23 novembre 2020

Lavoro

IL CONSULENTE DEL LAVORO GARANTE DELLE RELAZIONI?

(un punto di vista alla luce del “cigno nero” coronavirus)

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IL CONSULENTE DEL LAVORO GARANTE DELLE RELAZIONI?

Partiamo dall’ottica con cui le persone vedono oggi il Consulente del lavoro. Da molti è visto come un professionista che pensa solo agli interessi dell’imprenditore e non si preoccupa dei dipendenti e della collettività. Questo però non corrisponde al vero, e per diversi motivi. Partiamo dai rapporti tra lavoratori e impresa nella maggior parte delle micro, piccole e medie imprese, che oggi in Italia sono circa il 92% di tutte le imprese. Il consulente del lavoro entra nel rapporto tra impresa e lavoratore, per proporre e concordare i termini delle retribuzioni, dei premi, dei benefit, del welfare, della previdenza e di tutto ciò che girà attorno alla cosiddetta busta paga e il relativo rapporto di dipendenza.

 

Questa attività, molto spesso, non è una mera applicazione di un contratto di lavoro con le sue tabelle e voci, ma un processo per configurare la giusta retribuzione e tutti gli altri elementi integrativi che deve trovare il punto di incontro tra le esigenze dell’impresa e quelle del lavoratore, con le sue competenze, in funzione del ruolo che dovrebbe ricoprire in azienda. Questo processo è fondamentale e lo sarà sempre di più visto i veloci cambiamenti che, la globalizzazione, il progresso tecnologico e “i cigni neri”, come la crisi del 2008 e l’attuale pandemia coronavirus, stanno portando e porteranno nell’economia e nella società. Sta cambiando il modo di fare impresa e con esso cambiano anche le relazioni tra imprese e lavoratori.

 

Una cosa è certa, imprese e lavoratori sono legati ad un unico filo, la sopravvivenza e i progressi dell’impresa significano stabilità economica, equa retribuzione e soddisfazione per il lavoratore. Per questo motivo è fondamentale che ci sia un rapporto chiaro e ben definito tra impresa e lavoratore, sia per “l’adeguato assetto organizzativo richiesto dall’art.2086 del Codice civile”, sia per il buon funzionamento dei processi aziendali, e per questo devono essere stabiliti i ruoli con le relative autorità e responsabilità all’interno dei processi e delle funzioni aziendali. L’impresa si deve confrontare non solo con i lavoratori, ma anche con i vari enti previdenziali e fiscali. In questo confronto entriamo, passatemi il termine, in una specie di ginepraio perché, anche in questo caso, molti pensano che il consulente faccia solamente gli interessi dell’impresa a scapito della collettività, identificata nel caso dagli enti. Nella realtà, tranne casi particolari, non è così.

 

Quotidianamente, oltre agli aspetti formali riguardanti calcoli per contributi e imposte da versare, moduli da compilare e presentare, contenziosi per sanzioni o altro tra enti e imprese, il consulente si trova a dover far rispettare alle imprese una normativa farraginosa e spesso contradditoria, frutto anche delle tante, e forse troppe, circolari esplicative emanate dai vari enti. Circolari che spesso sono emesse con enorme ritardo e sul filo di lana, tanto che diventa quasi impossibile rispettarle se i termini di applicazione vengono fatti partire dal giorno stesso della loro emissione o dal giorno dopo. Le vicende sulla cassa integrazione degli ultimi mesi ne danno ampia evidenza. Questo denota, a mio avviso, una mancanza, da parte degli enti e del fisco, di quelli che sono i processi di analisi ed elaborazione che vengono svolti negli studi dei consulenti e nelle imprese. Il consulente deve quasi sempre illustrare e spesso far digerire, alcuni provvedimenti o norme per i quali l’imprenditore non vede o non comprende la ratio.

 

Compito del consulente del lavoro è quindi quello di far rispettare le norme all’impresa, per non incorrere in sanzioni o contenziosi. A questo punto, mi chiedo: “perché non facciamo del consulente del lavoro, un professionista a garanzia del processo relazionale tra stato, imprese e lavoratori? Come abbiamo visto sopra è quasi sempre lui a gestire la filiera relazionale tra lavoratore, impresa ed enti. Per migliorare, snellire e rendere più fluido questo processo, si dovrebbe far diventare il consulente del lavoro l’elemento fluidificante del processo, un po’ come accade con il notaio che, come libero professionista ha la fiducia di tutti nella filiera contrattuale. Se si deve sottoscrivere un atto, costituire una società o trasferire un immobile, si va dal notaio il quale, verifica gli atti, certifica l’autenticità dei presenti e la loro volontà. Ci andiamo perché ci fidiamo e ci sentiamo garantiti dal suo lavoro e protetti giuridicamente. Per quello che fa oggi il consulente del lavoro, e per quanto scritto nell’art. 5 del codice deontologico della categoria “Il Consulente deve svolgere la sua attività con lealtà e correttezza nei confronti del cliente e dei terzi a qualunque titolo coinvolti”, si dovrebbe, a mio avviso, pensare ad un ruolo, nell’area del lavoro, simile a quello di un notaio.

 

Lo scopo sarebbe quello di rendere fluido il processo relazionale tra enti e imprese, coinvolgendo il consulente del lavoro, già nella fase di emanazione di norme e circolari, visto che conosce non solo le esigenze e l’organizzazione delle imprese, ma anche le esigenze dei lavoratori. Ciò che si è visto e si sta ancora vedendo da marzo 2020 ad oggi dimostra che, una gestione a compartimenti stagni tra enti, professionisti, imprese e lavoratori, porta a rendere il processo relazionale farraginoso, irto di litigiosità e poco chiaro, tanto da far restare tutti gli attori del processo dubbiosi e poco soddisfatti. Per questo vedo la possibilità per i consulenti del lavoro di avere un ruolo di garanzia sia per lo stato, sia per le imprese, sia per i lavoratori. Il mondo sta cambiando velocemente e l’incertezza aumenta, per questo servono punti fermi che diano fiducia, certezza sulle competenze, sul rispetto delle norme, combattendo il lavoro nero, le situazioni di sfruttamento e l’evasione contributiva e fiscale per tutta la filiera del processo relazionale nell’ambito del lavoro in una logica win-win.

 

di Claudio Bottos

(Consulente del lavoro e di direzione strategica aziendale)

 

 


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