26 gennaio 2021

Vittorio Veneto

"Ero italiano anche quando non ero italiano"

Venticinque dei suoi 26 anni, Chouaib li ha trascorsi in Italia. Ma fino a poche settimane fa, per lo stato italiano, non era italiano

| Emanuela Da Ros |

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| Emanuela Da Ros |

Chouaib Bel Mouden

VITTORIO VENETO - Bisogna annunciarlo in premessa che questo pezzo ha il sapore allegro dell’amicizia? Nel dubbio, l’abbiamo già fatto. E dunque cominciamo. Io lo conosco da quand’era adolescente. Da quando, a quattordici/quindici anni, frequentava l’istituto alberghiero Beltrame di Vittorio Veneto.

Socievole, simpatico, generoso, furbetto in aula (quando sono in un’aula scolastica, i furbetti ci piacciono), Chouaib Bel Mouden di “straniero” o etnico o esotico (scegliete voi l’aggettivo: implementate pure) aveva solo il nome e cognome. Il suo accento era veneto, le espressioni idiomatiche decisamente nostrane: “Dame ‘na man”, “Scolta”.

Chiaro che fosse così: il 14enne Chouaib aveva passato tutta la sua vita “in zona”. Sì, era nato a Casablanca (quella colorata che sta in Marocco, non quella mitico-patinata di Bogart), ma ad appena un anno con mamma Jmeea, papà Hamid, due sorelle e un fratello un po’ più grandi di lui era volato a Combai (Treviso, Italia). Il paesaggio in cui era atterrato era diverso da quello d’origine: i castagni avevano sostituito le piante di datteri. E le persone parlavano un’altra lingua.

Chouaib però doveva ancora imparare a parlare. E la lingua con cui era destinato a familiarizzare sarebbe stata proprio quella del paese dove sarebbe cresciuto. Trasferitosi appena treenne da Combai a Revine, Chouaib ha frequentato l’asilo e le elementari nel piccolo comune che si affaccia sui laghi e poi ha fatto le medie a Tarzo.

La lingua-madre? L’arabo? I suoi genitori lo parlavano in casa, ma il mondo di Chouaib non coincideva con le pareti domestiche: nel campetto da calcio, sulle stradine dove correva in bici con gli amici si parlava italiano, o dialetto veneto. E a scuola Chouaib aveva imparato a leggere e scrivere in italiano. L’alfabeto arabo, per lui, era - perdonate la battuta - arabo. Non era nemmeno un ricordo, era qualcosa di estraneo, incomprensibile.

Eppure, quando si iscrive alla scuola superiore, quando prende il diploma di qualifica, quando inizia a lavorare come cameriere nel locale che nel frattempo la sorella Ouafaa ha aperto a Trieste, Chouaib non risulta cittadino italiano. Il suo passaporto parla chiaro: lui è marocchino.

Un paese - afferma Chouaib, che ora ha 26 anni - che in realtà non conosco per nulla. L’ho visitato pochissime volte, finché i nonni erano vivi, poi ho perso ogni legame, anche familiare”.

Il “marocchino” Chouaib, che non sa una parola di arabo, a 18 anni, come tanti suoi amici, decide di andare a fare esperienze di lavoro all’estero. Dove? Nella magica Londra. Il progetto si rivela un’utopia: i suoi amici partono, lui no. Il trattato di Schengen consente a chi ha un “permesso di soggiorno di lungo periodo” di muoversi all’interno dell’Unione europea, ma - anche prima della Brexit - il Regno Unito ha dei paletti invalicabili. Chouaib deve rinunciare. Eppure, nel frattempo, il suo papà (che ora che è in pensione risiede a Ceneda, ma per anni aveva lavorato all’Aia - la fabbrica di uova, non la capitale olandese) e la sua mamma erano diventati ufficialmente cittadini italiani. I genitori avevano la cittadinanza, lui no.

