13 luglio 2020

Treviso

L’eroe nell’ombra

La storia di un operatore sanitario che per modestia non ha voluto raccontarsi

| Ingrid Feltrin Jefwa |

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| Ingrid Feltrin Jefwa |

Eroe nell'ombra

FOTO: immagine di repertorio

TREVISO – Si dice che nei momenti più ardui emerga la vera essenza delle persone, i loro limiti ma anche la loro grandezza. Indubbiamente quelli che stiamo vivendo sono giorni che ricorderemo per tutta la vita, di quelli che lasciano il segno: per i timori patiti, la solitudine dell’isolamento forzato e le preoccupazioni del dopo emergenza. Ma se ai più la pandemia ha riservato lunghi momenti di riflessione, per altri invece è coincisa con il lavoro frenetico e particolarmente scrupoloso, come nel caso del personale sanitario.

Qualcuno ha definito questi professionisti della salute degli “angeli” e anche alla nostra redazione sono giunte segnalazioni di sanitari che si sono spesi, con una dedizione ed un rigore fuori dall’ordinario. Ma non tutti gli eroi amano i riflettori come abbiamo constato oggi intervistandone uno. Una bella vicenda da raccontare quella di un professionista che opera nella nostra provincia ma che interpellato per raccontarsi, pur se cordiale e disponibile, per modestia ci ha chiesto di non scrivere di lui.

Umanamente e deontologicamente nessun dubbio sul rispettare questa richiesta ma resta il rammarico di non poter far conoscere una vicenda che merita di essere divulgata anche in omaggio a chi come il nostro “eroe nell’ombra” lavora con impegno e dedizione per gli altri. Così violando la prima regola del giornalismo che impone le 5 W (What – Che cosa, Who – Chi, Where – Dove, When – Quando, Why – Perché) ci limitiamo ad accennare, in punta di penna, alla vicenda.

Siamo nella Marca solitamente definita gioiosa ma che in questo periodo è in verità di tutt’altro umore. Qui in una delle tante strutture per anziani lavora da tempo un sanitario che ha saputo conquistarsi la stima e l’affetto degli ospiti. Un professionista che ha sempre messo al primo posto l’umanità e che quando sono cominciate ad arrivare notizie allarmanti dalla Cina si è subito preoccupato dell’incolumità dei suoi “nonnini”.

A fine febbraio aveva già fatto, per quanto possibile, scorte di presidi sanitari (guanti, mascherine…), scansionando inoltre l’ingresso alla struttura, con la misurazione della temperatura a tutti coloro che accedevano nella residenza per anziani. Ricordiamoci che a febbraio di Coronavirus si parlava solo nei media, come di un problema lontano che riguardava l’Asia.

Il 3 di marzo, persuaso che si dovesse fare di più, il nostro “eroe nell’ombra” ha deciso di chiudere l’ingresso della residenza, comunicando ai parenti degli ospiti che si trattava di una misura preventiva necessaria: le famiglie riponendo fiducia nel sanitario, pur se rammaricate, hanno accolto il provvedimento come un atto doveroso e si sono adeguate.

Le settimane sono trascorse e mentre altrove, anche poco lontano dalla residenza dove lavora il nostro protagonista, purtroppo diversi anziani sono stati contagiati, questo luogo è diventato una sorta di zona franca dove il Covid-19 non ha fatto breccia. Intendiamoci, la struttura non è certo “un’isola di pace” perché per mantenere alto lo standard di sicurezza fin da febbraio “rigore” è diventata la parola d’ordine per tutti.

Ogni gesto della quotidianità in questo luogo si è trasformato in un consapevole atto di tutela degli anziani ospiti, già quando altrove ancora nessuno aveva sentore di quanto sarebbe accaduto. Un impegno gravoso ma lungimirante che certo ha messo al riparo l’intera comunità di nonnini dove opera il nostro “eroe nell’ombra”.

Questa mattina gli abbiamo telefonato e ci ha spigato che: “Fortunatamente avevo fatto scorte di mascherine già ad ottobre 2019 per poter affrontare l’influenza invernale ma camici e disinfettanti pur se chiesti con largo anticipo non sono giunti e da settimane dopo aver trovato una ricetta sul web facciamo autonomamente il disinfettante alcolico. Siamo abituati a lavorare con batteri multiresistenti (agli antibiotici) ma dobbiamo poterlo fare in sicurezza…”.

Dichiarazioni fatte da chi è stato distolto dalla frenesia del lavoro e che solo dopo qualche istante, quando gli abbiamo prospettato l’eventualità di pubblicare un’intervista, ha corretto con modestia disarmante: “Io non sono un eroe, non ho alcun merito, ho fatto e faccio esattamente come tutti gli altri: qui tutti si spendono con impegno e serietà ma è solo il nostro lavoro”.

Una storia senza nome, senza luogo, senza protagonisti anzi no, dove il protagonista è l’umanità, quella positiva che vede nel proprio lavoro una missione, un impegno da assolvere con rispetto per gli altri, dispensando empatia. A ciascuno dei nostri lettori l’opportunità di dare un nome all’eroe in ombra, giacché l’epoca del Coronavirus ne ha fatto emergere tanti, restituendo a molti la fiducia nell’umanità.

 


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