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24 gennaio 2022

Treviso

Emergono le prime verità sul Caso Moro

Gero Grassi a Treviso commenta gli atti della Bicamerale d'inchiesta con la figlia dello statista

| Davide Bellacicco |

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| Davide Bellacicco |

Emergono le prime verità sul Caso Moro

TREVISO - In una appassionata relazione fiume, interrotta solo dallo scrosciante applauso di una platea che, desiderosa di sapere e di capire gli chiedeva di continuare ad oltranza, Gero Grassi, componente e ideatore della Commissione Bicamerale d’inchiesta sul Caso Moro, una vita dedicata alla ricerca della verità, non ha risparmiato nessuno nell’incontro di ieri sera a Palazzo Rinaldi con lo storico e giornalista Piero Panzarino e con la primogenita dello statista, Maria Fida Moro. Perché quasi nessuno dei grandi dell’Italia repubblicana resta taciuto nelle migliaia di pagine che compongono gli atti di un caso che ha cambiato per sempre una nazione. Una nazione ferita da narrazioni artefatte, da verità processuali orientate all’occorrenza, per dissetare con menzogne e silenzi la sete di giustizia e prima ancora di verità di un popolo che di quegli uomini di governo si è così a lungo fidata lasciandovi in mano il futuro della propria terra, le redini di un Paese.

 

I silenzi, dunque. Se c’è una parola che ricorre nella relazione del deputato e che, pronunciata, ogni volta risulta tagliente è la parola «omissioni». Chi sa e ciononostante tace è complice, e a sapere furono in molti, a troppi risultò opportuno che le cose andassero così, per un fine superiore, di quelli che giustificano i mezzi. «Onorevole Grassi, stasera ci ha raccontato di un Cossiga quasi tormentato in punto di morte dal rimorso per come quelle vicende furono gestite, di Andreotti, della P2 e delle minacce ricevute da Licio Gelli, del terrorismo, di esponenti comunisti come Pecchioli, per cui Moro era da considerarsi morto e quindi cosa passata già una volta rapito al punto da considerare le indagini nei 55 giorni un’operazione di facciata per tranquillizzare la gente. Ci ha parlato del ruolo dei servizi segreti, del Presidente della Repubblica Segni e del suo ruolo nel Piano Solo volto già allora ad uccidere Moro e di tanti altri. Ci ha detto che la celebre e pittoresca seduta spiritica cui partecipò Romano Prodi non si è mai neanche verificata. Allora che ruolo ebbe in quella brutta storia?», domando fra l’ingenuo e il curioso. «Non basterebbe un’altra ora…omissioni, omissioni».

 

Eroi celebrati come tali dalla retorica nazionalpopolare, personaggi che fino a ieri consideravi esempi per intere generazioni: trovi di tutto negli atti della Commissione. Persino Carlo Alberto dalla Chiesa, nella narrazione del caso Moro assume le vesti del “Generale Amen”, un nome in codice per il piduista custode sino alla morte, pure legata a questi fatti, di decisivi scritti del memoriale della prigionia, una verità che già Mino Pecorelli denunciò pagando con la vita. Nuovi fronti si stanno aprendo e i tasselli del mosaico iniziano a trovare la loro posizione. Emergono dettagli colpevolmente allora tralasciati, dagli avvertimenti caduti nel vuoto a nuove informazioni sull’agguato che ci conducono a ragionare pensando a killer professionisti in luogo di brigatisti militarmente piuttosto improvvisati; dalle “accidentali” distruzioni di documentazioni della Polizia, alla presenza nella via dell’attentato di un bar di copertura, luogo di ritrovo di quanto di più oscuro la mente umana possa partorire e che vedeva fra i soci la figlia del Presidente Leone; dal ruolo sempre più definito di Giovanni Senzani di leader delle Brigate Rosse, ridotte con non si sa quale grado di consapevolezza al rango di marionette di un sistema che asserivano di combattere, alle convergenze sovietiche e americane, con tanto di dirette minacce di Henry Kissinger. E poi ci sono le analisi, le perizie, i confronti e i dubbi, ancora tanti ma sempre meno. Sappiamo ora che il Presidente dovette patire quaranta minuti di agonia, raggiunto da undici colpi e gettato vivo nella Renault in cui sarà ritrovato: particolari che si aggiungono in una cornice di inumana barbarie. A voler semplificare, ma neanche troppo, si potrebbe lanciare una sfida: pensate a un mistero irrisolto della storia italiana. Una qualsiasi strage rivendicata da sigle rosse, nere, meglio ancora se c’è di mezzo qualche segreto di stato che stronca le indagini sul nascere, nel qual caso si va abbastanza sul sicuro. Vince chi non trova connessioni negli atti di questa eterna indagine che Gero Grassi pubblica giorno dopo giorno sul suo sito internet, riscrivendo interi capitoli di storia e riuscendo nell’impresa di lasciare allibiti i più critici.

