29 novembre 2020

"Assist": contro la discriminazione delle donne in ambito sportivo

Categoria: No profit e attivismo - Tags: 8 marzo, Assist, Valeria Fedeli, Luisa Rizzitelli, Manuela Benelli

immagine dell'autore

Valentina Piovesan | commenti |

L’8 marzo è la ricorrenza in cui i mezzi d’informazione si prodigano nel diffondere dati, percentuali e statistiche a dimostrazione del fatto che il passato, il presente e l’avvenire delle donne, pressoché in tutti i settori, sono tutt’altro che rosei.

 

La popolazione femminile incontra numerose difficoltà anche in ambito sportivo tanto che l’argomento è stato affrontato, praticamente nel silenzio generale, durante il Meeting Nazionale dello Sport Femminile svoltosi a Roma il 26 settembre 2015 promosso da Assist (Associazione Nazionale Atlete), associazione di volontarie e volontari presieduta da Luisa Rizzitelli che non opera a fini di lucro e si propone di tutelare e rappresentare i diritti collettivi delle Atlete di tutte le discipline sportive operanti a livello agonistico e delle operatrici e degli operatori del settore (allenatrici e allenatori, manager sportivi, professioniste/i della comunicazione (il video dell’incontro è disponibile sul sito Assist mediante il seguente link http://www.assistitaly.it/#!/video mentre la pagina Facebook dell’Associazione è la seguente: Assist - Associazione Nazionale Atlete).

 

Il 1° luglio 2015 la senatrice Valeria Fedeli (Vicepresidente del Senato della Repubblica), la senatrice Idem insieme ad altri senatori hanno presentato un Disegno di Legge per modificare la normativa attuale e promuovere l’equilibrio di genere nei rapporti fra Società e sportivi professionisti per mezzo del quale si intende introdurre espressamente il divieto di discriminazione da parte delle Federazioni Sportive Nazionali nell’ambito della qualificazione del professionismo sportivo.

 

In questo settore è dato mandato alle Federazioni di decidere e l’intenzione è quella di aggiornare le norme sportive coerentemente con i principi costituzionali e secondo il più avanzato Diritto Europeo Internazionale in materia di pari opportunità (http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/17/DDLPRES/930117).

 

Non sarà superfluo ricordare che i rapporti fra Società e sportivi professionisti sono disciplinati ancora oggi dalla Legge n. 91 del 23 marzo 1981, ai sensi della quale nessuna disciplina sportiva femminile è qualificata come professionismo (solo quattro categorie tutte al maschile ne fanno parte: calcio, basket, golf e ciclismo); ciò determina pesanti ricadute in termini di assenze di tutele sanitarie, assicurative, previdenziali nonché di trattamenti retributivi salariali adeguati all’effettiva professionalità e al lavoro svolto.

 

Le donne che praticano sport in Italia, qualsiasi esso sia e a qualsiasi livello non hanno alcuna tutela giuridica o sindacale.

 

Il 24 febbraio 2016, sempre a Roma, si è tenuto il convegno “O Capitana, mia capitana!”: i dati emersi sono sconcertanti. In Italia le donne che praticano sport sono solo il 24 % e nessuna donna è Presidente di Federazione sportiva, Ente di promozione sportiva o Disciplina associata.

 

Le atlete italiane sono penalizzate rispetto ai colleghi uomini sia dal punto di vista economico che di carriera nonostante gli eccellenti risultati ottenuti dalle donne ad alti livelli, per esempio nel tennis, nel nuoto, nella scherma e nel tiro a volo (si pensi che i premi riconosciuti alle atlete sia a livello nazionale che internazionale registrano una riduzione che arriva sino al 50% nel caso dei campionati femminili rispetto a quelli maschili nell’ambito della stessa specialità).

 

Non dimentichiamo che nel 2003 l’Unione Europea ha adottato la risoluzione “Donne e Sport” nella quale lo sport femminile è definito come espressione del diritto alla parità e alla libertà di tutte le donne di disporre del proprio corpo e di occupare lo spazio pubblico a prescindere da cittadinanza, età, menomazione fisica, orientamento sessuale, religione.

 

La risoluzione chiede espressamente alle Federazioni Nazionali e alle relative autorità di tutela di assicurare alle donne e agli uomini parità di accesso allo statuto di atleta di alto livello garantendo gli stessi diritti in termini di reddito, di condizione di supporto e di allenamento, di assistenza medica, di accesso alle competizioni, di protezione sociale, di formazione professionale e di reinserimento sociale attivo al termine delle loro carriere sportive.

 

Cosa pensare allora dell’esperienza di Manuela Benelli, ex pallavolista con 11 scudetti all’attivo, oggi allenatrice nonché fondatrice di Assist, che si è trovata davanti uno scandaloso contratto tecnico in cui c’era scritto nero su bianco che se avesse dato “fastidio” (nel senso di "provarci", come si suol dire) alle giocatrici sarebbe stata allontanata? Nei contratti degli uomini esistono clausole parimenti omofobe e umilianti?

 

Che dire poi delle parole di Lavinia Santucci (dieci anni nel basket in serie A), attraverso cui veniamo a conoscenza del fatto che fra le cause di rottura di contratto con le Società sportive vi sono il carcere e la maternità, come se si potessero equiparare le due cose?

 

A giudicare da questi elementi la strada è tutta in salita e non sarà certo un mazzo di fiori a rendere il cammino meno aspro. Che le mimose appassiscano in fretta e altrettanto celermente finiscano nel cestino con il relativo, avvizzito corollario di buoni propositi e frasi fatte, è un dato di fatto. Fortunatamente la stella di Assist risplende tutto l’anno lungo la via delle pari opportunità in ambito sportivo.



Commenta questo articolo


vedi tutti i blog

Grazie per averci inviato la tua notizia

×