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19 gennaio 2022

Treviso

Il dopo Moro nella storia dei cattolici democratici

L'intervista allo storico Pietro Panzarino

| Davide Bellacicco |

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| Davide Bellacicco |

dalla dc di moro al ppi di martinazzoli

COLLE UMBERTO- Si chiude domani, 11 maggio, ore 20.45, con l’incontro nella biblioteca di Colle Umberto, la rassegna itinerante di presentazione nella Marca dell’ultima opera di Pietro Panzarino, Dalla DC di Moro al PPI di Martinazzoli, terzo libro della collana dello storico e giornalista sull’impegno politico dei cattolici democratici. Nella settimana della commemorazione del quarantennale dell'omicidio dell'indimenticato statista, un evento per ripercorrere le vicende della politica italiana all'indomani di quel tragico epilogo, sino agli albori della cd.Seconda Repubblica.

 

Nel 1980 la fine della fase del compromesso storico determinata dalla tragica morte di Aldo Moro induce la DC ad un riposizionamento che porterà all’approvazione di quel “preambolo” voluto dalla corrente di Donat-Cattin che comporterà la chiusura al dialogo con il PCI. Quali saranno gli effetti politici di quella scelta di rottura nei decenni a seguire?

«L'ultima fase politica attuata da Aldo Moro, nota storicamente come solidarietà nazionale, rappresentò una ferita per gli equilibri internazionali del dopo-Jalta: l'America e la Russia diffidavano dei leader italiani più significativi ossia Aldo Moro ed Enrico Berlinguer; il primo fu tragicamente assassinato dalle BR, senza dubbio aiutate da lati oscuri della diplomazia americana, come hanno dimostrato le recenti conclusioni della Commissione Parlamentare Moro 2, il secondo scampato a uno strano incidente automobilistico, accaduto a Sofia in Bulgaria nel 1973. Agli inizi degli anni '80, la sinistra DC, orfana di Moro, lasciò campo libero e aperto ai moderati, che emarginarono il PCI, con la creazione e il rafforzamento del perimetro del pentapartito. Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, dopo le elezioni del 1979, si lanciò in un'impresa ardita, affidando a Bettino Craxi l'incarico per la formazione di un governo, che per la prima volta non sarebbe stato guidato da un democristiano. Il colpaccio andò a vuoto, ma aprì una breccia, che si sarebbe allargata nel 1983, all'inizio della Legislatura successiva. A cavallo degli anni '80 si ruppero gli equilibri sul piano socio-economico e si squarciò lo scenario della P 2, che travolse parte significativa della classe dirigente».

 

Nell’opera si racconta come nel 1978 il PSI preferì astenersi e il Partito Comunista si espresse contrariamente all’adesione dell’Italia al Sistema Monetario Europeo. Cosa nelle dinamiche della politica nazionale portò nel tempo, se non la sinistra, quantomeno il centro-sinistra a mutare l’orientamento diffidente nei confronti dell’Europa e quanto in questa trasformazione ha inciso l’apporto della sinistra-DC?

I messaggi politici dell'ultimo Moro si muovevano nella convinzione che solo con un'Europa più forte, più coesa e più unita ci si sarebbe potuto scrollare di dosso il peso della sudditanza nei confronti degli Usa e dell'Urss. Ma il vento della storia con la vittoria del presidente Reagan rimise in auge la politica della guerra fredda: segnale eclatante fu l'installazione dei cosiddetti euromissili, da tempo accettati dal Cancelliere tedesco Schmidt. Anche la politica italiana si adeguò, una volta venuta meno l'influenza della Chiesa italiana sulla DC. Questo nuovo atteggiamento era figlio della collaborazione atipica tra il Papa polacco Giovanni Paolo II e il Presidente socialista Sandro Pertini. Di fronte a questo scenario, la sinistra DC dimenticò la lezione di Moro e divenne minoritaria nel panorama nazionale, lasciando il posto al "Preambolo", di cui fu artefice Carlo Donat-Cattin, leader della corrente "Forze Nuove" e precedentemente grande estimatore di Moro».

 

Nella narrazione degli eventi dal ’78 alla fine della cosiddetta Prima Repubblica emerge un tratto comune: la straordinaria capacità di sintesi fra posizioni divergenti, una capacità che con evidenza si affievolisce pagina dopo pagina: se al tempo di Moro era possibile restare uniti anche nel controverso dialogo con il nemico di sempre, salvo poi riservarsi di proporre ricette nuove per tempi e segreterie nuove, caduto il Muro, si richiedono scelte di campo nette e inizia a riecheggiare quella parola “scissione” che, passando per il redde rationem dell’epoca Buttiglione del ’95, porterà i popolari di ogni tendenza all’inconsistenza resa manifesta dall’esito delle ultime elezioni. Che cosa innesca questa diversità di metodo?