 

Sarebbe una soluzione agile sostenere come dopo tutte queste verità non resti che dar ragione a chi, generalizzando, condanni senza appello la classe politica in quanto tale, a chi dice che se persino fra gli statisti più noti dei tempi in cui, come si è soliti dire, c’erano politici di ben altra pasta possono celarsi squallidi criminali, il legislatore del nostro tempo non possa non essere sempre e comunque l’immagine del male da estirpare. Se Grassi si fosse avventurato sui sentieri dell’antipolitica, saremmo stati comprensivi.

Come sostenere, però, che tutto è male, tutto è cattivo davanti a tanti amministratori che questa Italia l’hanno ricostruita dalle macerie della guerra. Nonostante la malvagità di alcuni, molti operarono nel bene, fecero cose buone ed è giusto affermare non solo che vadano ricordati per le loro opere, ma che costoro rappresentano la dimostrazione pratica che una politica diversa esisteva e si può fare. Non sarebbe giusto, allora, ricordare un grande uomo, nel centenario della sua nascita, solo per il cinismo di cui è stato oggetto in punto di morte.

Se, come già rilevava la nostra Tina Anselmi (più volte ricordata), c’è una cifra comune alla cultura politica cattolica e a quella comunista, capace di far convergere mondi che hanno vissuto (e in forme diverse potremmo anche dire che continuano a vivere) di alterni scontri e incontri, questa è l’idea di sviluppare e supportare la dimensione europea, possibilmente secondo un’interpretazione diversa dalla desolante attualità. Se consideriamo l’impegno dello statista per le prime elezioni del Parlamento Europeo a suffragio diretto, realizziamo il perché da qualche giorno a Bruxelles esiste una sala che porta anche il suo nome, un piccolo gesto che riconosce l’uomo nel consesso dei grandi cui si deve la nostra Unione. Panzarino tratteggia un Moro figlio della vivacità sociale dell’associazionismo cattolico, non una creatura di partito; non un funzionario di sezione capitato a Roma per ventura e privo di una identità all’infuori della dimensione partito, ma uno studioso, un professore appassionato e prima ancora un indimenticato presidente nazionale dei cattolici universitari della FUCI e del Movimento dei Laureati di Azione Cattolica.

Lo storico ricorda le sintonie con Dossetti, il Moro estensore materiale dei diritti fondamentali della Costituzione, con l’impegno perché si parlasse di riconoscimento e non di concessione di diritti, e di persona prima che di cittadino, perché la dignità umana viene prima. Ripercorre i dubbi della Chiesa circa le prospettive aperturiste e la ricerca di una sintesi e non di uno scontro fra due attenzioni che avevano la loro oggettiva fondatezza: da una parte i rischi che comportava lo sdoganamento di un PCI il cui rapporto richiedeva una cautela massima dati i tempi, dall’altra la necessità di stemperare i contrasti sociali trasformando agli occhi dell’elettorato una formazione post rivoluzionaria in una disinnescata proposta socialdemocratica perché la scelta democratico cristiana doveva fondarsi su un’adesione valoriale, non sulla paura e sulle incertezze di ricette diverse. Si capisce quanto il moroteismo potesse risultare indigesto alle fazioni estreme, minacciate da un’impostazione antitetica a quella restituita dal muro di Berlino.

 

Studiare la realtà per trovare risposte, mediare e ricercare il compromesso senza rinnegare i principi. Vivere la politica come servizio e come responsabilità: questo, dunque, il testamento di Aldo Moro uomo dello stato. Ma c’è un altro uomo: il padre di una figlia tenace e mai rassegnata cui la vita, per non dire il pragmatismo di oscuri assassini, ha tolto troppo. Ha tolto la gioia di un sorriso così come ha sottratto all’allora piccolo Luca il suo nonno Aldo e per quasi quarant’anni ha negato persino la verità. C’era anche lei ieri sera, la combattiva Maria Fida Moro, per raccontare di «Un uomo buono, anche se la bontà bisogna viverla, non la si può raccontare». Sa di colpire dritta al cuore di chi l’ascolta quando dice, con la meditata saggezza di chi ha vissuto sulla propria pelle un dolore grande e parla con la concretezza di chi sa: « Noi siamo uguali all’ISIS. Proviamo le stesse emozioni e gli stessi sentimenti. Un terrorista o un mafioso provano un affetto sincero verso la propria famiglia, proprio come noi. Non è quello che differenzia gli esseri umani. La differenza sta nella scelta che compiamo ogni giorno di essere coraggiosi, facendo la cosa giusta, come Aldo Moro, che per questo, a differenza di altri, sarà ricordato». «Io non mi aspetto che le indagini portino alla condanna di qualcuno, ma che conducano un Paese a riappropriarsi della responsabilità etica di aver lasciato morire un uomo buono». L’interminabile e commosso applauso tributato da una platea, tutta in piedi testimonia la vicinanza della gente onesta, che va forse via un po’ più disillusa, ma che prova un’immensa gratitudine per un uomo giusto, un grande della nostra Italia, di quelli da ricordare.

 


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