30 ottobre 2020

Nord-Est

Da San Dona' di Piave al Kosovo, per aiutare la popolazione nel processo di pace

Il luogotenente Gabriele Roman, di stanza al 5° reggimento Artiglieria di Portogruaro, racconta la sua missione nel paese balcanico

| Lieta Zanatta |

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| Lieta Zanatta |

Da San Dona' di Piave al Kosovo, per aiutare la popolazione nel processo di pace

Pristina, Kosovo - Sei mesi lontano da casa in Kosovo, nel cuore dei Balcani, per svolgere assieme a una squadra di colleghi in divisa un delicato lavoro a contatto con la popolazione.

E' il luogotenente Gabriele Roman, 53 anni,  di San Donà di Piave, attualmente impiegato nella missione internazionale Kfor, Kosovo Force, nella capitale Pristina. Un mandato internazionale in base alla risoluzione Onu 1244 che si svolge ininterrottamente dal 10 giugno 1999, con migliaia di soldati che si avvicendano nel presidiare un territorio con problemi che permangono irrisolti dalla fine della guerra, come le tensioni tra etnie serba e albanese, mai sopite.

Anche per questo specialisti come Roman lavorano capillarmente sul territorio a fianco dei kosovari per capirne le esigenze, gli umori e portare aiuto dove possibile.

“Sono a capo della cellula LTM Liason Monitoring Team, che è l'occhio e le orecchie della missioneinizia a raccontare il luogotenente Gabriele Roman -. La mia è un'attività di collegamento con le istituzioni locali di Pristina, la capitale del Kosovo. Un lavoro che prima si faceva prevalentemente di persona, mentre ora, a causa del Covid-19, si lavora a distanza ma con la stessa frequenza”

Per Roman non è la prima missione in Kovoso.

“Sono già stato qui nel 2005 e nel 2010. Ogni volta riscontro differenze nello sviluppo economico, le strade, le case. L'ultima volta mi ricordo che si ricostruivano i tetti di molte abitazioni".

I lavori del team di Roman sono invece di natura sociale.

“Ultimamente abbiamo realizzato un progetto di assistenza in favore di una scuola elementare di Lebane frequentata da bambini albanesi e serbi che avranno a disposizione un’area di giochi in comune. Non siamo mancati all'inaugurazione, assieme alle famiglie dei bambini".

C'è da dire che, anche grazie a questi interventi affiancati a un atteggiamento di rispetto e comprensione, gli italiani sono molto ben voluti da tutte le etnie kosovare.

“Il nostro Paese è un partner forte per il Kosovo, in termini di assistenza, e gli italiani sono molto apprezzati per il loro ruolo in questa terra. Noi militari abbiamo svolto progetti per salvaguardare la popolazione e reagire al Covid-19, attraverso la donazione di DPI, dispositivi di protezione individuale, e la sanificazione di numerose scuole pubbliche. L’ultima pochi giorni fa, con la disinfezione di una scuola primaria da parte degli Artiglieri del mio reggimento, il 5° reggimento Superga di Portogruaro”.

Gabriele è di stanza nel quartier generale di Kfor a Pristina, a Film City, la cittadella che prima della guerra era la Cinecittà dei Balcani.

“Qui le giornate sono lunghe, anche perché, prima di ogni attività, bisogna documentarsi e prepararsi bene. Ogni giorno organizziamo contatti con le dovute precauzioni telefoniche. Nella base ci sono diversi italiani, siamo una piccola comunità che spesso interagisce con le altre nazioni. Nei ritagli di tempo che abbiamo, possiamo partecipare a degli eventi sportivi e anche ricreativi, organizzati sempre nel rispetto delle regole anti Covid-19”.

Dopo diverse missioni, dopo aver visto cosa è stato il Kosovo in passato, Gabriele parla di com'è oggi questo paese.

“Il Kosovo è una realtà giovane, dal futuro ancora da scrivere. Ultimamente ci sono stati passi avanti nel dialogo tra Pristina e Belgrado. E’ un processo che la NATO sostiene e al quale la missione Kfor contribuisce fornendo sicurezza e libertà di movimento per tutte le comunità in Kosovo, secondo il mandato della risoluzione ONU 1244 del 1999”.

Nonostante la lontananza, il rapporto con l'Italia non viene mai meno.

“E' un legame stretto, naturale, che mi porto dietro sempre, specie questa volta che tutto il mio reggimento è schierato in Kosovo”.

E poi c'è la famiglia, che lo aspetta e vive con lui questa lontananza.

“E' per entrambi un sacrificio, reso più difficile dal Covid-19. Non è la prima missione che faccio ma non ci si abitua mai davvero alla distanza. Per fortuna che le comunicazioni oggi sono più semplici. Ci possiamo sentire tutti i giorni condividendo le nostre quotidianità”.

Un po' di storia e di Italia della missione Kfor

Il 12 giugno 1999, la Nato entrava in Kosovo dopo 78 giorni di bombardamenti contro la Serbia, nella guerra più recente dei Balcani.

Dopo 21 anni, la presenza dell'Alleanza Atlantica continua nel piccolo paese che si è auto proclamato indipendente il 17 febbraio 2008, per un processo di pace che è ancora lungi dallo stabilizzarsi.

La missione Kfor consta attualmente di 3.400 uomini e donne di 27 nazioni.

L'Italia schiera 600 unità, 204 mezzi terrestri e 1 mezzo aereo, seconda solo agli Stati Uniti, e vanta il primato di essere a capo della missione dal 2013.

Il comandante attuale in campo è il generale di Divisione Michele Risi, alpino.

Gli italiani sono dislocati nella base di Villaggio Italia a Peja/Pec, dove sono attualmente presenti i militari del 5^ reggimento Artiglieria terrestre “Superga” di Portogruaro, che hanno fra gli altri anche il compito della salvaguardia del monastero ortodosso di Decani.

I nostri soldati sono stanziati anche nella capitale Pristina, con un'unità speciale dei Carabinieri che ha compiti di pattugliamento e mantenimento dell'ordine nella zona calda di Mitrovica, la Berlino dei Balcani, divisa tra serbi e albanesi dal fiume Ibar.

Militari italiani sono presenti anche al comando nel quartier generale Kfor, Film City, sempre a Pristina.

 


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Lieta Zanatta

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