02 giugno 2020

Italia

Coronavirus, a Milano la prima casa di accoglienza per i bambini con genitori ricoverati

Un progetto avviato appena una settimana fa, in collaborazione con il Comune di Milano ed Emergency

| Chiara Martinoli | commenti |

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Coronavirus, a Milano la prima casa di accoglienza per i bambini con genitori ricoverati

MILANO - Nel capoluogo della Regione con il maggior numero di contagi, bisogna iniziare a fare i conti anche con questo: che cosa succede ai bambini, se entrambi i genitori contraggono il coronavirus? È l’interrogativo che ha spinto la cooperativa La Cordata ad aprire a Milano la prima casa di accoglienza dedicata ai figli dei ricoverati.

 

Un progetto avviato appena una settimana fa, in collaborazione con il Comune di Milano ed Emergency: “A partire da giovedì scorso, abbiamo lavorato a questo progetto giorno e notte, ininterrottamente – spiega Claudio Bossi, presidente della cooperativa – ora siamo pronti: la casa di accoglienza aprirà questo sabato”.

 

La struttura dedicata è un residence normalmente adibito all’accoglienza di studenti e lavoratori: “Con l’emergenza coronavirus il residence si è di fatto svuotato. Ci siamo trovati con tanti posti liberi a disposizione e così abbiamo contattato il Comune offrendo la nostra disponibilità per progetti di accoglienza legati a questa crisi”, racconta Bossi.

 

 

Quando entrambi i genitori (o uno, nei casi chi vive solo con la madre o con il padre) vengono ricoverati, i bambini sono affidati automaticamente ai servizi sociali dell’ospedale di riferimento. La prima cosa che fanno i servizi è verificare se ci sono parenti in grado di accogliere il minore. “In caso contrario, contatteranno noi”, spiega Bossi.

 

Il residence è stato attrezzato in poco più di una settimana per accogliere 14 bambini di età compresa tra i 6 e i 14 anni. Ma c’è la possibilità, se si renderà necessario, di ampliare ulteriormente fino ad altri 14 posti. Ogni bambino avrà a disposizione una stanza singola: i piccoli ospiti dovranno infatti restare in isolamento, perché se i genitori hanno contratto il virus è molto probabile che anche loro siano stati contagiati. Sarà fornito a tutti un tablet per seguire le lezioni scolastiche e si cercherà di portare nelle stanze anche televisioni, consolle, videogiochi: qualsiasi cosa possa aiutare un bambino a distrarsi e sentirsi meno solo di fronte a una prova così dura.

 

Certo, non basta: ci sarà un’equipe di psicologi che lavorando da remoto seguirà ogni giorno i piccoli in isolamento per aiutarli ad affrontare il trauma che stanno vivendo. Le presenze fisiche saranno invece quelle degli operatori: uno per ogni due bambini, per motivi di sicurezza ma anche per poter dedicare a ciascuno un occhio di riguardo particolare.

 

Da qui l’appello del presidente della cooperativa: “Speriamo di trovare tanti volontari, al di là dei professionisti, che si offrano per fare compagnia a questi bambini: cerchiamo persone che, a distanza, tramite videochiamate, si offrano per leggere storie, dare una mano con i compiti, intrattenere i bimbi con piccoli spettacoli di magia, giocoleria, qualsiasi cosa possa distrarli per un po’ da quello che sta accadendo”. Non ci sono ancora certezze sul numero effettivo di bambini che avrà bisogno di accoglienza: “Per ora siamo gli unici ad aver avviato questo progetto – sottolinea Claudio Bossi – e che dire, speriamo di rimanere gli unici. Dobbiamo infatti augurarci che siano pochi i bimbi costretti ad affrontare una situazione del genere”.

 

 

Resta una piccola consolazione, nel dramma del contesto: “È stato bello vedere lo spirito di collaborazione che ha animato così tante persone in questa settimana di preparativi: si sta creando un sistema di solidarietà incredibile, mai visto prima. Speriamo che resista anche quando tutto questo sarà passato”.

 



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Chiara Martinoli

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