30 novembre 2020

Chilometro zero o no?

- Tags: cibo, Alimentazione, chilometri zero

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Alberta Bellussi | commenti |

cibo Km 0

Chilometro zero o no?

Il 2015 sarà l’anno dell’Expo di Milano che ha come tema “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita” e il cibo sarà uno degli argomenti centrali della manifestazione. Se sfruttata bene sarà una grande opportunità per l’Italia e per poter sviscerare un tema importante come quello dell’alimentazione con tutte le conseguenze che ha sul nostro futuro e la nostra salute. Proprio in un anno in cui si parlerà di cibo ovunque, in uno stato come l’Italia che l’enogastronomia è uno dei punti forti della nostra cultura e economia viene spontaneo fare una riflessione sui prodotti a “chilometri zero”.

E’ la chiave per un’alimentazione sana e sostenibile, o un’ideologia? Di chilometro zero in Italia (e non solo) si parla sempre di più. In breve, con questa espressione si intende il consumo di alimenti che per arrivare dal luogo di produzione a quello dove li compriamo abbiano fatto meno strada possibile. Quindi cibi locali, di stagione, per lo più acquistati nei piccoli mercati di quartiere o nei mercati dei contadini anziché nei grandi supermercati. Una tendenza sempre più diffusa: i dati più recenti di Coldiretti parlano di un aumento del 67 per cento nell’ultimo anno degli acquisti nei farmer’s market, i mercati dei contadini che sono un po’ il tempio del km zero. E un modo, ci dicono, per risparmiare, mangiare alimenti più sani e gustosi, aiutare l’agricoltura italiana, rispettare l’ambiente. Ma è davvero così? Dietro al termine km zero – mutuato dal protocollo di Kyoto – c’è il tentativo di cambiare stile di vita ricordando che se pranziamo con il vino australiano, prugne cilene e carne argentina spendiamo in termini energetici più di quel che ingurgitiamo. Far volare il vino e far navigare la carne contribuisce in modo significativo all’emissione di anidride carbonica, mentre cibarsi in modo energicamente corretto (con prodotti locali) permette di risparmiare decine di chili di petrolio. Accorciare le distanze significa dunque aiutare l’ambiente, promuovere il patrimonio agroalimentare regionale e abbattere i prezzi. Accade già nei mercatini agricoli distribuiti su quasi tutto il territorio nazionale dove le tipicità vengono vendute senza intermediazioni, niente imballaggio e nessun costo di conservazione. E’ anche questo il motivo del successo dei distributori automatici di latte, sempre più diffusi perchè favoriscono l’acquisto consapevole e la sicurezza del prodotto rintracciabile. Solo in Veneto esiste un circuito di ristoratori che si son impegnati a servire “menù a km zero” ovvero pasti realizzati con ingredienti provenienti dalle campagne circostanti.

Amministrazioni pubbliche stanno orientando i bandi per le mense scolastiche secondo i criteri prioritari individuati dalla proposta di legge di iniziativa popolare sostenuta da Coldiretti. Tenersi alla larga dai supermercati, dai prodotti alimentari industriali, dai cibi importati dall’altra parte del mondo.

E’ la filosofia del cibo a “chilometro zero”, sempre più diffusa tra i consumatori, e cavalcata da importanti esperienze imprenditoriali riconosce che la moda del chilometro zero nasce da un nuovo piacere di capire il cibo e intelligentemente, in un Paese che vanta una cultura alimentare delle più solide, viene incontro al bisogno di valorizzarla. Ma ci si chiede se quella del chilometro zero non rischi di diventare una “ideologia”.

“Il “chilometro zero” fa bene all’ambiente, riduce i rischi per la salute legati all’alimentazione, e restituisce varietà e pluralismo a una dieta che rischia pericolosamente di globalizzarsi.

È proprio così, o anche questa medaglia ha il suo rovescio? È chiaro quale sia il sottinteso: a costare è la distanza, il trasporto, l’arrivo di cose diverse e nuove e pertanto peggiori di quelle che siamo abituati a mangiare. semplice: se viene da lontano, i costi di trasporto si sommano al prezzo del prodotto, quindi il consumatore pagherà di più. Vi sarebbe quindi un costo implicito, imputato all’ambiente, ma anche uno palese. Solo che le condizioni di produzione non sono, uniformemente, uguali ovunque nel mondo. Cambiano i salari dei lavoratori, è indubbio, ma anche il clima, la fertilità del terreno, il prezzo relativo dei fattori di produzione. Non è detto che ciò che è prodotto vicino costi di meno: curiosamente, appena è stato possibile la gente si è resa via via meno dipendente dal negozio sotto casa. Se ciò che è locale fosse di per sé a buon mercato, del resto, non ci sarebbe bisogno di alcuna corsia preferenziale. Nel caso il negozio sotto casa costasse sempre di meno degli altri, perché è sotto casa, la gente ci andrebbe da sola, senza bisogno d’esser convinta” i fautori del chilometro zero dimenticano che la grande distribuzione e la competizione con derrate alimentari provenienti da altri paesi hanno contribuito a ridurre i prezzi del cibo, a migliorare le tecniche produttive, a garantire la sicurezza di ciò che mangiamo.

L’enfasi sul chilometro zero rischia di diventare in una forma moderna di protezionismo e paradossalmente riduce le possibilità di scelta dei consumatori. Il cibo da sempre è cultura e la cultura è confronto, curiosità, viaggio, voglia e possibilità di sperimentare. C’è un tempo per tutto, nella vita, e se capita che uno desideri mangiare un hamburger, non significa che non possa apprezzare un bicchiere di Raboso. Così come non è che chi ama romanzi gialli non possa capire Leopardi. La libertà di scelta e la curiosità individuale insegna come si possa vivere creando un giusto equilibrio tra gli uni e gli altri cibi. Noi mangiamo meglio di cent’anni fa, c’interessiamo di più di quel che mangiamo, il costo dei consumi alimentari in rapporto al nostro reddito è inferiore. Questa intensificazione degli scambi ci ha resi più ricchi, più consapevoli, e probabilmente anche molto più tolleranti. Il cibo a chilometri zero è una nuova opportunità di scelta che ci viene data.

http://landing.expo2015.org/it/



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