23 gennaio 2020

Lavoro

Lavoro: Cnos-Fap, ingenti risorse regionali ma in modo frammentato.

AdnKronos | commenti |

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Roma, 11 dic. (Labitalia) - Luci e ombre sulle politiche pubbliche su formazione e lavoro. Ingenti le risorse impegnate dalle Regioni nel 2018: 2,4 miliardi di euro, ma l’Italia è ancora lontana dalla definizione di un modello di policy stabile nel tempo che sappia integrare formazione e lavoro. Uno scenario regionale frammentato e disomogeneo, con interventi spesso one-shot. E' questa la fotografia che emerge dai due studi presentati dal Cnos-Fap (Centro nazionale opere salesiane-Formazione aggiornamento professionale) oggi a Roma: un sistema di politiche attive del lavoro ancora giovane, che fatica a rispondere alle problematiche poste dalla transizione scuola-lavoro, alla transizione dalla disoccupazione al lavoro, al processo di reskilling della forza lavoro.

"Continuiamo - ha evidenziato il direttore generale Cnos-Fap, Enrico Peretti - lo studio del comportamento delle Regioni nell’impiego dei fondi assegnati per i due ambiti della formazione professionale, da un lato, e politiche attive per il lavoro, dall’altro: sono emersi aspetti interessanti di cui il governo dovrebbe tener conto perché i due temi sono fortemente connessi anche in virtù del fatto che esistono tanti mestieri che non trovano il giusto lavoratore". Nella prima pubblicazione 'Politiche attive della formazione professionale e del lavoro', realizzata dal Cnos-Fap in collaborazione con Ptsclas (edizioni Rubbettino), un primo focus è sulle risorse complessive impiegate nel 2018, ovvero 2,4 miliardi di euro, di cui quasi 1,3 miliardi per le politiche formative e 1,1 miliardi per le politiche attive del lavoro (Pal): mappando 328 avvisi di cui 184 relativi alle politiche della formazione e 144 alle politiche del lavoro emessi l’anno scorso, si evidenzia una crescita rispetto al 2017 (238 avvisi e 2,1 miliardi di risorse complessive).

Il 65% delle risorse per la formazione sostiene l’attività ordinamentale ovvero Iefp, Ifts (istruzione e formazione tecnica superiore) e l’alta specializzazione tecnica offerta dalle fondazioni Its, mentre la formazione continua, permanente o gli interventi a supporto si dividono il restante 35%. Permane l’effetto positivo apportato dal consolidarsi del sistema duale (un percorso di studio svolto in parte nell’ente di formazione, in parte in azienda), sebbene con differenti velocità nelle diverse Regioni, confermando anche in questo ambito il divario Nord-Sud. Cresce anche la consapevolezza che la filiera professionalizzante, seppure ancora una scelta di nicchia, comporti un’occupabilità ormai di quasi il 70%, come ha riportato anche il rapporto Inapp presentato dieci giorni fa.

Più giovane e frammentato il sistema di politiche attive del lavoro, che fatica a darsi una logica di sistema universale e sempre aperto per rispondere alle esigenze di tutti i cittadini nella ricerca del lavoro. Gli investimenti per le Pal restano per lo più legati ad interventi per micro target, spesso di durata limitata nel tempo e soprattutto diversi da Regione a Regione. I bandi si dividono tra quelli a progetto (il 40%) e quelli a servizio (il 60%) che non prevedono, quindi, un progetto per uno specifico destinatario, ma tendono ad organizzare un servizio a cui si può accedere su base di standard individuati dall’amministrazione regionale. Nutrito è il gruppo di Regioni e Province autonome con solo bandi a progetto: 100% per Campania, Emilia-Romagna, Molise, Provincia di Trento, Umbria e Veneto a cui si può aggiungere un 93% della Calabria e un 96% del Friuli-Venezia Giulia.

Ciò evidenziando che non si tratta di una scelta legata al Nord o Sud. Trento ha adottato una politica diametralmente opposta a Bolzano che ha un 97% di finanziamenti sulle attività a servizio, il più alto in Italia, e un 3% sui progetti. La scelta dell’ottica di servizio è primaria anche in Basilicata (87%), Lombardia (89%) e Valle d’Aosta con 91%. L’ottica del servizio ha la peculiarità di essere sempre disponibile, non solo quindi per fronteggiare una specifica contingente emergenza. Mentre la modalità d’agire 'a progetto' comporta tra l’altro un alto numero di micro-bandi e di istruttorie, che rallentano il processo e aumentano i costi di gestione.

"In merito alla formazione - argomenta Eugenio Gotti, ricercatore e vicepresidente Ptsclas - le Regioni faticano ad offrire una filiera professionalizzante completa e articolata. L’università professionalizzante (gli Its) accoglie circa lo 0,7% degli studenti universitari, mentre in Francia e Germania questa percentuale è di circa il 20%. Le Pal sono ancora frammentate e la sensazione è che si tenda a rispondere a bisogni emergenti, piuttosto che strutturare sistemi stabili e aperti, con una visione di lungo termine come invece ha fatto il sistema sanitario. Solo in tal modo si potrebbero rendere sistematici gli interventi di incontro domanda-offerta di lavoro e le azioni di reskilling, oggi fondamentali per supportare il reinserimento lavorativo di disoccupati di lungo periodo".

