22 settembre 2021

Lavoro

ALBERGHI E RISTORANTI AD ALTO RISCHIO DI FALLIMENTO

pochi profitti e aumento dell’indebitamento

| Claudio Bottos |

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| Claudio Bottos |

ristorante

LAVORO - E’ appena uscito un rapporto Confindustria-Cerved la cui sintesi si può leggere qui, dal quale emerge che 4 ristoranti su 10 sono a rischio default, cosi come lo sono 3 alberghi su 10. Giusto per dare dei numeri parliamo di circa 335.000 ristoranti, secondo dati Unioncamere del 2019. Vuol dire che in base al rapporto 4 su 10, rischiano il fallimento circa 134.000 ristoranti. Le strutture ricettive in Italia sono circa 178.000, e in base al rapporto 3 su 10 vuol dire che rischiano il fallimento circa 59.000 strutture.

Sono numeri impressionanti, anche perché, visto che la ristorazione impiega circa 1,3 milioni di addetti, Il 40% di fallimenti vorrebbe dire che circa 520.000 persone potrebbero perdere il lavoro. Altri campanelli di allarme incrociano questi numeri, anche per quanto scritto in questo recente studio dell’Osservatorio dei conti pubblici diretto da Carlo Cottarelli, che si può leggere qui. Si parla dell’indebitamento delle imprese durante il Covid-19. Per effetto delle misure governative e della politica monetaria della BCE, il credito bancario è aumentato durante il 2020 di circa 37 miliardi. Nel 2020, il ricorso ai prestiti è stato maggiore per le imprese dei settori che hanno registrato i peggiori flussi di cassa e che quindi presentavano maggiori necessità di liquidità. I prestiti al settore strutture ricettive e ristorazione, che sono tra i più colpiti dalla pandemia, sono aumentati di 6 miliardi a fronte di flussi di cassa negativi per oltre 10 miliardi. Per effetto di questi andamenti si stima che gli anni di flussi di cassa necessari a ripagare il debito, per i settori alberghiero e ristorazione, siano circa sei.

Come è noto, l’effetto combinato del calo dei profitti e dell’aumento dell’indebitamento indebolisce la struttura patrimoniale delle imprese, peggiora il merito creditizio e accresce i rischi di insolvenza. Una situazione che si rileva anche nei mancati pagamenti, tanto che nei settori in cui c’è una forte caduta dei ricavi (tra cui anche alberghi e ristoranti), la voce “mancati pagamenti” è passata dal 31% di fine 2019 al 44% di fine 2020. Anche se nell’ultimo decennio le imprese italiane si sono dotate di una discreta capitalizzazione, ora, con questa situazione, i rischi a medio termine, in particolare per i settori con le prospettive di redditività più incerte, sono aumentati.

Le misure adottate dal governo dall’inizio della pandemia hanno limitato i problemi di solvibilità nel breve termine, in futuro sarà necessario fare degli interventi per favorire le imprese ad aumentare il patrimonio netto. Su questo argomento la Banca d’Italia ha recentemente rilanciato tre proposte: 1) incentivare il rafforzamento patrimoniale tramite la raccolta di capitali privati; 2) favorire la rapidità e l’efficacia dei processi di ristrutturazione del debito per le imprese con prospettive di rilancio, in modo da garantire la continuità delle attività aziendali; 3) migliorare le procedure per la gestione delle crisi d’impresa. In merito al terzo punto, ho personalmente dei dubbi sull’efficacia degli indicatori di “alert”, ossia i segnali della crisi, calcolati sui dati di bilancio, come previsto dalla norma ed emessi dal CNDCEC (Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili). Sappiamo che il bilancio di un’impresa fotografa il passato, in quanto i numeri sono relativi a decisioni ed eventi passati, cha hanno trovato la manifestazione economica e patrimoniale con le registrazioni contabili. Quello che bisogna fare è cambiare la cultura imprenditoriale portandola alla logica del “forward looking” (guardare avanti), come giustamente previsto sia dall’art. 2 del codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza nel quale viene definito il concetto di crisi come, “lo stato di squilibrio economico-finanziario che rende probabile l’insolvenza del debitore, che per le imprese si manifesta come inadeguatezza dei flussi di cassa prospettici a far fronte regolarmente alle obbligazioni pianificate”, e dall’art. 2086 del codice civile nel quale si legge che “..l’imprenditore … ha il dovere di istituire un assetto organizzativo, amministrativo e contabile adeguato alla natura e alle dimensioni dell’impresa, anche in funzione della rilevazione tempestiva della crisi d’impresa …

Pertanto, ritengo che l’unico vero indicatore che può segnalare uno stato di crisi sia il DSCR (Debt service coverage ratio), che fa emergere se l’impresa è in grado di far fronte agli impegni finanziari per il periodo in corso e per i mesi futuri. La norma prevede almeno i prossimi sei mesi, ma per effetto di stagionalità o altre situazioni particolari delle imprese, a mio avviso è preferibile che sia calcolato per i prossimi dodici mesi. Per fare questo non basta cambiare solo parte del codice e le procedure, come auspicato dalla Banca d’Italia, ma serve un coinvolgimento dei professionisti (consulenti del lavoro e commercialisti), e delle associazioni di categoria, per aiutare le imprese a dotarsi di strumenti che consentano di per poter avere un controllo di gestione dei flussi di cassa, un budget e un piano d’impresa al fine di rilevare eventuali segnali di crisi e impostare una strategia per riportare in equilibrio economico, patrimoniale e/o finanziario la propria azienda. Un percorso lungo ma indispensabile se si vuole rafforzare il tessuto sociale e le micro e piccole imprese del nostro paese, compresi ristoranti e strutture ricettive.

di Claudio Bottos (Consulente del lavoro e di direzione strategica aziendale)

 


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