«La caduta del Muro di Berlino modificò definitivamente gli equilibri nel Paese: il granitico PCI berlingueriano si ruppe tra PDS e Rifondazione Comunista; la balena bianca di Moro, in assenza di una forte leadership, si accontentò della gestione ordinaria del Paese: la lunga segreteria di Ciriaco De Mita, dal 1982 al 1989, nonostante il doppio incarico di segretario politico e di presidente del consiglio, si concluse senza colpo ferire. Il doppio incarico in casa DC, ancora una volta, non aveva portato fortuna. Prima di lui, anche Amintore Fanfani nel gennaio 1959 si dovette dimettere dai due incarichi nel giro di una settimana. La caduta del Muro in Italia non venne colta immediatamente in tutta la sua forza dirompente. Se ne era accorto subito solo il presidente Francesco Cossiga, che, sulla scia dell'invenzione pirandelliana, si finse " matto" con le esternazioni/picconate. I maggiorenti politici dell'epoca tentarono anche di incriminarlo, ma Cossiga fu più scaltro di tutti: sciolse il Parlamento, si dimise anzitempo, mentre ancora una volta si era fatto sentire il "tintinnar di sciabole", l'espressione usata da Pietro Nenni, per definire il clima politico di un potenziale golpe nel 1964. Furono anni di grande confusione, non ancora adeguatamente noti, durante i quali Cossiga e il successore Scalfaro, Vincenzo Scotti e Claudio Martelli, luogotenenti di Forlani e Craxi, furono tentati dall' ipotesi del parricidio politico. In quel clima tangentopoli e la mafia degli omicidi eccellenti di Falcone e Borsellino affossarono la prima Repubblica».

 

Leggendo la cronaca meticolosa degli anni ’80, sui quali buona parte del libro intende far luce, il lettore di oggi sarebbe tentato dal porre in evidenza delle analogie, soprattutto fra l’impostazione riformista, decisionista ma anche un po’ spregiudicata del craxismo e l’approccio renziano. Esistono dei punti di contatto fra la politica odierna e quella stagione che, a suo tempo, segnò una svolta o prevalgono le differenze?

«Senza dubbio il craxismo e il renzismo hanno parecchi punti in comune, come spesso si nota con i grandi personaggi, vedi Napoleone. Manzonianamente, ambedue sono passati dall'altare alla polvere. Alcune analogie tra i due leader, comunque, non possono far dimenticare che il quadro politico di fondo delle due stagioni ossia il proporzionale ai tempi di Craxi e il maggioritario per Renzi, ha influito su ciascuno di loro, ma con effetti diversificati. Vale la pena ricordare che la storia recente dell'Italia repubblicana evidenzia, ancora una volta, che il Paese non è omogeneo e che questo contesto consente alla classe dirigente e alla burocrazia di avere la meglio sui politici. L'Italia "sregolata" è una cifra così radicata che, nella storia dei vari tentativi per renderla docile, sono naufragati sistematicamente nel tempo: Giolitti, Mussolini, Moro, gli stessi Craxi e Renzi soccombono sul piano politico».

 

Craxi, dopo l’epoca della meticolosa attenzione agli equilibri di coalizione, ma soprattutto interni nella distribuzione del potere, inaugura un tempo nuovo, quello dell’uomo solo al comando, del partito che si identifica nel leader e che è destinato a seguirne le sorti. De Mita, quasi parallelamente, infrangerà il tabù del Segretario che è anche Presidente del Consiglio. Si può sostenere che quella stagione abbia plasmato uno stile nuovo che ha caratterizzato l’agone politico nel corso della “Seconda Repubblica” fino ad oggi?

«La tentazione dell'uomo solo al comando è sempre dietro l'angolo. Il tempo però la connota con caratteristiche proprie, anche se non sempre antitetiche. Craxi e De Mita vissero tempi più lenti e potettero godere di maggiore libertà, in parte dovuta anche ad una informazione maggiormente controllata dal potere politico. Per ironia della sorte, proprio la maggiore libertà, fortemente voluta da Craxi a favore di Berlusconi e di Mediaset, si rivelò ben presto il suo tallone di Achille. Senza il decreto, che dava via libera Berlusconi, contestato dalla sinistra Dc, i cui ministri, compreso Sergio Mattarella, diedero le dimissioni, probabilmente non avremmo avuto la scena delle monetine che travolse Craxi. Da questa maggiore libertà di informazione trasse coraggio Mani pulite, che sigillò la fine della prima Repubblica».

 

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La recensione del libro: Dalla DC di Moro al PPI di Martinazzoli

 


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