23 novembre 2020

Lavoro

I CONSULENTI A FIANCO DELLE IMPRESE

Proposte dell’ANCL per misure a supporto delle imprese e del sistema

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il presidente dell’ANCL (Associazione Nazionale Consulenti del Lavoro) Dario Montanaro

FOTO - il presidente dell’ANCL (Associazione Nazionale Consulenti del Lavoro) Dario Montanaro

Imprese e lavoratori sono legati allo stesso filo così come lo sono imprese e consulenti. La vita delle imprese è vitale per i lavoratori e nello stesso tempo anche per i consulenti. Il DPCM “ristori” emanato per il contenimento della pandemia Covid-19, penalizza in modo particolare alcune categorie di imprese e per questo, il presidente dell’ANCL (Associazione Nazionale Consulenti del Lavoro) Dario Montanaro ha inviato una lettera, alle associazioni di categoria dei datori di lavoro, per condividere tre azioni semplici, ma delicate sotto il profilo gestionale, per evitare che le misure contenute nel DPCM possano mettere a repentaglio le attività di imprese e consulenti.

 

La prima consiste nella eliminazione del contributo addizionale sulle ulteriori nove settimane dei trattamenti di integrazione salariale. La seconda nella eliminazione di tutti i termini di decadenza inerenti alle domande e le procedure di richiesta delle integrazioni salariali, e la possibilità di correggere eventuali omissioni ed errori per tutta la durata dell’intervento straordinario di integrazione salariale. La terza è la richiesta di proroga di validità del DURC. Oltre a queste richieste, viene rinnovata al governo, la proposta per un ammortizzatore sociale unico, che potrebbe permettere, in modo più efficiente ed efficace, di gestire le risorse destinate agli interventi di integrazione salariale.

 

In un momento emergenziale come questo, il governo, oltre che pensare alle misure di sostegno economico e finanziario, dovrebbe anche agevolare l’ulteriore mole di lavoro che, imprese e consulenti si trovano ad affrontare in tempi relativamente brevi, per rispettare le procedure e far rispettare normative e circolari, a volte emesse sul filo di lana della scadenza dei termini e in alcuni casi contradditorie tra loro. Visto i settori coinvolti nella nuova stretta, anche la FIPE-Confcommercio (Federazione dei Pubblici Esercizi), ha voluto esprime le preoccupazioni per i suoi associati, evidenziando che non c’è una responsabilità diretta degli operatori del comparto nell’aumento dei contagi, visto che tutti si erano organizzati ed attrezzati per rispettare e far rispettare rigorosamente i protocolli sanitari a loro imposti.

 

Forse le cause sono da cercarsi altrove. Alla luce delle scelte operate dal governo, in merito alla chiusura degli esercizi commerciale dalle 18 alle 5 del mattino, è stato chiesto il ristoro economico in termini di indennizzi a fondo perduto, crediti di imposta per le locazioni commerciali e gli affitti di azienda, nuove moratorie fiscali e creditizie, il prolungamento degli ammortizzatori sociali e altri provvedimenti sulla tassazione locale. Parte di queste richieste sembra siano state recepite nel DPCM “ristori”, anche se ovviamente qualche categoria non si sente tutelata e coperta. Per queste categorie, non tutelate, credo sia doverosa una riflessione. La chiusura serale di bar, pizzerie e ristoranti, porta inevitabilmente ad un calo di fatturato per quelli che comunque sono aperti anche durante il giorno, mentre per i locali che aprivano dalle 18 di sera, che nei centri abitati sono la maggioranza, si tratta di un azzeramento totale dell’attività e degli incassi.

 

Pensiamo però a tutta la filiera, sia il food and beverage sia le forniture di supporto come, ad esempio tovaglioli e tovaglie di carta, puliture industriali per tovaglie e tovaglioli di stoffa, fornitori di bicchieri, società di servizi e prodotti per la pulizia, e così si potrebbe continuare con un elenco molto lungo. Anche queste aziende subiscono un calo di fatturato, ma pare che nel DPCM ristori non si siano accorti di queste.

 

La situazione è certamente complicata e non semplice, ma, visto che si chiede la collaborazione di tutti, cittadini, professionisti, lavoratori e imprese, questa non può essere solo monodirezionale verso le richieste delle istituzioni, ma deve essere bidirezionale. La collaborazione è di fatto un patto, nel senso che si collabora per un fine e uno scopo comune, ma un patto regge solo quando scopi e metodi sono condivisi, altrimenti diventa mera imposizione, che mal viene sopportata da tutti. Ecco perché le istituzioni devono giustamente chiedere ma devono anche dare, con modalità e termini che vanno discussi e concordarti con le parte attrici, che nel caso sono i consulenti, le imprese e i lavoratori con le loro associazioni.

 

di Claudio Bottos

(Consulente del lavoro e di direzione strategica aziendale)

 


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