26 ottobre 2021

Montebelluna

Covid: l’ospedale di Montebelluna è al collasso non si sa più dove mettere i malati

La testimonianza disperata dei sanitari che in esclusiva hanno raccontato a OggiTreviso che da ieri sera non c’è più posto in ospedale, per chi arriva con il Covid

| Ingrid Feltrin Jefwa |

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| Ingrid Feltrin Jefwa |

ospedale di Montebelluna

MONTEBELLUNA – Un gruppo di sanitari, medici e infermieri, che lavorano all’ospedale di Montebelluna ci ha contattati per far sapere alla popolazione in quali condizioni sono costretti a lavorare da settimane. Una testimonianza drammatica che annuncia l’impossibilità di potere accogliere altri malati al San Valentino di Montebelluna: da ieri sera, chi vi arriva con il Covid viene rimandato a casa.

“L’ospedale di Montebelluna è al collasso. Non abbiamo più risorse. C’è scarsità di materiale per medici e infermieri: le tute sono finite e molti di noi indossano due camici nel tentativo di proteggersi. Quando abbiamo segnalato la cosa all’Ulss ci è stato detto che non importa se abbiamo il collo scoperto che la cosa non è pericolosa. Ma perché allora fino a prima dovevamo usare le tute. Anche i calzari sono finiti e da due settimane come copri scarpe usiamo i sacchetti dell’immondizia. Dall’Ulss ci è stato detto di usare con parsimonia guanti e mascherine, per non consumarne troppi, evidentemente stanno scarseggiando anche questi.

Quello che diciamo è la cruda realtà e tra quanto viene detto in televisione e quello che vediamo tutti i giorni con i nostri occhi c’è un divario enorme: ci stanno mandando in guerra con le scarpe di cartone!”

Una pausa, la voce di chi parla a nome dei colleghi è rotta dalla commozione. Poi il nostro interlocutore riprende fiato e torna a raccontare, con dettagli che fanno chiaramente intuire il perché di questa disperazione e la decisione di rendere pubblico quanto accade.

Da ieri sera alle 21 non sappiamo più dove mettere i malati e chi arriva con il Covid e li mandiamo a casa. Montebelluna ha dei piccoli reparti dove i posti letto sono stati convertiti in Covid ma all’inizio ad esempio in geriatria erano 20 i letti per il virus ma progressivamente sono diventati 32 non c’è più spazio. Altro che reparti covid questi sono reparti improvvisati, per far fronte ad una pandemia di cui non c’è più controllo.

Il San Camillo a Treviso non accoglie più nessuno e poi abbiamo il Guicciardini che però stenta a decollare perché non ha le risorse per i casi più seri e può accogliere solo chi sta già meglio. La politica non ci interessa ma noi abbiamo scelto come lavoro, come missione, di curare le persone e non siamo nelle condizioni di farlo.



Noi medici e infermieri continuiamo ad ammalarci e poi ci ritroviamo a tornare in reparto ricoverati, con i pazienti che fino a prima stavamo curando.

In ospedale viviamo questa situazione e la gente fuori è preoccupata di fare shopping per Natale, perché non sa! La gente deve essere informata di quanto accade.

Non sappiamo cosa si stia aspettando a dire alla popolazione quello che succede veramente. Il Veneto dovrebbe essere in fascia rossa da tempo!

La situazione è disperata, qui le persone muoiono da sole e si sta facendo passare tutto in sordina. Ci sono figli di pazienti che ci telefonano anche a casa, per sapere come stanno i loro cari e cosa dobbiamo dirgli? I tuoi cari stanno morendo da soli, perché noi siamo così in difficoltà che non riusciamo nemmeno ad avere il tempo e l’energia di tenergli la mano perché se ne possano andare con un po’ di conforto”.

Il racconto s’interrompe, chi parla scoppia in lacrime. È un pianto disperato che toglie il fiato e le parole. Il nostro interlocutore si ricompone, si scusa per aver ceduto all’emotività e il racconto riprende.

“Tra noi c’è chi ha scritto anche al ministro ma senza ottenere risposta. Non avete idea di cosa vuol dire vedere le persone che non riescono a respirare. Questa malattia è subdola e la gente fuori dell’ospedale è tranquilla ma non deve esserlo: i giovani vano in giro e poi contagiano i nonni che non se la caveranno!

Non ci capacitiamo del fatto che ci sia chi si lamenta di dover passare un Natale sottotono. A queste persone diciamo che: per loro ci saranno altri Natali ma per chi è ammalato non ci saranno altri Natali!

Chiediamo ai nostri interlocutore se possono darci dei numeri ma ci spiegano che la situazione è costantemente in evoluzione e anche dare dei dati è difficile perché di ora in ora ci sono cambiamento e concludono: “Abbiamo solo la certezza che quanto sta accadendo sia tragico”.

 

 


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Ingrid Feltrin Jefwa
Direttrice responsabile

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