02 marzo 2021

Cultura

Dio è morto nei campi di sterminio ad Auschwitz e non solo...

“Auschwitz” di Guccini è la canzone simbolo dell’Olocausto che ci aiuta a non dimenticare il peso storico e simbolico della Shoah

| Manuel Trevisan |

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| Manuel Trevisan |

L'analisi della canzone Aushwitz di Guccini in occasione della Giornata della Memoria

GIORNATA DELLA MEMORIA – “Ad Auschwitz mi sono davvero chiesto che fine avesse fatto Dio mentre gassavano le persone. Un gigantesco cimitero senza croci: non si può non pensare alla composizione del concetto di giustizia. Dov’è la giustizia? Che cosa è davvero? È soltanto una parola?”

Sono questi gli interrogativi che hanno spinto il cantautore modenese Francesco Guccini a comporre una delle più celebri, e allo stesso tempo strazianti, canzoni sull’Olocausto.

Parole pesanti come macigni, che è necessario – ora più che mai – tenere a mente per non dimenticare il peso storico e simbolico della Shoah, la persecuzione degli ebrei da parte dei nazifascisti.

Auschwitz” – originariamente “la canzone del bambino nel vento” – è un urlo di indignazione e desolazione dal punto di vista dei “sommersi”, nel quale tutti possiamo e dobbiamo immedesimarci per mettere in atto un esercizio di empatia, necessario per arginare risorgenti nazionalismi e spinte xenofobe e razziste.

Lo stesso Guccini ci invita a farlo, dando lui l’esempio con il passaggio dall’”io” al “noi”, da un’esperienza individuale a un’esperienza condivisa da milioni di persone.

La cruda realtà del testo sembra non dare via di scampo a un’umanità che con la Shoah ha toccato il punto più basso della storia. Forse non c’è modo di redimersi, né di tornare ad avere fiducia nell’uomo.

“Io chiedo come può un uomo uccidere un suo fratello”, si domanda infatti un Guccini incredulo che tutto ciò sia potuto accadere. È la realtà che, però, lo costringe a constatare l’evidenza del fatto: “eppure siamo a milioni in polvere qui nel vento”.

Il pessimismo che accompagna tutta la canzone, sembra venire meno, anche se in modo flebile, nell’ultima strofa, in cui il maestro guarda al futuro con speranza.

Ma per poter sperare è necessario – e questo vuole essere il leitmotiv dell’articolo – non dimenticare mai, e continuare con tutte le forze a guardare al passato con consapevolezza per non ripetere gli errori nel futuro.

Quel “io chiedo” dell’ultima strofa, infatti, vuole essere una disperata preghiera per un avvenire colmo di pace e unione tra esseri umani.

“Io chiedo quando sarà che l’uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare, e il vento si poserà”.

Lo stiamo ancora aspettando, caro Francesco.

 

 


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Manuel Trevisan

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