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07 dicembre 2021

Treviso

BUONA DOMENICA. "Che la piàsa, che la tasa, che la staga a casa"

In un Comune lombardo i vigili incaricati di sanzionare donne che indossino abiti "ambigui". Mentre una giovanissima aspirante commessa non viene assunta per via della... taglia.

| Roberto Grigoletto |

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| Roberto Grigoletto |

BUONA DOMENICA.

TREVISO - Come tu mi vuoi”. Viene alla mente il titola del dramma pirandelliano leggendo due notizie, questa settimana, l’una dell’altra l’esatto contrario. La prima, pubblicata da “La Stampa” racconta della modifica al Regolamento di Polizia municipale introdotta dalla Sindaca di Cassino de’ Pecchi, nel milanese, che vieta di “contrarre ovvero concordare prestazioni sessuali oppure intrattenersi con soggetti che esercitino attività di meretricio su strada o che per atteggiamento, ovvero per l’ abbigliamento, ovvero per le modalità comportamentali, manifestino comunque l’intenzione di esercitare l’attività consistente in prestazioni sessuali”.

Il punto che è andato a integrare il Regolamento, ha suscitato le reazioni più diverse, tra il serio e il faceto. “Ma rischio una multa se accompagno in auto mia figlia in discoteca, vestita come per andare in discoteca”? E ancora: “Se dovessi dare per strada un bacio appassionato a mio marito, è meglio che mi porti il certificato di matrimonio”? La Sindaca - che pensa di aver colmato una “gravissima” lacuna e che assicura: “Se avessi l’età andrei in minigonna in Consiglio comunale” - non si considera una fustigatrice del tacco 12 e del décolleté. Tuttavia il “potere discrezionale” attribuito ipso facto ai vigili urbani è enorme. Al punto che potrebbe presto venir istituto se non un ufficio preposto quantomeno un numero verde per “Consigli e permessi su abbigliamento consono”. E se la prima cittadina giura che “non si parla né di uomini né di donne”, la sensazione che si sottendano più le seconde che i primi è quasi una certezza. Ritornare alle vecchie squadre della Buon Costume forse è esagerato e probabilmente nemmeno è nelle intenzioni. Che possa costituire un “vulnus” alla libertà di espressione - e a questo punto anche di movimento - per le donne soprattutto, sembra invece abbastanza acclarato. “Che la piasa, che la tassa, che la staga a casa”, recita il vecchio adagio veneto, attributo a un Papa addirittura, Pio X. Più di un secolo fa. Appunto.

E a proposito di stare a casa, nel secondo degli articoli sul tema della scorsa settimana e pubblicato da “Il Corriere della Sera”, viene raccontata la storia di Fabiola, una aspirante commessa di 24 anni di Crotone, che il posto se lo è vista negare, dopo il periodo di prova, perché priva delle “giuste misure”. “Ho scaricato scatoloni andando su e giù per le scale, sistemato la merce in un sottotetto, non mi sono affatto lamentata, il lavoro mi piaceva. Prima di andare via, in tarda serata, il titolare mi ha chiamata. Mi ha detto che avrei potuto avere delle difficoltà sul lavoro, perché spesso avrei dovuto salire e scendere le scale. La mia taglia è il 52 e il mio peso, in sostanza, sarebbe stato un impedimento”. Fabiola confessa di essersi sentita avvilita, umiliata. Come chiunque - crediamo - al suo posto. Diritti e pari opportunità: la battaglia non ammette tregua. E se si cominciasse a perseguire pure chi si sente in diritto di pretendere dalle donne il compiacimento nel lavoro, nella carriera e nella vita di tutti i giorni?

BUONA DOMENICA

 


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Roberto Grigoletto

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