Altri aspetti da considerare, strettamente connessi all’attualità, sono l’impatto che il reddito di cittadinanza ha avuto sulle politiche attive del lavoro; anche se lo strumento è una politica di contrasto alla povertà, è ancorato alla ricerca attiva del lavoro da parte del beneficiario. È logico pensare che spesso sia necessario adeguare le proprie competenze alla domanda del mercato. Inoltre, lo studio evidenzia che anche il ruolo dei navigator, che ha creato non poche frizioni tra Regioni e governo, ha e avrà un impatto importante sulle Pal a livello regionale.

La seconda pubblicazione presentata, 'L’istruzione e la formazione professionale tra regionalismo e unitarietà' (edizioni Rubbettino), è stata realizzata da Giulio M. Salerno, docente dell’Università di Macerata, e riflette sul rapporto tra le norme generali stabilite a livello nazionale in materia di Iefp (cioè l’istruzione e formazione professionale che consiste nei percorsi triennali di qualifica e nei percorsi quadriennali di diploma) e la disciplina adottata dalle Regioni, che sono le istituzioni direttamente responsabili. L’obiettivo è quello di valutare la coerenza dei modelli attuati in ciascuna Regione rispetto ai 'principi-guida' posti dallo Stato soprattutto a tutela del pari diritto all’istruzione e formazione che deve essere assicurato a tutti i giovani in ogni parte del territorio nazionale.

In particolare, sono state esaminate le discipline sulla Iefp vigenti in dodici Regioni (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Molise, Piemonte, Sardegna, Umbria e Valle d’Aosta) e nelle Province autonome di Trento e di Bolzano, confrontando queste discipline con le norme generali sull’istruzione introdotte dal decreto legislativo 61 del 2017. Si tratta delle istituzioni territoriali che sono andate al voto nel biennio 2018-2019 (ovvero che andranno prossimamente al voto), e quindi dopo l'entrata in vigore del decreto legislativo, che ha riformato in profondità l'assetto nazionale dell'istruzione professionalizzante anche in tema di Iefp. In questo modo si è inteso verificare sino a che punto il pluralismo che si manifesta in questi sistemi regionali (e provinciali) di Iefp sia in concreto coerente con i principi di unitarietà introdotti oramai due anni fa.

"Dall’indagine - ha affermato Giulio M. Salerno - risulta che i sistemi territoriali di Iefp analizzati presentano ancora una diffusa e consistente condizione di incoerenza nei confronti dei principi unitari stabiliti a livello nazionale In alcuni casi, poi, mancano apposite leggi regionali in materia di Iefp, o addirittura le normative territoriali sono precedenti alla revisione costituzionale del 2001 con la quale è stata espressamente prevista la materia dell’istruzione e formazione professionale". In altre parole, vi sono consistenti carenze e ritardi che non favoriscono l’omogenea presenza della Iefp in tutta Italia, e dunque di quei percorsi formativi che, come noto, sono particolarmente dedicati all’accesso al mondo del lavoro, soprattutto per le figure professionali che sono richieste dalle imprese.

Emerge, così, la necessità che gli enti territoriali procedano a opportuni interventi correttivi e integrativi della loro legislazione, in modo da assicurare piena attuazione ai principi-guida della Iefp sull'intero territorio nazionale, così consentendo la presenza delle condizioni giuridiche e istituzionali necessarie per garantire l’effettiva unitarietà del sistema nazionale della Iefp e, quindi, il pari rispetto del diritto di istruzione e formazione per tutti i giovani del nostro Paese. In conclusione, si propone che siano rafforzati i processi di monitoraggio e di recepimento dei principi di unitarietà della Iefp, in particolare mediante iniziative condivise tra le istituzioni territoriali (Regioni e Province autonome), con specifici accordi tra istituzioni territoriali e le autorità nazionali competenti in materia di istruzione, formazione e lavoro, e con la valorizzazione del ruolo di coordinamento della IX commissione (istruzione, lavoro, innovazione e ricerca) della conferenza delle regioni e delle province autonome.

Mettendo in relazione quindi le due ricerche la sensazione è che ci sia molto lavoro da fare, ma Peretti del Cnos-Fap osserva: "Per anni abbiamo avuto la sensazione di immobilità in materia di formazione professionale. Negli ultimi tempi, complice la grave crisi, qualcosa ha iniziato a muoversi; cito l’avvio del sistema duale, la nascita delle fondazioni Its che completano il percorso, il recente rinnovo del repertorio delle qualifiche e dei diplomi, quindi siamo moderatamente ottimisti". "Il mondo delle imprese ci sostiene: questa filiera è più connessa al mondo del lavoro, è più flessibile, perché i percorsi formativi sono più brevi e prevedono diverse finestre di uscita. Bisogna mirare a una stabilizzazione del sistema di Iefp, rendendolo la riposta sempre più concreta alle richieste del mercato del lavoro. Questo chiediamo, numeri alla mano alle istituzioni", conclude.

 



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