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01 dicembre 2021

Vittorio Veneto

Da “profugo” a “rifugiato” a “senzatetto”

La storia di Xacouba finisce sul tavolo del sindaco. Che “auspica” una soluzione

| Emanuela Da Ros |

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| Emanuela Da Ros |

Da “profugo” a “rifugiato” a “senzatetto”

VITTORIO VENETO – La cosa migliore che possa capitare a un profugo è che acquisisca lo status di “rifugiato”. In questo modo avrà i documenti per regolarizzare la sua presenza nel paese di accoglienza. La cosa peggiore che possa capitare a un “rifugiato” è che non abbia più un tetto. Né una mensa. Perché il riconoscimento del nuovo “status” lo pone al di fuori delle strutture di accoglienza.

A meno che. “A meno che – spiega Pier Lorenzo Parrinello del circolo Gallo Rosso di Fregona, che ha preso a cuore le condizioni del profughi vittoriesi -, a meno che la prefettura territoriale competente non si attivi per prolungare di altri sei mesi l’accoglienza, per dar modo al rifugiato di organizzarsi: cercare un lavoro, trovare una casa…”.

Il circolo Gallo Rosso oggi si è dato da fare proprio per questo. In tarda mattinata ha organizzato una conferenza stampa davanti al municipio per illustrare la questione ai giornalisti e per avere un colloquio con il sindaco. 

“Quello che vogliamo – ha dichiarato Parrinello – è che il comune di Vittorio Veneto si attivi verso la prefettura di Treviso per dare ai profughi (in tanti stanno acquisendo lo status di rifugiati) una risposta simile a quella della prefettura di Belluno, che ha stabilito di prolungare l’accoglienza di altri sei mesi dopo l’ottenimento della condizione di rifugiato. Per questo motivo stamattina sono qui, con alcuni ragazzi del Ceis, e con Xacouba.

La storia di Xacouba Kaba. Xacouba Kaba ha 25 anni ed è nato in Costa d’Avorio. Ha la pelle nerissima, accesa dalla t-shirt immacolata che indossa, un berrettino col frontino che gli copre metà del viso (è timidissimo, dicono gli amici) e nessuna voglia (è comprensbile) di farsi fotografare. 

Xacouba, dopo il solito viaggio atroce, è arrivato a Vittorio Veneto 11 mesi fa. E, come profugo, è approdato al Ceis. In quasi un anno di permanenza nella città di accoglienza non ha imparato una parola di italiano (segno che i rapporti con la gente del posto sono stati piuttosto limitati), ma in compenso chi ha seguito per lui le pratiche burocratiche del caso gli ha fatto ottenere un cambio di condizione: Xacouba da oggi non è più un profugo, ma un rifugiato. Uno status che gli permette di avere dei documenti in regola per soggiornare in Italia e nell’Ue.

“Il problema – spiega Parrinello – è che i documenti gli arriveranno tra una decina di giorni, e nel frattempo Xacuba – in quanto non-profugo – dovrebbe lasciare il Ceis. Poiché non ha nulla rischia di essere un senzatetto. Di non poter muoversi, mangiare, dormire in un letto".

Una piccola vittoria (una personale sconfitta). Prendendo a cuore la sorte di Xacouba (che è solo uno dei tanti profughi a cui quasi ogni giorno viene riconosciuta la condizione di rifugiato), Parrinello stamattina ha cercato un colloquio col sindaco. Di fronte a un municipio accaldato, lui e Xacouba e una ventina di profughi hanno atteso di essere ricevuti. Dal municipio qualcuno ha detto che il sindaco non c’era. Poi è uscito l’assessore Napol. Ha stretto la mano a Parrinello e ha invitato “una piccola delegazione” a salire in municipio per valutare la questione.

Da giornalista presente, mi sono accodata. Ma l’assessore Napol mi ha stoppata: “Si tratta di un incontro privato – ha detto – i giornalisti non sono ammessi”.

Chiamatemi vile. O solo “civile”. Non ho avuto la forza (c’erano comunque degli agenti di polizia locale a controllare i movimenti) di varcare il portone del municipio. Dall’esterno mi sono limitata a leggere la grande iscrizione che sta sotto il timpano del palazzo “Haec domus tua cives” (Questa è la tua casa, cittadino), pensando che – in virtù della mia professione – non ero gradita. Di fronte all’espressione interrogativa dei profughi rimasti con me su Piazza del Popolo ho tradotto il significato dell’espressione latina e, magicamente il termine “casa”, passando di bocca in bocca – come nel gioco del telefono senza fili – è stato tradotto in francese, in inglese, in wolof, baulè e in dioula. Non si trattava di reinventare una torre babelica: il termine casa – pur con le sue varianti idiomatiche – ha un colore semantico unico e universale.

Dopo più di un’ora, Parrinello e la piccola delegazione sono usciti dal municipio con una piccola, buona notizia. “Il sindaco (ma allora c’era!) – ha detto Parrinello – ci ha ricevuti e ha promesso che avrebbe fatto quanto in suo potere perché a Vittorio Veneto venga riconosciuto ciò che è di prassi a Belluno. Si tratta di una piccola vittoria che dedichiamo ai fratelli e alle sorelle dell’associazione Razzismo Stop, sempre in prima linea per i diritti dei deboli".


L’auspicio dell’amministrazione vittoriese. “Come Amministrazione della città di Vittorio Veneto – si legge anche nel comunicato diffuso dopo l’incontro - auspichiamo una uniformità di comportamenti in merito alla questione dei profughi e dei rifugiati e sollecitiamo una soluzione strutturale e definitiva per tutte le situazioni analoghe.”

Il sindaco Tonon, secondo quanto raccolgo fuori dalla porta del municipio (le mie non possono necessariamente essere informazioni dirette), ha dunque garantito che Xacouba e gli altri profughi che come lui riceveranno lo status di rifugiati non verranno buttati in mezzo alla strada.

E anche se Mohamed, uno dei profughi che l’italiano l’ha imparato, continua a essere preoccupato (“Siamo sicuri che Xacouba potrà continuare a vivere al Ceis? Che non dovrà dormire su una panchina dei giardini?”), sembra che la situazione precaria, per quanto drammatica, sia sotto controllo.

E gli altri? Per gli altri profughi, resta l’attesa. Di mesi, di un anno, di più di un anno. L’attesa di essere – come dice Mohamed – altro che “uomini dalla pelle nera ghettizzati dal mondo”, perché – aggiunge in un inglese vulcanico – "sembra che qualunque cosa facciamo sia negativa o sbagliata. Sembra che la nostra pelle nera abbia marchiato il nostro impossibile futuro”.

 


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Emanuela Da Ros

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