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25 gennaio 2022

Conegliano

Don Aniello Manganiello, paladino della lotta anticamorra, al Cerletti di Conegliano

Gli studenti delle classi quinte hanno incontrato il padre guanelliano. Della sua missione - in prima linea nel territorio di Scampia - si era interessato, qualche anno fa, anche il programma televisivo “Le Iene”

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Don Aniello Manganiello

CONEGLIANO - Si sono svolti nelle mattinate del 30 novembre e del 2 dicembre, nell’aula magna dell’Istituto Superiore Cerletti di Conegliano, due incontri con don Aniello Manganiello, paladino della lotta anticamorra. Sin dalle prime battute don Aniello Manganiello ha invitato i ragazzi ad apprezzare il valore della legalità e a non distogliersi dal senso della comunità: «Noi tutti siamo parte di una società. Non siamo monadi e non basta “denunciare” - termine che può sembrare dissociato dalla vostra realtà - ma bisogna prendere le distanze da qualsiasi forma di illegalità. Semplici atteggiamenti negativi possono nutrire e favorire la malavita. Sfuggite ogni forma di raccomandazione: l’illegalità include diversi generi di comportamenti, anche accogliere le facilitazioni o i vantaggi». Ha affrontato, poi, il tema della droga che i ragazzi hanno colto, rivolgendogli una domanda specifica: «Qualcuno di noi ritiene che non esistano le droghe “leggere”, ma che la droga sia sempre droga, in senso negativo, e che non possa essere suddivisa in categorie di minore pericolosità. Lei cosa ne pensa?»

Sono pienamente d’accordo con i ragazzi contrari alla legalizzazione, nella convinzione che qualsiasi droga sia nociva. Ho seguito tanti tossici a Scampia; avevano iniziato con la cannabis. Coloro che scelgono di passare una serata acquistando hashish, dovrebbero sapere che chi fornisce loro la pasticca non lo fa in maniera “autonoma”: è un pesce piccolo in un contesto ben più grande, non una figura apicale. Un grande uomo, Paolo Borsellino, era fermamente contrario alla legalizzazione della cannabis. Se vi stimate e vi volete bene, state distanti da queste sostanze. Dagli studenti delle classi quinte sono seguite altre domande (articolate nei due incontri), alle quali don Manganiello ha risposto, facendo trasparire la “bellezza della sua vocazione”, vissuta nella pienezza della cristianità.

 

Nella sua opera più nota, “Gesù è più forte della Camorra”, lei ha parlato della conversione di alcuni camorristi e di altri, invece, riluttanti nell’abbracciare i valori religiosi. Ce ne vuole parlare?

 Scampia è stata un’esperienza bella e, al tempo stesso, difficoltosa. Le vele sono il simbolo del degrado. Non c’è stata l’individuazione di un programma politico che desse la possibilità alla gente di poter lavorare e riscattarsi, ma solo un silenzio assordante. Ricordo un uomo che, dopo la conversione, una volta uscito dal carcere, iniziò a fare i lavori più umili, dipendendo però sempre dalla cocaina. Non si sentiva inserito. La comunità ha una grande responsabilità nel recupero di una persona. Deve credere nel possibile cambiamento dell’essere umano. Guardate dentro le persone, imparate a cogliere in ciascuno ciò che c’è di buono.

 

In quale modo le mafie possono essere contrastate dalla Chiesa e dalla religione?

La Chiesa deve essere coraggiosa. I mafiosi spesso ostentano una presunta religiosità, finalizzata a ricevere gradimento. Mi viene in mente un personaggio de “I Promessi Sposi”: don Abbondio. La Chiesa talvolta ha adottato il silenzio, non reagendo. Il silenzio alimenta la pianta della malavita. Serve coraggio. Negando il battesimo ai figli dei boss, anche se con timore, io ho compiuto una scelta non facile, consapevole di stare dalla parte del bene. Ho fatto questo per amore della mia gente.

 

Le leggi vengono istituite per mantenere l’ordine, per proteggere i diritti dei cittadini e garantirne la sicurezza. Secondo la sua esperienza, quanto le leggi sono davvero efficaci?

Le leggi sono efficaci quando all’interno delle istituzioni ci sono uomini onesti, che non si fanno corrompere e non si compromettono. In questo caso le regole sono una risorsa, un plus di rispetto per il cittadino. Le istituzioni, invece, non hanno alcun valore se non sono governate da persone oneste.

 

Qual è il suo rapporto con i mezzi comunicazione e quanto l’impatto mediatico può avere inciso sul suo messaggio?

Talvolta le mie dichiarazioni sono state distorte e mi sono state attribuite frasi che non ho pronunciato. Però l’impatto mediatico datomi dai mezzi di comunicazione, soprattutto la televisione, ha alimentato le minacce nei miei confronti, facilitando la diffusione del mio messaggio: essere leali, prodigarsi per il prossimo, favorire il percorso della rinascita di ciascuno.

 

Il lungo periodo di chiusura e la pandemia hanno alimentato, o diminuito, l’agire illegale dei camorristi?

La criminalità organizzata è sempre più invasiva, incrementando la piaga della disoccupazione, soprattutto nelle regioni Campania, Calabria e Sicilia. Negli ultimi dieci anni, 100.000 giovani hanno lasciato il Sud, sperando di poter sperimentare altrove la luce della meritocrazia, sfuggendo alla raccomandazione che dilaga nel territorio. La disoccupazione in quei luoghi cresce sempre di più e non ci sono spiragli per la lotta alla criminalità organizzata. Le mafie si nutrono di sottocultura e producono povertà, si radicano nel territorio per fare soldi, ma non incentivano l’economia. Il Covid ha contribuito a questa situazione devastante. Nella fase conclusiva, don Aniello ha ribadito che le regole sono una risorsa per tutti, precisando che il “non rispetto” provoca una ricaduta sull’intera comunità. Infine ha salutato gli studenti, esortandoli a fissare nella loro mente il monito seguente: «Se volete vivere in pienezza la vostra vita, impegnatevi per il prossimo». OT

 


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