12 giugno 2021

Treviso

Anche le noci trevigiane vengono taroccate all'estero

L’allarme di Confagricoltura:"Settore in grande crescita, ma servono più promozione e ricerca per valorizzarle”

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Anche le noci trevigiane vengono taroccate all'estero

TREVISO – Anche le noci made in Treviso, sono vittime dell'"italian sounding", cioè all’imitazione della denominazione di un prodotto per indurre nell'acquirente la percezione di trovarsi di fronte a un prodotto italiano, quando invece si tratta una merce straniera.

A rivelarlo sono il vicepresidente di Confagricoltura, Fabio Curto, e la cooperativa Il Noceto di Chiarano (Treviso), la quale assieme alla coop rodigina di Nogalba produce quasi la metà delle noci nazionali, cioè circa 4 mila tonnellate.

“Il settore è cresciuto e ha ampi margini di crescita – hanno spiegato per Confagricoltura il vicepresidente Fabio Curto e Giangiacomo Bonaldi Gallarati Scotti, che è anche vicepresidente del Noceto durante l’incontro con Alessandra Pesce, sottosegretario al ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali -ma c’è una concorrenza straniera molto agguerrita, soprattutto americana, che invade il mercato vendendo i prodotti alla grande distribuzione. Abbiamo bisogno di organizzare meglio la filiera e di crescere numericamente, ma necessitiamo di un sostegno del governo nella promozione del prodotto italiano, sottolineando come sia più sostenibile grazie al minor utilizzo di fitofarmaci e il ricorso a sistemi alternativi. In questo senso servirebbero anche investimenti nella ricerca, per far fronte a criticità e malattie”.

La crescita del settore è testimoniata dai numeri, snocciolati dal presidente del Noceto Carlo Bacchin e dal direttore Michele Sciannimanica. La cooperativa trevigiana, che ha 14 soci (anche dal Veneziano, dal Rodigino e dal Friuli Venezia Giulia) conta oggi 360 ettari in produzione, puntando ad arrivare a 430 nel 2020 e oltre quota 500 entro 5 anni. Le noci prodotte (con una resa di 40-50 quintali per ettaro) sono 900 tonnellate all’anno. Nogalba invece, come ha spiegato il suo direttore Davide Quinto, ha 9 soci, con 190 ettari in produzione e che saliranno a 210 nel 2020. Le tonnellate prodotte e lavorate sono 600.

“Abbiamo alti standard di qualità – hanno sottolineato -, con impianti all’avanguardia che svolgono il lavoro di cernita e packaging del prodotto, che viene commercializzato al 90 per cento a negozi e grossisti. C’è però un buco normativo che favorisce l’importazione indiscriminata di prodotti di scarsa qualità e anche il fenomeno dell’italian sounding, con noci spacciate come made in Italy. La legge 175/2001, che regolava la qualità, è stata infatti abrogata nel 2008 e oggi si fa riferimento alla norma generica sugli alimenti. Non esistono più, quindi, limiti sulla percentuale di noci difettate che si possono trovare nelle confezioni, mentre prima lo standard era del 10% per la prima qualità. Oggi oltre il 30% in valore dei consumi nel retail di frutta in guscio sono rappresentate dalle noci in guscio, ma che la produzione italiana copre solo un quinto del fabbisogno interno: questo va a svantaggio del consumatore, avvantaggiando solo le produzioni e le società commerciali a minor indice di qualità”.

Il sottosegretario Pesce ha garantito il suo impegno per il sostegno delle noci, forte anche della recente istituzione del tavolo ministeriale della frutta in guscio, che punta a promuovere le vocazioni territoriali come noci, nocciole, pistacchi, mandorle e castagne. “La frutta in guscio rappresenta un settore di interesse per l’economia agroalimentare del nostro Paese e offre prospettive di sviluppo dei territori vocati. Lavoreremo per andare incontro a esigenze che non possono più essere ignorate”.

 


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