“Per legge - spiega Chouaib - i padri possono trasmettere la cittadinanza ai figli minorenni, ma quando i miei l’hanno ottenuta io avevo da sei mesi compiuto 18 anni e sono stato escluso.”

Che fa dunque il 18enne Chouaib? Be’, ha in mano un passaporto marocchino e vuol lavorare all’estero: cambia meta, non idea. Vola a Dubai. Niente meno che. “E’ stata un’esperienza professionale bellissima - spiega - ma non poteva durare. Non più di 12 mesi. Se fossi rimasto a Dubai oltre l’anno, avrei perso il permesso di soggiorno italiano: non sarei più potuto tornare in Europa.”

E così Chouaib torna a casa, riprende a lavorare nel locale triestino della sorella e intanto ci riprova. Riprova, presentando un dossier di carte alto quanto un minareto, a prendere quella cittadinanza italiana che, dopo più di vent’anni di residenza sul suolo tricolore, sente di poter pretendere. Ma non è affatto facile. Non basta che lui dimostri di aver fatto tutte le scuole qui, di avere il certificato penale lindo, di aver avuto un reddito costante per tre anni, di aver pagato le tasse. Dal 2017 al 2020 sollecita dal Ministero dell’Interno una risposta, un riscontro. Ma sa che le richieste di cittadinanza che giacciono presso il Ministero sono oltre 300 mila e che il tempo di attesa è di 730 giorni (o meglio, lo era, perché Salvini l’ha dilatato a quattro anni).

E poi, sorpresa (si fa per dire)! Il 20 ottobre scorso, a 26 anni compiuti, Chouaib Ben Mouden riceve la notizia attesa da una vita: può diventare cittadino italiano, basta che giuri sulla Costituzione e dimostri di saper parlare italiano (che - l’abbiamo intuito? - è la sua prima lingua).

Il post che pubblica su Facebook esprime tutta la sua frizzante soddisfazione.Ok, ora è ufficiale - scrive Chuaib -. Giuro di essere fedele alla repubblica e di osservare la costituzione e le leggi dello stato. Dopo ben 3 anni 8 mesi e 6 giorni, 2 avvocati e 4 diffide, lo stato italiano ha deciso di riconoscere un ragazzo che vive in Italia da 25 anni su 26: da oggi posso dire finalmente di essere cittadino di questo paese, l’Italia.
Il paese dove sono cresciuto.
Il paese che ha accolto la mia famiglia in quel lontano 1994.
Il paese che mi ha insegnato a leggere e scrivere.
Il paese che mi ha insegnato che la pasta con il ketchup e la pizza con l’ananas sono dei crimini contro l’umanità.
Il paese che mi ha cucito l’accento veneto prima e il dialetto triestino poi.
Il paese per cui, d’ora in poi, anche io potrò dire la mia. Finalmente!
D’ora in poi niente più l’ansia di spostarsi con il permesso di soggiorno.
Niente più file in questura per il rinnovo. Niente più visti per viaggiare
”.

In questi anni, prima di che la cittadinanza italiana gli fosse finalmente riconosciuta, Chouaib ha condiviso la sua condizione, la sua discriminazione, con tanti italiani senza cittadinanza, cercando di portare la sua testimonianza e di far valere un diritto legittimo. Tre anni fa, insieme ad altri ragazzi ha partecipato con Roberto Saviano alla presentazione del libro Bacio feroce, che Saviano ha dedicato proprio ai ragazzi nati in Italia da genitori stranieri o cresciuti in Italia che però faticano a vedere riconosciuto un diritto fondamentale, quello dell’appartenenza a un paese che, per studi, amicizie, esperienze, affetti, sentono come proprio, come l’unico a volte.

Chouaib, ora che sei cittadino italiano a tutti gli effetti, come ti senti?
Sono contento, ovviamente. E mi sento fortunato: sarei potuto nascere e crescere in un’altra parte del mondo. Dove non si combatte per un diritto, ma per la vita. Dove non si vive, si sopravvive.

 


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