20 settembre 2021

Lavoro

LA CRESCITA DELL’INFLAZIONE

Come impatta su cittadini, imprese e conti pubblici

| Claudio Bottos |

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| Claudio Bottos |

INFLAZIONE NEI PAESI OCSE

LAVORO - I dati ufficiali sull’inflazione a giugno 2021 segnano un incremento nel nostro paese, su giugno 2020 pari al 1,3%. I dati, pubblicati nel bollettino economico della BCE - Eurosistema, si possono leggere qui nel sito della Banca d’Italia. Ma cosa significa questo dato? L’inflazione diminuisce il potere di acquisto dei cittadini. Come sempre chiedo scusa a tecnici ed economisti per gli esempi semplici che farò per cercare di far comprendere alcuni concetti.

Prendiamo ad esempio una persona che a giugno 2020 aveva uno stipendio o una pensione di €uro 1.000. Con questa somma a giugno 2020, poteva acquistare: un pieno di carburante, pagare delle bollette luce, acqua e gas, pagare un affitto, acquistare del cibo e uscire una volta a mangiare una pizza margherita con una birra. L’inflazione pari al 1,3% ha aumentato a giugno 2021 alcuni prezzi dei prodotti e sevizi che ha acquistato a giugno dello scorso anno. Questo significa che, se volesse acquistare le stesse cose che aveva preso a giugno 2020, dovrebbe sborsare la somma di €uro 1.013 (1.000 + 1,3%). Se lo stipendio è rimasto fermo a €uro 1.000, deve prendere una decisione su cosa dover rinunciare (la pizza margherita con la birra?), o cosa acquistare in quantità minore oppure cosa acquistare a prezzi più bassi ma quasi certamente con una qualità inferiore. Questo, in sintesi l’impatto dell’inflazione sulla maggioranza dei cittadini.

In questo periodo sto vedendo diverse imprese, e molte di queste lamentano, per alcune materie prime o prodotti, un aumento vertiginoso dei prezzi ed una scarsa reperibilità degli stessi. Giusto per dare dei numeri di riferimento i prezzi internazionali dei cereali, sono cresciuti di circa il 36%, i prodotti lattiero caseari sono saliti del 28% rispetto all’anno scorso, e quelli della carne di circa il 10%. I prezzi del rame sono aumentati di circa il 30% in un anno, mentre nel settore dell’acciaio nel giro di un anno (fonte l’associazione tedesca FVSB), sono aumentati i nastri a caldo di circa il 51% e i laminati a freddo di circa il 48%. Le imprese ovviamente scaricano sul prezzo del prodotto finito l’aumento dei prezzi delle materie prime o dei semilavorati, ed ecco che il consumatore si trova con i prezzi dei prodotti aumentati. Basta che guardiamo al pieno della nostra auto. Negli ultimi tempi il prezzo del carburante è aumentato di parecchio e ciò ha anche un effetto sui costi di trasporto sostenuti dalle imprese. Non tutte le imprese sono in grado di ribaltare sul prezzo dei prodotti l’aumento dei costi di approvvigionamento, e questo, per loro, significa una riduzione dei margini che devono correggere, per mantenere la continuità aziendale e rimanere nel mercato, con tagli ai costi di struttura e/o del personale.

I problemi per le imprese riguardano anche la liquidità. Ovviamente, se i prezzi continuano ad aumentare, è necessario pagare di più per la stessa quantità di materiale. Infatti, se produco la stessa quantità di prodotti, ma il costo delle materie prime, delle merci o dei servizi è aumentato, devo spendere di più per avere la stessa quantità o lo stesso numero di servizi. Dovranno pertanto rinegoziare l’assicurazione del credito con le banche. Quelle imprese che hanno già avuto problemi di liquidità avranno sicuramente difficoltà anche in futuro.

Anche negli Stati Uniti l’inflazione a giugno è rimasta alta, eccedendo diverse previsioni, incluse quelle della banca centrale americana (che erano tra maggio e giugno del +0,5% per cento, +6,2% se annualizzata), mentre quella effettiva è stata del +0,9%, +11,3% se annualizzata. Ciò fa pensare che negli Stati Uniti l’inflazione negli ultimi mesi vada oltre un normale rimbalzo post recessione, riflettendo invece politiche macroeconomiche eccessivamente espansive. Appare quindi difficile che negli Stati Uniti l’inflazione a fine anno si collochi al livello previsto dalla Fed (+3,4%), visto che questo richiederebbe una riduzione dei prezzi nel secondo semestre. Tutto questo, come scrive Carlo Cottarelli, potrebbe portare a un innalzamento dei tassi d’interesse negli Stati Uniti. Questo aumento potrebbe avere un effetto in Europa, nella misura in cui portasse a un apprezzamento del dollaro sull’euro, cosa molto probabile, visto lo spostamento di investimenti finanziari che ci sarebbe verso gli USA, il che renderebbe più probabile un aumento dei tassi di interesse anche in Europa. L’aumento dei tassi di interesse in Europa significa aumento del costo del denaro, per le imprese e per lo stato. Immaginate l’impatto degli interessi sul debito sui nostri conti pubblici con un rapporto debito/PIL che oggi viaggia attorno al 160%. Teniamo d’occhio l’inflazione.

di Claudio Bottos (Consulente del lavoro e di direzione strategica aziendale)

 


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