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25 aprile 2019

Vittorio Veneto

Un ultimo sguardo al padrone. Prima del macello

Mariolino, il capretto, e l’ineluttabile diritto alla trasformazione. In salsicce

Emanuela Da Ros | commenti |

mariolino il capretto

COLLE UMBERTO -  Quand’era un capretto da latte e non aveva ancora un nome, Mariolino era stato allattato e svezzato da alcuni bambini all’interno di un grande allevamento di ovini. Era tutto nero, con gli occhi vispi e due cornetti che gli davano proprio l’aspetto di un ’becco’, come viene popolarmente definito il maschio della capra.

 

Un giorno, l’incontro. Artigiano, cacciatore, ambientalista coscienzioso, amante degli animali (ruoli e virtù niente affatto contraddittori, se esercitati con onestà) Gino Sommariva ha visto Mariolino e l’ha portato a casa. O meglio, nel piccolo recinto coperto ricavato all’interno dell’orto, dove Gino alleva altre capre, dei conigli, delle galline (e dei pulcini, quando è l’ora dei pulcini).

 

In tre anni, Gino e Mariolino sono diventati amici. Nel frattempo, il piccolo recinto ha ospitato Emma (una deliziosa capretta, che ha già conosciuto la gioia della maternità) e Ulisse, un capro dal pelo rossiccio, come gli irlandesi. Mariolino avrebbe dovuto essere il ‘capo famiglia’, il maschio da riproduzione. Ma Ulisse - regole naturali - ha avuto la meglio.

 

Ulisse si è preso Emma. E inevitabile è stata la competizione tra maschi. Ulisse ed Emma hanno messo su famiglia in un settore del recinto, godendo delle intimità coniugali del caso. Mariolino ha fatto vita da single, ricevendo affetto e cibo da Gino, che è diventato il suo sostegno. Il suo riferimento. Un paio di settimane fa, Gino ha fatto un discorso a Mariolino.

 

Gli ha parlato della vita, del destino, dell’equilibrio che governa la natura. E gli animali, sia liberi che in cattività. A Mariolino dev’essere andata una pulce - non metaforica - nell’orecchio. In uno dei due che avevano ascoltato con attenzione le parole del padrone. “Prima di portarlo al macello - ha detto Gino - mi sono raccomandato che Mariolino fosse abbattuto senza sofferenze.

 

Poi l’ho agganciato a una fune e l’ho messo sul furgone. Una volta al macello, ho liberato il capretto e mi sono allontanato.” Il resoconto potrebbe finire qui. O trasformarsi in una storia. Vera. Una delle piccole storie struggenti da raccontare sotto l’albero, il prossimo Natale. In questa storia. Mariolino, libero dalla fune, ha rincorso il padrone. Gli si è affiancato.

 

L’ha guardato negli occhi. Gino si è chinato per accarezzarlo. “Ho parlato a Mariolino come a un amico - ha spiegato -. Gli ho detto che doveva morire da eroe.”

 

 

Che è accaduto dopo?“Insieme a Mariolino al macello avevo portato Betty, la capretta figlia di Ulisse ed Emma - prosegue Gino -. Betty era probabilmente consapevole del suo destino. Ma aveva una sorta di naturale rassegnazione nello sguardo, nel comportamento. Betty era stata allevata dalla madre e non aveva avuto che superficiali attenzioni dagli esseri umani.

 

Per Mariolino era diverso: svezzato dai bambini, nutrito da me, era stato in qualche modo antropizzato. Era la prova che dare agli animali un affetto simile a quello che si dovrebbe dare agli uomini è sbagliato. Mariolino era purtroppo cresciuto con una parte affettiva tipica dell’essere umano.

 

E quello che noi dovremmo fare, applicando la filosofia di Bernardino Ragni, descritta nel suo libro Wildlife economy, non è proteggere gli animali, ma gestirli come tali. La protezione e l’amore dovremmo riservarli agli esseri umani e trasmetterli senza remore, perché...le carezze non hanno mai fatto male a nessuno.”

L’epilogo? Mariolino - secondo la filosofia sostenibile di Gino - ha goduto di un inalienabile diritto alla trasformazione. La sua carne frollata e unita a della carne di maiale è stata insaccata. “Ma le salsicce di Mariolino sono solo uno degli anelli del ciclo di trasformazione a cui tutto è soggetto”, conclude Sommariva.

 



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Emanuela Da Ros

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