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01 dicembre 2022

Cronaca

Arpav e Università di Padova: conclusa la campagna glaciologica sulla Marmolada

RUBRICA AMBIENTE - Illustrati i dati del centro valanghe di Arabba: tra il 25 ed il 35% di neve in meno nell’ultimo trentennio e quota neve sciabile salita di 250 metri.

| Giuseppe Pomarico |

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Marmolada

RUBRICA AMBBIENTE - Il 27 e 28 agosto si è svolta la quarta edizione della campagna glaciologica partecipata sulla Marmolada, un’iniziativa aperta a tutta la popolazione per approfondire la conoscenza del ghiacciaio. È stata promossa dal Museo di Geografia dell’Università di Padova in collaborazione con il Comitato Glaciologico Italiano, Arpa Veneto e Carovana delle Alpi di Legambiente. La campagna 2022, dopo gli eventi del 3 luglio, non ha attraversato il ghiacciaio come negli anni scorsi, ma lo ha osservato dalla catena del Padón, percorrendo il sentiero geologico di Arabba sul versante che si affaccia sulla Marmolada.

Una necessità ma anche una scelta per prendere le “distanze” dal ghiacciaio, fare una riflessione sul suo stato di salute e coglierne le relazioni con la presenza umana e il territorio circostante. Durante l’escursione, diversi esperti al rintocco di ogni ora hanno tenuto brevi conferenze, approfondendo vari aspetti geografici – glaciologici, morfologici, economici, storici – della Marmolada. Arpa Veneto ha partecipato con un rappresentante del Centro valanghe di Arabba che ha illustrato ai partecipanti i primi risultati sull’evoluzione climatica del manto nevoso alpino nel contesto dei ghiacciai e degli sport invernali.

Questi i dati in sintesi:

Nel trentennio climatico 1991-2020, sull’arco alpino meridionale è nevicato meno del precedente trentennio 1961-1990 e quindi anche la presenza della neve al suolo, sia come estensione, specie alle basse quote, sia in termini di spessori, è andata riducendosi. Il trentennio 1961-1990, che corrisponde anche all’ultimo impulso positivo dei ghiacciai delle Dolomiti e in generale delle Alpi, è stato caratterizzato da maggiori precipitazioni nevose e da spessori più elevati, specie nei mesi di fine inverno e inizio primavera. È anche in questo periodo che si sono sviluppati i comprensori sciistici di bassa quota, oggi ormai non più sostenibili e in gran parte dismessi.

Oggi la quota della neve sciabile, definita dagli austriaci come la quota dove per almeno 100 giorni rimane uno spessore di neve naturale di 30 cm al suolo, è collocata oltre i 1750 m di quota, quando nel trentennio precedente è stata più frequentemente inferiore ai 1500 m di quota. Gli spessori di neve al suolo oltre i 1500 m di quota, fra i due periodi, sono diminuiti del 25% nei mesi di dicembre, gennaio e febbraio e del 35% nel periodo primaverile di marzo e aprile, per dare un esempio di come la situazione sia mutata.

Tuttavia, i primi risultati evidenziano negli ultimi 15 anni una estrema variabilità della neve degli inverni, con stagioni molto nevose e da record (esempio 2009, 2014, 2021) alternate ad altre secche e scarse di precipitazioni (2022, 017, 2016). La diminuzione delle precipitazioni nevose, accompagnata da calde temperature estive, è quindi la causa della marcata riduzione dei ghiacciai alpini, specie di quelli Dolomiti più sensibili alle variazioni climatiche.

 

 

 


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Giuseppe Pomarico
Geologo, docente e pubblicista

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