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13 dicembre 2017

Vittorio Veneto

Una casa per i rifugiati

Il progetto dell’Associazione 12 ponti per la seconda accoglienza

Stefania De Bastiani | commenti |

Ospiti e volontari dell'Associazione 12 ponti

VITTORIO VENETO - Samba, ogni mattina, pedala da Savassa a San Fior. Lavora otto ore in un’azienda metalmeccanica, poi torna a casa. Samba è un ragazzo maliano di 24 anni, arrivato in Italia dopo aver attraversato il Nordafrica e il Mediterraneo con mezzi di fortuna. Ospitato al Ceis di Vittorio Veneto per quasi due anni, il ragazzo ha di recente ottenuto la protezione sussidiaria (status che gli permettere di rimanere in Italia) e ha trovato un lavoro.

Samba è una speranza e un esempio.

Una speranza per quei 170mila migranti che, ogni anno, sbarcano sulle coste italiane in cerca di salvezza, lavoro, stabilità.

L’esempio che integrazione e realizzazione sono possibili. Anche se non avvengono per caso: servono impegno e aiuto. Serve un progetto come quello attuato dall’Associazione 12 Ponti.

 

L’Associazione 12 Ponti. E’ nata per colmare un gap istituzionale, la realtà di volontariato che fa fronte a un problema di cui nessuno di occupa: quando i richiedenti asilo, ospitati al Ceis e presso le strutture della Caritas, ottengono il permesso di rimanere in Italia perdono il diritto di rimanere nelle strutture di prima accoglienza. E si trovano, nel giro di un giorno, senza un tetto, senza soldi, senza un lavoro e, soprattutto, senza la possibilità di trovarsene uno a causa delle barriere linguistiche, culturali e professionali che li separano dalla società. Un problema che a Vittorio Veneto ha cominciato a farsi sentire a Natale del 2015, quando i primi richiedenti asilo hanno ottenuto la protezione sussidiaria e, usciti dal Ceis, si sono trovati costretti a dormire in stazione e sulle panchine.

L’Associazione 12 Ponti è entrata in gioco per dare ai migranti una seconda accoglienza, ma non si limita a fornire ai ragazzi un tetto e un letto: lo scopo dei volontari è quello di formare i migranti, di renderli cittadini capaci e autonomi. Di dare loro i mezzi per crearsi, da soli, un futuro.

Ed è così che, a Savassa, in una grande casa che da anni è in vendita, si sta sperimentando un progetto di seconda accoglienza. Grazie ai volontari che, con risorse proprie, ospitano e formano otto ragazzi che per la prima volta si trovano a fare i conti con spese, pulizie, corsi di formazione, e autogestione. Con la vita vera.

La casa. Quando entro in casa Ladji, Mohammed, Traore, Sidiki, Mamadou e Keita sono seduti attorno al tavolo della cucina con i volontari. Parlano di turni di pulizie, di distribuzione delle risorse, di condivisione delle spese. Samba è ancora al lavoro, e Ibrar, pachistano, ci raggiunge in fretta. Sono loro i protagonisti di questa seconda accoglienza. Sono tutti giovanissimi: hanno dai 19 ai 33 anni. Sono arrivati in Italia da soli e qualcuno di loro, in Mali, ha lasciato moglie e figli nella speranza di riuscire a dar loro, il prima possibile, un futuro dignitoso.

 

Com’è questa seconda accoglienza?

“Siamo contenti - risponde Mohammed che, madrelingua francese e bambara, conosce anche l’inglese e l’italiano - Io sono stato un anno e otto mesi al Ceis, e la situazione lì non era delle migliori: c’era troppa gente, che proveniva da posti diversi. Qui invece siamo più tranquilli e stiamo imparando anche molto: frequentiamo lezioni di italiano e corsi di formazione professionale, come quelli di muletto e di saldatura”.

Come si svolge la vita nella casa?

“Abbiamo turni e responsabilità - spiegano i ragazzi - quando uno cucina, lo fa per tutti. C’è chi pulisce, chi fa la spesa, chi si occupa della manutenzione del giardino”.

Vi siete trovati bene a Vittorio Veneto? Siete riusciti a fare amicizia con i ragazzi del luogo?

“Io sì, ho molti amici”, risponde Mohammed. Diverso è per Sidiki: “Per me è difficile farmi degli amici, per via della lingua che non conosco ancora bene - spiega il ragazzo in francese - Nel mio percorso ho incontrato persone diffidenti, che mi hanno respinto, ma nel complesso devo ringraziare gli italiani: sono loro che ci hanno salvato dal mare. E sono loro, quelli dell’associazione, che ora ci danno la possibilità di formarci e creaci una vita qui”.

“A Vittorio Veneto non sono abituati all’immigrazione - risponde Keita, che ha solo 19 anni - Spesso ci discriminano per il colore della nostra pelle, ma credo che debbano solo capire, e spero che capiranno”.

Da sinistra Pier Lorenzo Parrinello, Renzo Busatto, Danilo Tomè

Otto ragazzi, una casa da gestire, un percorso che in via sperimentale sta ottenendo risultati. Un esempio che andrebbe preso come tale. E seguito. “Il messaggio che noi vorremmo mandare - spiega Renzo Busatto, presidente dell’Associazione 12 ponti - è che esiste un modo diverso di gestire l’immigrazione. Ora ci sono altri sette ragazzi che hanno ottenuto il permesso di rimanere in Italia e perso di conseguenza il diritto all’accoglienza: dove andranno? Ora sono sette, ma presto saranno 100, 200. E se nessuno fa nulla li vedremo dormire sulle strade, sulle panchine. La nostra attività non deve essere un tappabuchi per un problema che nessuno vuole vedere, ma il segnale che un modo per risolvere il problema esiste e - ci sembra - è anche efficace”.

 

“Vorremmo che l’Amministrazione capisse che la seconda accoglienza è possibile - rimarca Danilo Tomè, vicepresidente 12 Ponti - : anche a Fregona, con lo stesso metodo, stiamo seguendo quattro persone, dando loro gli strumenti necessari per sbrigarsi nella vita quotidiana”. “E il tutto viene fatto senza finanziamenti pubblici - precisa Pier Lorenzo Parrinello, membro dell’Associazione - L’ex sindaco Da Re, a mezzo stampa, ha espresso la propria preoccupazione che i soldi dei vittoriesi vadano ai migranti, ma in realtà le risorse sono quelle dei volontari che si rendono disponibili a donare soldi, vestiti, generi alimentari. L’associazione 12 ponti è indipendente dal Comune”.

 

Dite che l’Amministrazione dovrebbe capire. Cosa potrebbe fare il Comune di Vittorio Veneto?

“Aprire i luoghi chiusi che potrebbero diventare un dormitorio per i senzatetto, innanzi tutto. Per chi non ha una casa, sia un migrante o un italiano. E dovrebbe darsi da fare per aderire allo Sprar, il progetto di accoglienza diffusa con cui si otterrebbero le risorse per coprire l’accoglienza fino a sei mesi dopo l’ottenimento dello status di rifugiato da parte del richiedente asilo”.

 

Le risorse Sprar, lo scorso anno, il Comune se le è fatte scappare… “Il 31 marzo scadono i termini per la presentazione delle domane e siamo stupiti che il Comune non ci abbia neanche interpellati - riferisce Parrinello - Un progetto Sprar non può essere fatto nella sala del municipio, ma necessita di un percorso di formazione, di incontri aperti”. “Comunque ora il bando esce ogni sei mesi - conclude Parrinello - speriamo che prima o poi si riescano a ottenere le risorse necessarie”.

 



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Stefania De Bastiani

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