che tuttavia non riesce a far tacere il proprio cuore, ancora ebbro di gioia e quasi di un'energia primaria. Il passato ed il presente si scontrano e si confondo nella ricerca di una via per il futuro. Per descrivere questi versi si possono usare le stesse parole che Ancilotto riserva alla “Ballata n°1 op. 23” di Chopin: sono un tentativo di infondere serenità e luce ad un mite cupore.

A ciò si aggiunge la natura, osservata dall'Autore in maniera quasi religiosa. Una natura capace, con la sua ingenuità, di donare dolcezza anche a chi non crede, sollevandolo per un momento dall'oblio e dall'incertezza. Essa è una breve camminata in collina, è un dettaglio nascosto che trattiene un assoluto inesprimibile, è un luogo fisico compreso tra Collalbrigo, le Mire e Pieve di Soligo. Essa non possiede un valore in sé ma solo in relazione all'esperienza estetico-emotiva fornita dalla poesia e dalla musica stessa. Non esiste un tempo né un luogo se non nella nostalgia rievocata da un nocciolo, da un vigneto, da un bosco o da una distesa di “collinette e dolci rilievi”. In Ancilotto vive un dissidio che nasce dall'osservazione delle cose; emblematica in tal senso è l'immagina a pagina 14, dove lo spartito della Ballata chopiniana fuoriesce da una casa in collina, ricoperta di edera rossa autunnale. Qui forze irrazionali fanno intuire ciò che le parole possono solamente inseguire: Perdo il senso / del dire e del fare. / Cammino perché mi svegliano / l'erba odorosa e i contrasti luce-ombra.

Se è certo che la natura sia il combustibile e la poesia-musica il comburente, qualche dubbio si pone sulla fonte d'innesco. L'iniziale dedica “A te, (...)” ed il continuo ricordo-rievocazione rimanda forse all'esistenza di una Clizia destinataria di questi frammenti amorosi. Ma essa non è la sola, infatti, nella seconda persona singolare usata da Ancilotto, se ne nasconde un'altra: Presto, / compi il tuo giro / fine viandante del pomeriggio. / Oggi. / Riempi il sentiero dell'agire / con lo stesso sentire. Il poeta invoca se stesso, si sprona ad agire, a raggiungere l'amata nel “campo di stelle” ossia a riabitare quei palazzi che furono il loro luogo d'amore e di passione; ma è consapevole che deve fare in fretta “prima che la poesia isoli verità”, cioè prima che egli scopra d'essere il solo custode di un palazzo stregato. All'intuizione poetica segue una sensazione emotiva: l'Amore, se non trova posto in una formulazione logica, vive ugualmente ed è alimentato dalla poesia e dalla musica. Ancilotto supera il dissidio della ragione rispondendo uno schietto “Non so” al dubbio shakesperiano; eppure questa posizione non è una negazione di conoscenza, è un abbandono al Bene che egli prova e che apprende coi sensi anche se dalla ragione è bandito. L'Autore sceglie l'irrazionale e con due brevi versi, centro della conoscenza appresa, annota: Talora un abbaglio / aggiunge più saggezza, che altro non è se non la forma in positivo dell'aforisma nietzschiano: E che cosa amerò se non l'enigma delle cose?

Stefano Ancilotto, Chopin e i poeti romantici. L'esperienza della musica fra natura e poesia (Il Marco Polo Edizioni, 2013)



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